Una giornata con l’imam

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Oggi l’aria è frizzante, il sole cala e imporpora ogni cosa. Incantevole Toscana che rende ogni dettaglio un sogno ad occhi aperti! Nei giardinetti del parco San Lazzaro, al quartiere La Badia c’è un gabbiotto del gas imbrattato da una scritta senza equivoci: No moschea.Viva Lega Nord. Sarà un caso, ma appoggiandosi all’auto di Jabareen Feras, l’imam di Colle Val d’Elsa che mi ha condotto fin qui, lui e una giovane donna, Rosa Franca Cigliano, stanno firmando una sorta di contratto privato secondo il quale lei, giornalista free lance a Il cittadino oggi, curerà le pubbliche relazioni della comunità islamica in cambio di un euro simbolico per ogni comunicato stampa redatto. Cosa c’è d’originale in quest’atto? Nulla, salvo che a firmarlo è una donna non musulmana, e per giunta non credente. Un contratto che la dice lunga sulla moderazione dell’imam Feras. A cui, però, non tutti credono. Anche Magdi Allam, sul Corriere della sera, dopo averlo appoggiato, ha voluto dire la sua contro quest’uomo che cerca di sostenere la sua comunità composita, sparpagliata nel senese. Quale sarebbe il torto di questo fisioterapista palestinese che si fregia di un dottorato all’università di Siena, tre figli e una moglie che vorrebbe riportarlo quanto prima nella sua terra? Quello di aver intrapreso un iter assai inusuale nel panorama della coabitazione islamo- italiana: non costruire una moschea per conto esclusivo della comunità locale, chiedendo finanziamenti a un grande stato arabo danaroso, ma edificare un centro culturale islamico in concertazione con le istituzioni locali e la popolazione, e un finanziamento ripartito tra la comunità musulmana della provincia e la Fondazione Monte dei Paschi di Siena (300 mila euro versati dalla banca, corrispondenti al 36 per cento delle spese totali). Il centro verrà retto congiuntamente, secondo il protocollo firmato da sindaco e imam, per dare trasparenza ad esso. Negli ultimi mesi le contestazioni sono aumentate, anche per l’iniziativa della Lega Nord. Hanno scritto che avevo celebrato una messa in moschea e che nella chiesa i musulmani avevano svolto le loro preghiere. Nulla di più falso!, precisa don Daniele Pisti, salesiano, parroco a Colle Val d’Elsa. Prosegue: È un peccato per un cristiano cercare di stabilire buoni rapporti con chiunque,mettere in moto la Caritas per aiutare i casi più bisognosi, diventare amici gli uni degli altri, fosse anche con l’imam locale?. Nell’angusta moschea Assisto quest’oggi, è venerdì, alla preghiera musulmana nell’attuale piccola moschea situata nella piazza del mercato di Colle Val d’Elsa, a due passi dalla chiesa parrocchiale. Il locale era un panificio fino a pochi anni addietro. Nel locale alle 13.30, ora d’inizio della preghiera, conto una quarantina di uomini (nessuna donna, difficile trovare posto anche per loro). È il piccolo resto della comunità che conta circa 1500 membri nell’intera provincia (230 a Colle Val d’Elsa), quel resto che è riuscito a trovare il modo di assentarsi dal lavoro, magari percorrendo alcune decine di chilometri in auto o in autobus, per partecipare alla celebrazione. Qualche giorno fa una delle maggiori emittenti private nazionali aveva ripreso questa moschea di mattina, troppo presto, trovandola mezza vuota, e sostenendo con tali prove filmate che la comunità islamica della regione non avrebbe bisogno di un luogo d’incontro e di preghiera… La comunità manifesta è cosmopolita. Ci sono marocchini, algerini e maghrebini, palestinesi, kosovari,macedoni e albanesi, non pochi senegalesi… Ci sono soprattutto lavoratori manuali, operai, muratori, allevatori. Ma non mancano infermieri, medici, ingegneri, mobilieri, tappezzieri. E imprenditori, soprattutto nell’edilizia. Nella provincia non esistono madrasse, e la gioventù musulmana frequenta le scuole statali, la prima e più importante forma di integrazione. Ormai sono un centinaio i matrimoni misti, e sembra che i problemi insormontabili siano inferiori alle aspettative. I rapporti con le istituzioni sono improntate alla franchezza: la comunità musulmana paga le sale di cui ha bisogno, non chiede nulla, non si lega a questo o a quel partito. Nelle consultazioni del 18 dicembre per l’elezione del direttorio della comunità e dell’imam, per dodici ore i carabinieri hanno preso posto nella moschea, per il corretto svolgimento delle operazioni di voto. La moschea di Colle Val d’Elsa è affiliata all’Ucoii, anche se le posizioni dei suoi dirigenti sono da sempre state più moderate di quelle espresse negli ultimi anni dall’associazione. L’imam Feras Sui tappeti della piccola moschea, accanto ad una libreria che ospita edizioni in italiano e in arabo del Corano, qualche volume di Tariq Ramadan, un computer e dei libretti d’educazione civica, mi intrattengo con Jabareen Feras, 37 anni, nato a Afula, cittadino arabo- israeliano dal 1996 in Italia. Non facciamo a tempo a cominciare la conversazione che l’imam viene interrotto da una telefonata. Mi pare perplesso, finché ne comprendo la ragione: Era un comandante dei carabinieri – mi spiega – : mi invita a partecipare come relatore a un seminario sulla integrazione degli immigrati, organizzato proprio dall’Arma. L’imam appare in effetti un po’ scoraggiato: Sono anni e anni che stiamo lavorando per una buona integrazione. Pensavo di esser giunto a buoni risultati, ma mi sbagliavo. Il clima sta cambiando. È dal 1999 che si parla di questo centro islamico, mica da ieri! Convengo che si possa contestare l’opportunità di costruirlo, ma vorrei che si rimanesse nell’ambito delle discussioni civili. Feras aveva invitato tempo addietro anche i rappresentanti della opposizione nella moschea, per dimostrare che non era un covo di terroristi e che l’accoglienza non era riservata solo a quelli della sinistra. Ed accettò di farli entrare, anche se questi si rifiutarono di togliersi le scarpe… Lo stesso Feras, all’indomani dell’11 settembre 2001, aveva organizzato, subito dopo aver condannato ogni forma di terrorismo, un convegno intitolato Pace e fratellanza, al quale aveva invitato anche esponenti del mondo ebraico e cristiano, buddhisti e indù. La moschea l’avremmo già da tempo se avessimo voluto fare tutto da soli – mi spiega -; avremmo potuto comprare un edificio e trasformarlo in luogo di culto; ma volevamo dare un segno di dialogo, portare l’intera nostra comunità a capire la necessità della integrazione nel territorio locale. Nel nuovo centro culturale tutto verrà fatto in coabitazione con le istituzioni locali, e sarà impossibile alla comunità islamica rivendicare un suo uso esclusivo. Certo, talvolta fra la mia gente c’è chi dice che sono troppo condiscendente con le istituzioni. Ma così facendo rischierei di buttare all’aria decenni di lavoro comune, di integrazione nei fatti. Integrazione in effetti vuol dire lavorare con la gente e inventare nuove forme di dialogo. Vuol dire iniettare nella popolazione musulmana idee di pace e fraternità, sperando che anche nel resto della popolazione ciò avvenga. Le recenti contestazioni Le ultime contestazioni, va detto, hanno rischiato di compromettere la compattezza della comunità musulmana. Ma, nonostante le provocazioni, l’a priori positivo nei confronti della popolazione senese non è scemato. In ogni caso le mie parole – avverte Feras – non possono essere usate come clave per dividere la mia comunità. Comunità che taluni ritengono in procinto di spaccarsi: I musulmani – precisa il parroco – stanno paradossalmente conoscendo le fratture delle nostre società occidentali e le contestazioni all’imam aumentano. Ma non mi sembra che i problemi siano insormontabili. Chiedo a Feras se si siano registrati attacchi da parte di frange estremiste musulmane. No, salvo qualche provocazione proveniente da estranei. E anche quando un marocchino che rappresentava solo sé stesso ha cercato di mettere zizzania nel nostro centro, ecco che è stato sconfessato dai suoi stessi connazionali. Poi continua: Il problema della identità musulmana è molto forte nei Paesi islamici, e ancora di più nelle comunità dei Paesi europei. Serve una continua opera di dialogo e di dissuasione, se necessario. Addirittura tra i musulmani c’è chi si aspetta che la moschea qui non venga costruita, in modo da dimostrare che non c’è reciprocità nemmeno da parte italiana nel rispetto del culto altrui…. Il sindaco deciso Ma tra un paio di mesi il primo colpo di piccone dovrebbe essere una realtà, mi spiega il sindaco Paolo Brogioni. E aggiunge: Penso che la costruzione si debba fare, è da sempre nei miei programmi. Certo, negli ultimi tempi sono emersi problemi di accettazione del progetto da parte della popolazione. Non me li aspettavo, certamente frutto anche del cambiamento di clima internazionale nei confronti dell’Islam dopo il settembre 2001. E pensare che questa struttura vuole essere solo uno strumento di dialogo e di integrazione! Il comitato che gestirà il centro, infatti, potrà in questo modo indurre una sorta di integrazione condivisa su settori della popolazione che altrimenti sarebbero emarginati e creerebbero delle strutture alternative negli scantinati, accentuando così la loro emarginazione… Questo vorrei dire a chi ha cambiato idea in questi anni. L’alternativa è chiara: integrazione o emarginazione.

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