Una nuova via della seta

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In aereo tra Pechino e Nanchino, giusto qualche mese fa, avevo incontrato Zhou, un giovane cinese che aveva in tasca il visto per l’Italia. Gli avevo chiesto perché avesse scelto per emigrare il nostro Paese, e non la Germania o gli Stati Uniti. Mi rispose disarmante: Perché a Prato ho 14 membri della mia famiglia. Chiaro. Ho ripensato a Zhou a Montepulciano, dove non esiste una comunità di cinesi, ma dove si è parlato anche delle Cine di casa nostra, ancor prima che scoppiassero a via Sarpi, a Milano. Se ne è parlato non solo tra italiani, ma anche con numerosi professori, giornalisti e testimoni cinesi. Con rispetto e civiltà, attenti a non creare inutili polemiche di facciata, ma cercando di scavare nei problemi reali delle relazioni tra due entità politiche e culturali così diverse. Dopo che nell’edizione 2006 delle Giornate dell’interdipendenza si era discusso del rapporto tra Occidente e mondo islamico, il binomio al centro del seminario 2007 è stato letto nelle due direzioni: Europa-Cina e Cina-Europa. Alla presenza di un centinaio di giornalisti, quadri della società civile ed opinion maker. Certo, si parla e si scrive tanto di Cina. Cosa mai poteva aggiungere un appuntamento come questo al fiume di parole gialle? Un obiettivo: offrire un luogo d’incontro tra due universi che si stanno avvicinando, in un processo accelerato soprattutto per ragioni economiche. E poi anche un’ottica: l’interdipendenza, cioè una categoria che vuole far conoscere e dialogare anche quegli aspetti che favoriscono l’incontro autentico tra popoli e culture, come lo sviluppo degli ordinamenti legislativi, l’arte e le tradizioni culturali, le religioni, i media, la società civile. Un approccio globale e interdipendente. Un obiettivo e un’ottica che si basano su una costatazione assai cruda: la prima distanza da colmare tra Cina ed Europa viene dalla profonda ignoranza (di solito reciproca) che fa arenare le nostre relazioni nella disinformazione e nella difficoltà di comunicazione, tra stereotipi e pre-comprensioni. Pochissimi, giusto per fare un esempio, a Montepulciano, sapevano che negli ultimi anni un agglomerato urbano del centro della Cina, Chongqing, presso l’immenso invaso delle tre gole, negli ultimi anni è diventata la più grande città al mondo, qualcosa come 32 milioni di abitanti. Ecco perché sono intervenuti al seminario non solo studiosi e giornalisti europei di diverse estrazioni appassionati dalla Cina, ma anche esponenti cinesi, protagonisti e testimoni della sua millenaria civiltà. Paolo Longo, corrispondente del Tg1 a Pechino, così ci ha detto: Nel 1956 Piero Calamandrei sosteneva che dobbiamo guardare alla Cina alla pari, e anche all’Asia alla pari. 50 anni dopo vale la stessa cosa; noi qualche volta guardiamo alla Cina con un tono di suffi- cienza, come volessimo insegnarle tutto.Ma è al contrario la Cina che può insegnarci molto. Queste parole sintetizzano in sostanza l’atteggiamento di fondo che si è respirato a Montepulciano: parità di trattamenti, ascolto, attenzione ai problemi. La Cina è un quasicontinente – mi diceva il prof. Wen Tiejun, esperto di mondo rurale – che va guardato con rispetto perché sta mettendo in atto una gigantesca opera di modernizzazione. Pensate alla massa della popolazione cinese, all’estensione del suo territorio, alla sua storia di unità cominciata nel 221 a.C., e vedrete che, dopo la parentesi maoista, per cambiare le cose bisogna avere una pazienza grande. Ma la Cina vuole dare al mondo – assicura la prof. Luo Hongbo, di Pechino -, e non vuole solo prendere ricchezza, sfruttare economicamente i mercati per il proprio tornaconto. La Cina ha una civiltà e una tradizione che avverte necessario comunicare ad altri per inserirsi pienamente nel mondo globalizzato. Parole confermate da Francesco Sisci, corrispondente de La Stampa da Pechino: Noi occidentali dovremmo diventare un po’ più cinesi. Volenti o nolenti, negli ultimi 100-150 anni essi sono diventati molto più occidentali, hanno cambiato anche la loro scrittura, hanno tradotto migliaia e migliaia di testi occidentali, hanno cambiato il modo di vestire, sono diventati puntuali mentre prima non lo erano… A questo punto, per facilitare questo inevitabile avvicinamento, dovremmo fare a nostra volta un pezzo di cammino verso di loro. La complessità della situazione cinese, e ancor più dei rapporti tra Occidente e Cina, è venuta in evidenza dalla stessa scelta dei temi in programma: dall’economia (sviluppo a due cifre, senza trascurare costi e benefici della crescita) alle tradizioni religiose e culturali del pianeta-Cina (impegnato in un colossale sforzo di apertura e ritorno alla dimensione spirituale della vita, per raggiungere l’obiettivo tutto confuciano di una società armonica). Non potevano essere sottaciuti i problemi politici e sociali (organizzazione sociale, società civile ed evoluzione costituzionale sono stati all’ordine del giorno), così come la politica (che anche in Cina ha i suoi valori e il suo pluralismo). Domande quali la bontà del percorso verso la democrazia della Cina, il rispetto dei diritti umani, la concessione di una reale libertà religiosa e di pensiero non sono state eluse: Ma le abbiamo analizzate serenamente – mi ha detto il prof. Ren Yanli -, cercando di capire che cosa noi cinesi mettiamo ad esempio dietro termini quali democrazia, diritti umani, libertà religiosa, e che cosa invece ci mettete voi. Le differenze sono apparse evidenti, ma anche quelle note comuni che possono permettere di capirci, e quindi di aiutarci a realizzare il nostro dover essere. Alla base di questa iniziativa c’è uno spicchio di società civile. Acli, Legambiente, Movimento politico per l’unità (Focolari), Focsiv e Comunità di Sant’Egidio, assieme alla Regione Toscana e al Comune di Montepulciano, sono state spinte a unirsi per provare a leggere, usando il criterio dell’interdipendenza, le questioni che assillano l’umanità e provare ad agire insieme di conseguenza. Nel settembre del 2003, Acli, Comunità di Sant’Egidio, Legambiente e Movimento politico per l’unità avevano perciò organizzato a Roma una Giornata dell’interdipendenza a livello mondiale, basandosi su un’iniziativa nata ad opera di Benjamin Barber, politologo statunitense, come conseguenza degli eventi dell’11 settembre 2001. Barber aveva in effetti proposto una soluzione alle pretese minacce di una guerra tra le civiltà: appunto, il criterio assoluto e fecondo dell’interdipendenza. L’appuntamento di Montepulciano è il risultato del desiderio di queste associazioni, a cui si è aggiunta la Focsiv, di dare un seguito a tali incontri internazionali. Hanno scelto la città toscana poiché è come il simbolo dell’intreccio delle tante culture e storie che sono elementi costitutivi della nostra identità nazionale. Resta il desiderio di continuare questi rapporti – ricorda Lucia Fronza Crepaz, presidente del Movimento politico per l’unità -, e forse di andare noi in Cina per ricambiare la gentilezza dei nostri ospiti, e per aprire concretamente la nuova via della seta dell’interdipendenza . Aggiunge Roberto Della Seta, presidente Legambiente: I processi di globalizzazione aumentano ogni giorno il tasso di vicinanza dei destini di persone, comunità e popoli. L’interdipendenza non è un ideale e tanto meno una ideologia: è la nostra, presente e futura, condizione umana . E l’assessore Toschi: Queste giornate sono necessarie perché rappresentano un seme di pace effettivo . Non solo interdipendenza, ma addirittura interdipendenza fraterna, come suggeriva nel 2004 Chiara Lubich. Perché la fraternità è oggi la sola via di sbocco. GIORNALISTI, PROFESSORI E POETI Al convegno di Montepulciano, dal 29 al 31 marzo scorsi, hanno preso parte accademici, politici, giornalisti, esponenti della società. Già la lista degli intervenuti, dal vivo o in video, mostra il prestigio del convegno, con la presenza di tanti autorevoli esponenti cinesi. Politici: Gianni Vernetti (sottosegretario Affari Esteri), Claudio Martini (pres. Regione Toscana), Massimo Toschi (ass. Regione Toscana), Corrado Clini (dir. gen. min. Ambiente), Massimo Della Giovanpaola (sindaco Montepulciano). Giornalisti: Francesco Sisci (La Stampa), Paolo Longo (Rai), Fabio Cavalera (Corriere della sera), Fabio Mini (Limes), Yang Min (Yunnan), Zhu Youke (Xinjiang), Zhong He (Tibet), Enrica Toninelli (Rai). Accademici: Paolo Guerrieri (Roma), Giorgio Prodi (Ferrara); Wang Hui (Pechino), Luo Hongbo (Pechino), Ren Yanli (Pechino), Wu Yiye (Nanjing); Wang Meixiu (Pechino), Antonella Ceccagno (Bologna), Daniele Cologna (Milano), Daria Risaliti (Firenze), Jean-François Huchet (Hong Kong), Wen Tiejun (Pechino), Guo Liang (Pechino), Romeo Orlandi (Bologna), Philipp Hu Kung-tze (Hong Kong). Testimoni della società civile: Andrea Olivero (Acli), Sergio Marelli (Focsiv), Agostino Giovagnoli (Sant’Egidio), Lucia Fronza Crepaz (Focolari), Roberto Della Seta (Legambiente), padre Angelo Lazzarotto (Pime), Leung Yee Man (Macerata), Bai Junyi (Associna), Eleonora Pagni (San Donnino), Francesco Merloni (industriale), Francis Kin Hung Yan (Focolari Hong Kong), Zhong Acheng (scrittore), Ning Ying (regista), card. Joseph Zen (Hong Kong), mons. Xie Tingzhe (Xinjiang), Ma Antai (imam Xinjiang), Ping Cozhaxi (Tibet), Edward Chan (Greenpeace), Li Dan (Orchid Aids Project), Xu Weihua (Women’s Watch), Mo Shaoping (avv. studenti Tienanmen).

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