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In profondità > Focolari

Una “Luce” tra le sbarre

- Fonte: Città Nuova

I genitori della giovane beata Chiara Badano hanno incontrato duecento detenuti del carcere romano di Rebibbia: tanta commozione e una testimonianza di speranza certa

Chiara Luce

Ci sono dei luoghi, come le carceri, dove parole come dolore, malattia e morte entrano con difficoltà, perché acquistano un loro peso specifico enormemente maggiore che altrove. Poteva, ma non è stato così, il pomeriggio del 20 settembre al teatro del carcere di Rebibbia, dove i genitori di Chiara “Luce” Badano hanno raccontato – di fronte a una platea di duecento detenuti –, la storia di questa giovane beata della provincia di Savona, morta nel 1991 di tumore osseo e salita agli onori degli altari nel 2010.
 
Nella grande struttura detentiva di Roma, che ospita complessivamente 1.800 detenuti, i genitori di Chiara, Mariateresa e Ruggero, accompagnati da Chicca – la migliore amica di Chiara “Luce”  – e da Franz Coriasco, suo fratello, hanno parlato in punta di piedi di Chiara, testimoni “oculari” di questa santità nuova. Di una ragazza come tante, che amava lo sport, le uscite con gli amici e che all’età di diciotto anni si è ammalata di una grave forma di tumore, l'osteosarcoma. Una ragazza – che aveva ricevuto il nome “Luce” dalla fondatrice dei Focolari, Chiara Lubich, movimento da lei conosciuto all’età di nove anni –, c,on il grande ideale di Gesù nel cuore, portato nella sua vita di tutti giorni. Anche quando il salto da fare, per andare sempre più in alto, verso il suo Sposo, Gesù, nei due anni di malattia si era fatto più arduo.
 
Quasi un anno fa i Badano erano stati al carcere Mammagialla di Viterbo. «Ogni volta che raccontiamo la vita di Chiara uno dei grandi doni per noi è di poter fare incontri come questo» ha detto Franz Coriasco ai presenti. «Qui spesso si incontra il comune denominatore di ogni povertà. La storia di Chiara “Luce” però li ha particolarmente colpiti e li ha commossi. È stato quasi palpabile nel silenzio che c’era in sala», spiega don Roberto, cappellano da venti anni tra le celle di Rebibbia.
 
Nel momento di dialogo con i genitori, con Mariateresa fra i presenti seduti, c’è chi ha detto: «Ha portato pace e un momento di serenità a tutti noi». «Se Chiara ha affrontato il suo destino ci fa sperare in un domani anche per noi», ha fatto eco un altro.
 
Poi, come un fiume silenzioso che ha attraversato la sala, il momento del saluto a Mariateresa e Ruggero. C’erano tutti. C’è chi ha voluto scambiare una parola, chi un abbraccio e chi ha voluto solo dire grazie. «Chiara mi ha insegnato ad affrontare la vita e la morte – ha detto uno dei reclusi –. Chissà se riuscirò anche io ad affrontare il mio momento. Anche quanto vivo oggi, che per ora, è il mio momento».

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