Una fede più adulta

In principio. Il viaggio inizia da lontano. A marzo, quando ci si iscrive, c’è ancora Giovanni Paolo II. Tutti sanno che sta male, tutti sperano che comunque a Colonia ci vada. Dico: Vengo, perché credo sia l’ultimo viaggio di Giovanni Paolo. È un po’ il sentimento di tutti. Ma il papa muore. Si parte comunque, anche con Benedetto. D’altronde, Colonia è il luogo ideale per un pellegrinaggio: ci sono le spoglie dei Magi, pellegrini per eccellenza. Pellegrini o viaggiatori? Ci sono due modi di affrontare un viaggio di fede: da pellegrino o da viaggiatore. Il pellegrino ha un solo scopo, non si lascia distrarre da quanto c’è attorno, guarda dritto davanti a sé. È il viaggio dei Magi: vedono la stella, la seguono, senza deviazioni. Arrivano in tre mesi. Tre mesi per un percorso di due anni. Tanto Gaspare, Melchiorre e Baldassare ci metteranno a tornare nella loro terra. Senza lo sguardo fisso sulla stella, è più facile deviare, adagiarsi, guardarsi intorno con curiosità, ma anche con inquietudine, perché l’incertezza della strada ha spesso il sopravvento. C’è un villaggio, chiediamo informazioni, magari fermiamoci a mangiare qualcosa. E noi, cosa siamo? Sappiamo qual è lo scopo del pellegrinaggio: Siamo venuti per adorarlo. Ma l’inizio è da viaggiatore. Quando ci consegnano il kit degli italiani è tutto un curiosare. Ci si preoccupa di cose pratiche, si pensa a quello che si vedrà. Il martedì prima della partenza, riunione generale. Rinfresco e spettacolo. Tra la musica di Vasco (Voglio trovare un senso a questa vita) e quella di Vecchioni (Sogna, ragazzo, sogna ), uno scambio epistolare sulla scena ci ricorda la nostra voglia di eternità. Ecco, lo spirito della nostra Gmg è tutto racchiuso lì. A Düsseldorf. La stella si vede a Colonia, al di là del Reno, su un edificio cilindrico che sovrasta Messe Deutz. Si percepisce dietro il duomo, dove spicca la gigantografia di Giovanni Paolo II, un mosaico fatto dalle foto delle persone che hanno incontrato il papa. Noi, però, stiamo a Düsseldorf. Siamo ospitati nella parrocchia di Saint Jozef. Non è lungo il tratto che va dalla stazione alla chiesa, si fa a piedi. Sulla strada e sui marciapiedi, alcuni disegni: un piede, poi un altro, come impronte che camminano, dai colori sgargianti (verde brillante, arancione), che segnano la strada. E, sotto, la scritta: Be a king, sii un re. A cosa serve?, chiedo a un sacerdote. Serve a far ritrovare a tutti i pellegrini la strada della chiesa . Anche perché, oltre noi, in parrocchia ci sono anche americani, messicani, congolesi, francesi, olandesi. Perché la scritta: sii un re?. Domanda ingenua. Per invitare tutti ad essere come i Re Magi. La prima celebrazione è a Saint Jozef. In fondo alla chiesa, dietro l’altare c’è una croce. E alla sua base, un ostensorio. Chiacchiero con Angela. Ha 18 anni, viene dall’Illinois (Usa), con il suo gruppo. Siamo venuti già la settimana scorsa, e ci siamo fermati ad Amsterdam. Lì ci siamo preparati con catechesi, workshop, dibattiti, mi racconta. Il programma è foltissimo. Perdiamo la prima messa del cardinale Lehamann, perché abbiamo seguito la nostra stella, e abbiamo accompagnato Giovanni, un seminarista, a Colonia, nella chiesa di San Pantaleone, a prendere il pass per l’incontro con Benedetto. La chiesa è antichissima. Entriamo: c’è una enorme menorah all’ingresso. Un volontario, in ginocchio, si è messo da parte, e prega. Ma perdiamo tempo prezioso: non c’è più posto allo stadio (dove si dice Messa), non ci resta che tornare a casa. Giovanni si sprofonda su una panchina nel cortile, in silenzio. Sai, questo è il momento della giornata che mi sto godendo di più? Manca un po’ di contemplazione. Il mercoledì, la prima catechesi, di monsignor Betori, che ci racconta come il cristiano debba essere un po’ luce, un po’ lievito. È il giorno in cui arriva la notizia che frere Roger, il papà di Taizé, è stato assassinato. Ci rende tristi. In particolare, Remo. Ha una quarantina d’anni, ora è in comunità (un incidente di percorso), negli anni Settanta, due volte è andato a Taizé. È anche il giorno di Italyani, la festa per chiunque abbia sangue italiano nelle vene. C’è chiasso, tanto che, quando il cardinal Ruini introduce la preghiera, non ci si riesce a raccogliere. È un peccato, si è perso del tutto il momento, mi dice don Nello. Sul Reno. Benedetto arriva giovedì 18. Moltissimi lo aspettano in Roncalli Platz, dove terrà il discorso. Noi preferiamo guardarne l’arrivo sulla riva. Passa una barca, poi un’altra,. Il papa è passato, se non te ne sei accorto , mi dice una ragazza. Delusi, cominciamo a armeggiare con le radioline della traduzione, mentre il papa esorta a seguire Cristo, che nulla toglie, ma tutto porta a perfezione. Ma abbiamo ancora lo sguardo sul Reno. Più che l’ascolto della Parola, in questo momento è l’evento che interessa. L’impatto mediatico, a volte, è così roboante che si perde il senso delle cose. Il papa ripassa, una, due volte, e siamo più soddisfatti. La sera, al Duomo. L’edificio si staglia davanti a noi da quando siamo arrivati, con le sue guglie slanciate. L’interno lascia senza fiato. Mi sorprendo a guardare le vetrate, le biblia pauperum. La Parola in immagini, come in tv. A conoscerne la chiave, si può leggere lungo la chiesa la più grande storia mai raccontata. Nel frattempo, l’enorme organo pompa Bach, Haendel, Mozart. Davanti alle spoglie dei Magi, la stasi è immensa. Forse è solo ora che si comincia davvero a essere pellegrini. La svolta. 19 agosto: catechesi di Edoardo Menichelli, peccatore come voi, perdonato come voi, con una crisi spirituale in passato della quale non vuole parlare, perché mi fa male spiritualmente. Ammonisce: Ormai non ci si può più scordare del mondo . Ricorda: La tentazione più grande è quella di voler tenere Cristo per sé. Aggiunge: Bisogna essenzializzare Cristo nella nostra vita. Ovazione. Mentre ci si prepara alla messa, è tutto un fiorire di commenti. Hai preso appunti? Tre pagine fitte. E mi rendo conto che in fondo la voglia di eternità e forte, servono solo linguaggi concreti, radicali. A messa, Menichelli ci guarda uno a uno nel volto. Ho visto tante facce gioiose, ma anche tanti volti che si sono rabbuiati. Può darsi che le mie parole gli siano arrivate diritte, e prego perché sui loro volti torni la gioia. Marienfeld. Ultima tappa. Ci si arriva dopo quattro chilometri di cammino, tra il calore della gente che ci apre le proprie case. Il campo è un pantano. Ci accorgiamo che c’è una cappella per l’adorazione. Niente la indica, ma è lì, ben visibile. E anche piuttosto vicina, per noi che siamo molto distanti e il papa lo possiamo vedere solo dai maxischermi. Davanti ai confessori file immense. Siamo spossati, ma abbiamo voglia di veglia. Ma la veglia scivola via tra la distrazione. Alcuni dormono, altri cercano di pregare. Entra il Santissimo, Benedetto lo prende tra le mani. Qualcuno si inginocchia, molti non se ne accorgono. Poi, la benedizione, senza parole. Le poteva dire almeno due parole, dice un ragazzo. Inutile spiegare che la benedizione con il Santissimo si fa senza formule. C’è chi è venuto per vedere qualcosa, e quel qualcosa non lo ha visto. È deluso. E c’è chi invece pensa positivo: Bella l’idea della cappella dell’adorazione, ma almeno un’indicazione ci poteva essere per indicarla, no? Bella la provocazione del Santissimo, ma almeno qualcuno la poteva introdurre, mi fa notare Cristina. Dopo la notte. A messa, il giorno seguente, il papa ci invita a non seguire una religione fai da te. Come fanno molti. C’è anche chi si interessa anche di altre religioni, viaggiando con curiosità da un’esperienza all’altra. Turisti della fede. Il papa raccoglie la sfida: spiega il vangelo, invita a studiare il catechismo, a conoscere la propria fede. Non tutti colgono. Una predica breve, e non ha parlato ai giovani, dice Silvia. Cristina, invece, ha apprezzato: A me, per la persona che sono, mi piace un’omelia sulla Parola, senza fronzoli. Il ritorno. Tutti contenti, alla fine. Anche se qualcuno si aspettava di più. La ricerca di eternità è volata via nell’arco di una settimana piena, i realtà senza momenti per la contemplazione. E, senza riflessione, comprendere la parola del papa è stato difficile. Si sente mancare nell’aria il carisma, il magnetismo di Giovanni Paolo II. Benedetto XVI ha cercato di trasformare i viaggiatori in pellegrini, di depurare un po’ dall’impatto mediatico. Un messaggio che pochi avrebbero potuto cogliere subito, sorpresi dal brusco cambiamento di prospettiva. Sidney sarà sicuramente meno mediatizzata. Forse meno partecipata. Ma chi ci sarà avrà raccolto la sfida di una fede più consapevole, più adulta.

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