Una dottrina per cambiare le cose

Era ormai notte e stavano tornando in macchina verso la parrocchia. Ezechiele Ramin, giovane missionario comboniano, era partito qualche tempo prima dal Veneto, per approdare a Ji-Paranà, in Brasile; aveva partecipato, col suo amico sindacalista, a una riunione di contadini. Quei contadini poveri che affollavano la chiesa, la domenica, e lottavano duramente, tutti gli altri giorni, per sopravvivere. Chi era senza terra, da quelle parti, era condannato a dissodare ogni anno un nuovo terreno: seminava, raccoglieva, e subito dopo i pistoleros di qualche latifondista lo cacciavano via, per riprendersi la terra da utilizzare per una coltura intensiva oppure, semplicemente, per tenerla incolta, ma senza il fastidio dei poveri che la occupavano. Ezechiele era venuto per fare il prete, non il sindacalista. Ma in quella zona, a metà degli anni Ottanta, le ferite inflitte alla dignità umana dal lunedì al sabato si scontravano radicalmente con il Vangelo predicato la domenica: se non si riusciva a garantire una vita dignitosa, non ci sarebbero mai state le orecchie per ascoltare la buona novella dell’uguaglianza e della carità; e poi, come parlare dell’amore di Dio Padre a dei bambini che il proprio padre lo perdevano presto, logorato dalla fatica all’età in cui, in Europa, i padri fanno ancora progetti per il futuro? Ecco spiegato che cosa ci faceva Ezechiele, di notte, con un sindacali- sta, in mezzo alla campagna: faceva il prete. La strada, deserta, si prestava a immaginare i peggiori incubi; che puntualmente si realizzarono: ecco gli assassini appostati, la macchina che si avvicina, gli spari. Un peso in più sulla coscienza di pochi, una speranza in meno nella vita di molti. Al leggere la notizia – un banale trafiletto su un grande quotidiano – mi venne da piangere; di rabbia contro gli assassini, di dolore per chi se n’era andato prima del tempo; e pensai che era stato versato altro sangue, e che il sangue dei giusti non scorre mai invano. Poco dopo, uscì l’enciclica Sollicitudo rei socialis: un testo che ribadiva l’opzione preferenziale per i poveri, che dava nuove conoscenze e nuova consapevolezza nella lotta della chiesa e dell’umanità per la dignità dei poveri e per lo sviluppo. Ecco, mi dissi, il sangue versato ha compiuto il suo cammino: perché le encicliche si scrivono a Roma, ma l’inchiostro viene da Ji-Paranà. È uscito in questi giorni un libro, che sintetizza tutto ciò che la chiesa ha imparato dal sacrificio di molti: è il Compendio della dottrina sociale cristiana preparato dal Pontificio consiglio della giustizia e della pace; anni di lavoro hanno prodotto un volume neppure troppo grosso: 300 pagine di testo; altre 200 di indici, utili strumenti di lavoro che rimandano sia a ciò che il Compendio contiene, sia ai documenti ecclesiali che compongono la dottrina. Di che si tratta? Lo spiegano, nella loro presentazione, il presidente e il segretario del Pontificio consiglio, il cardinale Martino e il vescovo Crepaldi, che si è particolarmente dedicato ai lavori per il Compendio: Trasformare la realtà sociale con la forza del Vangelo, testimoniata da donne e uomini fedeli a Gesù Cristo, è sempre stata una sfida e lo è ancora, all’inizio del terzo millennio dell’era cristiana . Il testo serve appunto per sostenere e spronare l’azione dei cristiani in campo sociale, specialmente dei fedeli laici, dei quali questo ambito è proprio. La salvezza, infatti, sostiene il Compendio, si realizza nella vita nuova che attende i giusti dopo la morte, ma investe anche tutte le realtà di questo mondo, perché è una salvezza integrale. Con la sua dottrina sociale, la chiesa offre un contributo di verità allo sforzo che la saggezza delle civiltà e delle culture compie per rispondere alle domande fondamentali dell’esistenza, per aiutare, cioè, l’uomo a comprendere fino in fondo chi egli sia. E colpisce il fatto che proprio nelle prime pagine il testo ricordi il monito scritto nell’architrave del tempio di Delfi, e che da sempre è considerato come la parola- chiave della ricerca filosofica: Conosci te stesso. Che bisogno ha la chiesa, si potrebbe chiedere qualcuno, di ricorrere alla filosofia? Non possiede forse tutta la verità sull’uomo che le è stata affidata, appunto, attraverso la Rive- lazione? Il fatto è, come spiega il cardinale Sodano nella sua lettera che presenta il testo, che i princìpi della dottrina sociale cattolica, confermati ed avvalorati, nella fede della chiesa, dal Vangelo, poggiano sulla legge naturale che è scritta nella coscienza di ogni essere umano. Per questo la dottrina sociale – e in particolare il Compendio – si rivolge non solo alle chiese, ma anche ai fedeli di altre religioni e a tutti gli uomini di buona volontà, proponendo un umanesimo integrale e solidale, capace di animare un nuovo ordine sociale, economico e politico, fondato sulla dignità e sulla libertà di ogni persona umana, da attuare nella pace, nella giustizia e nella solidarietà. La dottrina sociale è, certamente, dottrina teologica, in quanto ha le proprie radici nella Rivelazione; ma considera anche la filosofia, cioè la ricerca da parte della retta ragione umana, come proprio fondamento; e si apre anche – rivelando una importante dimensione interdisciplinare – ai contributi che le diverse scienze possono offrire alla comprensione dell’uomo e delle situazioni storiche. Così che ragione e fede si integrano a vicenda, facendo della dottrina sociale un conoscere illuminato dalla fede, che accoglie al proprio interno e rielabora tutte le conoscenze e le esperienze umane capaci di dare un contributo. E di conseguenza, la dottrina sociale non si limita a parlare a nome degli uomini, e specialmente degli ultimi, di coloro che non hanno voce, ma vale anche il reciproco: la dottrina è composta anche dalla vita e dall’intelligenza dell’umanità – di tutta l’umanità e non solo dei cristiani – che diventa soggetto propulsore della dottrina stessa. Il Compendio spiega la missione della chiesa nel mondo, e sintetizza l’etica della sessualità e della famiglia, dell’economia e del lavoro, della politica nei suoi aspetti interni e in quelli internazionali. Dedica spazio ai nuovi diritti, alle questioni ambientali, ai problemi contemporanei della democrazia e della pace, dimostrando attenzione anche nei confronti delle sfide – quali il terrorismo internazionale e le problematiche della guerra preventiva – che più recentemente hanno provocato le coscienze. Leggiamolo questo libro, studiamolo. Un libro che dovrebbe stare, nelle nostre case, accanto alla Bibbia; perché se questa contiene la Parola, la dottrina sociale contiene la Parola vissuta e da vivere ulteriormente. E a sfogliarlo ti dimentichi che è un libro, perché pare di toccare carne viva, le vive ragioni che strutturano la fede e la viva fede che illumina la ragione. Il prete e il sindacalista. DOTTRINA SOCIALE COME DOTTRINA D’AMORE Intervista col prof. Piero Coda Uno degli aspetti che più hanno colpito i lettori del Compendio è la nuova impostazione dell’antropologia con la quale esso si apre: una visione dell’uomo che spinge a cercare di mettere in pratica tutte le possibilità dell’amore nei diversi campi dell’impegno umano; così che potremmo definire la dottrina sociale cristiana come la declinazione dell’amore in tutte le sue espressioni sociali. Ne parliamo col prof. Piero Coda, professore di teologia dogmatica alla Pontificia Università Lateranense e presidente dell’Associazione dei teologi italiani. Prof. Coda, qual è il significato dell’originale impostazione antropologica data dal compendio a tutta la dottrina sociale della chiesa? La visione antropologica del Compendio getta le sue radici nella prospettiva della Gaudium et spes, del Concilio Vaticano II e nella rilettura che ne ha fatto Giovanni Paolo II; e tiene conto dell’esperienza maturata nella vita della chiesa e della sua presenza all’interno delle realtà sociali negli ultimi decenni; è un’esperienza di rinnovata vitalità, a partire dalla originalità della fede e dell’esistenza cristiana. In questo senso, un aspetto innovativo è la prospettiva trinitaria con la quale viene letta l’esistenza umana, come realizzazione della immagine e somiglianza con Dio, mettendone in rilievo le conseguenze nel campo della relazione sociale, dell’attività politica ed economica. C’è un termine che compare spesso, e in posizioni strategiche, nei titoli dei capitoli, ed è amore: si parla della persona umana all’interno del disegno d’amore di Dio. C’è una relazione tra l’impostazione antropologica trinitaria e questa sottolineatura dell’amore? Assolutamente sì, perché il Dio cristiano, essendo Amore, è Trinità: proprio in quanto si rivela, in Gesù, come Amore, si rivela come comunione dei distinti, in cui ciascuno realizza se stesso in relazione all’altro, in una comunione che è eccedente ed aperta universalmente. Concentrare l’antropologia in questa visione trinitaria vuol dire vedere il nucleo e il destino della persona umana nell’ottica del comandamento nuovo di Gesù: l’amore reciproco, che è la quintessenza dell’originalità cristiana e, come ha detto più volte il papa, è il fermento di tutta la presenza cristiana nel sociale e nel politico.

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