Una pace condivisa

Era Natale appena ieri, e dalle pagine di questa rivista facevamo eco alle mille invocazioni di pace e alle proteste che si levavano da ogni angolo del pianeta. Commovente e significativa veniva definita la sintonia non concertata di quanti si erano pronunciati contro la guerra, a cominciare dalle chiese e dalle comunità ecclesiali. Molti capi di stato si univano a questo coro e innumerevoli spiriti laici facevano sentire la loro voce. La reclamavano le moltitudini negli infiniti cortei che percorrevano le strade di tutti i continenti. La pace non come un’idea accanto alle altre – diceva Chiara Lubich nell’editoriale di quello stesso numero – ma, come la legge prima della convivenza umana, che senza di essa non è più una famiglia. È Pasqua ormai e proprio alla Pasqua volevamo dedicare questo numero della rivista, ad una festa, cioè, che parla di resurrezione come vittoria della vita sulla morte, che parla di riscatto e di salvezza, che è speranza, anzi certezza di immortalità per tutti gli uomini. Speravamo di poterlo fare con immagini di luce e di serenità ritrovata, dopo i lunghi giorni dello sgomento e del dolore per il sangue che dal quel fatidico 11 settembre del 2002 non ha cessato di scorrere e di lordarci, insieme ai corpi l’anima, perché oltretutto era divenuto seme di discordia. Paradossalmente quell’operazione militare così controversa, che dell’antica Babilonia aveva usurpato il nome e occupato le sponde dei fiumi biblici, intrise di petrolio, cioè la guerra in Iraq, aveva fatto del mondo intero una Babele. Si è divisa la stessa Europa, giusto alla vigilia di un passaggio cruciale per la propria evoluzione che una nuova costituzione stava per sancire. Si sono divisi molti paesi al loro interno; divisi gli stessi schieramenti politici; e financo nelle famiglie si sono prodotte spaccature. Anche sfilare per la pace si è palesato argomento di discordia. Al di là di tutto, però, un concetto si è fatto ogni giorno più chiaro: guerra e terrorismo hanno lo stesso segno, un segno negativo. E dunque non si elidono a vicenda, ma si sommano. Le stragi di Madrid, gli attentati nella Terra Santa, le vittime quotidiane della caotica situazione in Iraq lo attestano con estrema chiarezza. Le immagini che ci propone questa vigilia di Pasqua portano dunque ancora aperte le stimmate della passione. Eppure di speranza per un cambiamento vogliamo ancora parlare con ostinazione. L’intervento dell’Onu è ormai invocato da tutti, anche da chi non si aspetta miracoli da esso. La stessa recrudescenza dei contrasti interetnici nel Kosovo e la magra figura – dobbiamo purtroppo dirlo – che i presìdi armati delle Nazioni unite hanno fatto, ripiegando in tutta fretta davanti al pericolo, non sembrano incoraggianti; come non lo è lo scandalo che si è palesato a proposito della gestione Onu nell’operazione irachena conosciuta col nome Oil for food.Tuttavia l’intervento dell’Onu è un passaggio obbligato, quantomeno per ridare una legalità internazionale all’auspicata stabilizzazione dell’Iraq. E perché abbia una qualche speranza di successo, non potrà fare a meno anche del contributo dei militari che attualmente già operano nella regione, ma che dovranno passare sotto le sue bandiere. Anche la presenza dei nostri militari a Nassiriya non va demonizzata per ciò che essi stanno facendo. Semmai si potrà recriminare per la precipitosità con cui il nostro governo ha voluto avallare l’intervento degli Usa. Oggi si è allargato, e di molto, il coro di insospettabili pacifisti che dissentono da quanti ne reclamano l’immediato rientro.A patto naturalmente che il subentro dell’Onu diventi un fatto compiuto; e che si instauri al contempo una legittima autorità irachena. Ma il terrorismo – si dirà – chi lo combatterà, e con quali mezzi? Già si è vista l’Europa ritrovare una coesione nuova dopo la tragedia che si è abbattuta sulla Spagna. Insieme allo strazio, al risentimento, e, diciamolo pure, alla paura, sono venute in luce nuove energie che la gente, spesso inconsciamente, custodisce nel profondo. Sono i nostri sentimenti migliori, come la ritrovata fiducia in Dio – ne riportiamo anche in queste pagine una toccante testimonianza -, quelli da cui scaturisce il perdono. Che non significa rinunciare alla giustizia, ma implica la volontà di aprire le porte ad una giustizia più grande verso tutti i popoli. Questo può certamente essere per noi un segno di Pasqua. Un nuovo inizio.

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