Una resistenza comune verso le lobby dell’azzardo

L’introduzione di alcuni limiti alla pubblicità dell’azzardo, fortemente criticati e avversati dalle società del settore, è solo un primo passo verso il divieto assoluto della sua promozione. Ma per raggiungere l’obiettivo, oltre la trasparenza, occorre un percorso comune di impegno e fiducia reciproca. Dentro e fuori il Parlamento. Intervista a Lorenzo, deputato del Pd e coordinatore dell’intergruppo parlamentare sull’azzardo
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La legge di Stabilità ha inserito qualche limite (stop dalle 7 alle 22 sulle tv generaliste) alla pubblicità dell’azzardo ma non il suo divieto assoluto che avrebbe colpito  gli interessi strategici di tutti quelli che hanno incentivato negli ultimi 15 anni un volume di affari che si aggira introno agli 88 miliardi di euro del settore (stima aggiornata sul 2015).

Anche questo limite è stato oggetto di attacco di una serie di emendamenti che Lorenzo Basso, coordinatore dell’intergruppo parlamentare sull’azzardo, ha dovuto contrastare fino alla fine dell’iter della legge di Stabilità. Abbiamo già sentito il giudizio critico del senatore del  Movimento 5 Stelle, Giovanni  Endrizzi,  molto attivo sul tema  e promototre di una proposta di legge, identica a quella di Basso alla Camera, che prospetta lo stop assoluto, diretto  e indiretto, della pubblicità dell’azzardo: un modo per far saltare tutte le contraddizioni delle lobby, più o meno coperte, che invece sostengono la crescita del fatturato che assicurerebbe, secondo le loro tesi, introiti sicuri per il fisco e posti di lavoro preziosi in tempi di crisi.   

 

Intervistiamo con la consueta franchezza, ora, il giovane deputato genovese del Pd che non ha avuto timori a discostarsi pubblicamente dalla linea ufficiale del suo partito.

 

Il limite della pubblicità all’azzardo è davvero un passo avanti? 

 

«Non è ancora la soluzione, ma è un deciso passo avanti dal punto di vista politico perché per la prima volta durante una Legge di Stabilità vengono varati provvedimenti restrittivi del gioco d’azzardo. È anche un passo avanti perché tutela le fasce socialmente più deboli che utilizzano le TV generaliste come principale mezzo di informazione. Del resto, i dati ci dicono chiaramente che oltre il 50% dell’attuale investimento pubblicitario dell’azzardo è nel solo prime time (20-22) delle trasmissioni televisive. Non a caso, durante la commissione Bilancio, è su questa specifica fascia oraria che abbiamo assistito alle resistenze più pesanti e più violente al divieto di pubblicità».

 

Parla di resistenze “pesanti” ma il discorso non può essere chiuso…

 

«Certo. Il divieto parziale di pubblicità in tv non deve però essere un alibi per affermare "questione chiusa", ma il segnale che finalmente abbiamo acquisito la forza necessaria per fare il salto di qualità: ottenere quel divieto totale di pubblicità e di sponsorizzazione su tutti i media e in tutti gli ambiti  che da tempo è richiesto dalla società civile.

L'obiettivo del divieto assoluto oggi non è più lontano, ma più vicino. Se finora infatti solo pochissimi media (per lo più legati al mondo cattolico) davano spazio alle nostre ragioni – per l’influenza economica che l’azzardo rappresentava nei loro budget pubblicitari – da domani il fronte non sarà più compatto. Dal primo gennaio infatti le Tv che non avranno più quel vincolo affronteranno il tema liberamente e forse diventeranno loro stesse mezzi interessati a veicolare quali sofferenze e quali povertà economiche derivano dall’azzardo».

 

 

Era ragionevolmente prevedibile imporre un divieto assoluto di pubblicità se il governo ha detto che l'interesse della salute deve coniugarsi con quello delle società concessionarie e dell'Erario?

 

«Se ragionassimo solo in termini di rapporti di forza o degli enormi interessi in gioco, la logica ci avrebbe sconsigliato di iniziare questa battaglia impari.

Se oggi abbiamo ottenuto questi risultati lo dobbiamo invece alla forza delle nostre ragioni, che ha portato a un vero cambio di paradigma: quello di un percorso comune e trasversale alle forze politiche per la difesa dei più deboli.

I parlamentari della maggioranza hanno trovato il coraggio di non omologarsi ai diktat che ricevevano, quelli dell’opposizione a non rincorrere il consenso che deriva dalla denuncia fine a se stessa.

Abbiamo lavorato insieme, a testa bassa e col presidio continuo delle commissioni, strappando alleanze e consenso per emendamenti restrittivi dell'azzardo e dobbiamo continuare a farlo anche in futuro.

E questo è stato reso possibile grazie al sostegno sociale e alla pressione dell'opinione pubblica che hanno mantenuto alta l'attenzione sul tema».

 

Che fine farà la proposta di legge del divieto assoluto di pubblicità presentata nelle due Camere? 

 

«Sedersi sugli allori dei risultati ottenuti sarebbe un errore grave quasi quanto sminuirli, così giustificando le lobby dell'azzardo che affermano, da ben altra prospettiva, che si tratta di provvedimenti inutili e sbagliati. 

 

Il Parlamento deve riprendere subito la sua iniziativa, ripartendo dai disegni di legge depositati alla Camera e al Senato sul divieto assoluto di pubblicità».

 

Quale alleanza strategica è auspicabile ed efficace tra movimenti civili e chi deve lavorare, spesso in solitudine, nelle istituzioni?  

 

«Questa è la vera sfida delle democrazie rappresentative nelle complesse società contemporanee. Non possiedo la risposta a questa sfida storica ma ho una convinzione.  Serve totale trasparenza e controllo (in questo concordo in pieno con l’idea di streaming del M5S) ma serve anche creare luoghi e momenti di incontro fisici in cui conoscersi, confrontarsi, creare legami di fiducia e di senso.

Quando ci si trova a portare avanti delle cause che si considerano giuste ma che non portano consenso, quando “tenere la posizione” significa rompere legami con colleghi e rappresentanti del governo con cui poi si dovrà tornare a confrontarsi dal giorno dopo, quando ci si trova in quella solitudine generata più “dai silenzi dei nostri amici che dalle parole dei nostri nemici”, per parafrasare la celebre frase di Martin Luther King, serve avere la certezza non di sostegno o di vantaggi (quelli si acquisiscono ben più facilmente dall’altra parte del fronte) ma di essere parte di un percorso comune, fatto insieme a persone che si stimano e con le quali si sta provando ad essere utili alla società».

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