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Persona e famiglia > Famiglia

Una pausa di riflessione sulla legge 40?

di Chiara Andreola

- Fonte: Città Nuova

La Corte Costituzionale ha “deciso di non decidere” sulla legittimità legge 40, rimandando gli atti ai tribunali. Un momento opportuno per riflettere sulla questione, secondo l’Associazione Scienza e Vita

Embrioni

Dopo la decisione della Consulta di rinviare gli atti ai tribunali che avevano promosso il ricorso contro la legge 40, perché i giudici riesaminino la questione alla luce della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo dello scorso novembre, sostenitori e oppositori della fecondazione eterologa hanno letto questa “volontà di non decidere” in maniera diversa: da chi vi ha visto una pronuncia “di fatto” a favore di questo divieto, a chi considera la questione tutt’altro che chiusa. Tuttavia secondo la giurista Lorenza Violini, membro del Consiglio esecutivo dell’associazione Scienza e vita, non è del tutto corretto porre il problema in questi termini: «Trattandosi di un provvedimento interlocutorio, è difficile dire quale fosse l’animus dei giudici – afferma –: il non avere deciso, tuttavia, offre degli spunti di riflessione sulle scelte della Corte di Strasburgo, che in prima battuta si era pronunciata a sfavore del divieto, mentre la seconda sentenza ha smentito questa posizione».
 
Anche la lettura secondo cui questa pronuncia sarebbe comunque un invito al legislatore a rivedere la disciplina sulla fecondazione assistita «mi sembra piuttosto forzata – osserva la Violini –: per quanto Strasburgo avesse fatto riferimento all’adeguamento delle norme ai progressi della scienza, il punto interessante di questa sentenza è appunto che si riferisce alla situazione attuale, non a quella ai tempi del ricorso. Per cui non credo imponga proprio nulla a nessuno».
 
Del resto, il fatto che la fecondazione eterologa sia consentita in molti altri Paesi «è un argomento quantomai poco probante: ordinamenti costituzionali diversi in Paesi diversi indicano appunto una diversità di valori tutelati». Anche il presidente dell’associazione, Lucio Romano, ricorda come la sentenza dello scorso novembre e la giurisprudenza della Corte rimandino appunto all’autonomia in questo senso di ciascuno Stato: «E nel ribadire la non violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo – prosegue – si attesta l’esigenza di garantire il diritto del nascituro a riconoscere i proprio genitori, in rispetto del principio di certezza delle relazioni familiari». All’accusa di non voler vedere il “pellegrinaggio” all’estero di diverse coppie pur di coronare il desiderio di un figlio, «mi sembra una sorta di atteggiamento emotivista – risponde Romano –: se non altro perché il fatto che una pratica sia consentita altrove non è di per sé garanzia di eticità». Inoltre, quella che l’associazione ha definito «una costante e perseverante delegittimazione della legge 40», avrebbe una sorta di effetto disinformativo, facendo sì che «diverse donne, male informate e fuorviate, credano di ottenere risultati ricorrendo ai viaggi della speranza».
 
Posto che per ora la situazione in Italia resta invariata, in attesa che i giudici valutino se riproporre il ricorso, «bisognerà continuare a riflettere sul significato della genitorialità e della famiglia – osserva la Violini –: serve un percorso culturale di ampio respiro piuttosto che perdersi nei dettagli, focalizzandosi soltanto su uno degli aspetti della questione».

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