Una cultura della sconfitta

¦ Il calcio ingoia la medicina amara, ma necessaria, delle norme repressive. Partite a porte chiuse negli stadi non in regola, stop alle trasferte con biglietti di massa, divieto preventivo di ingresso allo stadio ai soggetti pericolosi: risposte concrete alla diffusa richiesta di sicurezza, di ordine pubblico rinforzato. Non è compito del Ministero degli Interni trovare soluzioni preventive, educative, costruttive. Ma se le trovassimo, potremo sperare che quelli che oggi sono bambini tra dieci anni non tireranno una bomba carta né a un poliziotto, né a un tifoso avversario. Non si tratta tanto di risanare gli stadi, ma chi li frequenta. Non sono soluzioni che si materializzano nel livore della tragedia, né in tempi brevi.Ma sono indispensabili. Perché il calcio, pure il calcio, è anche convivenza civile, trasmissione di valori che da qualche parte ancora, nonostante tutto, resistono. Perché il calcio è oggi divenuto una cosa troppo grande ed ha il monopolio delle televisioni ed il carisma delle religioni. E perché questa ennesima notte del pallone ha radici profonde: viene dall’insalubre orgoglio di essere contro, dalla finta diversità di quelli che cercano ciò che non sono dietro una bandiera calcistica. Un estremismo reso alla moda dagli slogan che le televisioni rendono pubblici, con giornalisti, sociologi, opinionisti che soffiano sul fuoco dei presunti torti arbitrali subiti o delle faziosità. Le guerriglie del calcio non sono mai spontanee. E non lo sono le soluzioni. Occorre ricercarle con volontà e fermezza nella vita di ciascuno di noi e delle componenti della società in cui viviamo. E che vogliamo civile. Gli operatori dei media sono invitati a tramutare la cultura del nemico in quella dell’avversario sportivo. E ad estromettere dalla propria categoria chi getta cerini nella benzina delle polemiche. I diritti dell’informazione comportano anche qualche dovere. Va posto un freno alla spettacolarizzazione esasperata che sta provocando la banalizzazione dei valori e l’esaltazione del banale. Dare alle forze dell’ordine strumenti più efficaci per difendersi e difendere (protrarre la flagranza a 48 ore, vedere puniti i colpevoli anziché ritrovarseli in curva la domenica dopo, obbligare ai lavori sociali chi ha provocato dei danni…) è un dovuto obbligo civile. Il mondo del calcio ha un ruolo importante nel marcare una svolta. I club moderando gli stipendi dei giocatori, sciogliendo le connivenze con i propri ultrà, invitando giocatori e dirigenti a trattenersi da comportamenti che inducono reazioni violente, impegnandosi in prima persona per la sicurezza negli stadi e risarcendo i danni provocati dai loro presunti sostenitori. E resistendo al fascino dei quattrini di uno sport venduto alle paytv per riaffollare invece gli stadi di famiglie. La Federcalcio facendosi promotrice, con le altre agenzie educative, di una sana cultura dello sport: praticato prima che tifato, gratuito prima che monetizzato, giocato prima che vinto. Incoraggia l’invocazione sempre più diffusa, che si ode in questi giorni, di una cultura della sconfitta. Ma è necessario che essa sia qualcosa di più pregnante che il saper sorridere di fronte ad un insuccesso. È saper riconoscere le qualità ed i meriti dell’avversario. È lasciare agli allenatori il tempo di lavorare senza l’unico assillo dei risultati. È educare i genitori ad atteggiamenti responsabili nei confronti dei figli, invitandoli all’impegno ed al sacrificio, senza voler veder in loro i potenziali campioni di domani. È credere ed investire nei vivai giovanili, concedendo specie ai più giovani il diritto di sbagliare e di giocare divertendosi. E via dicendo. Senza dimenticare che se rinunciassimo tutti un po’ alla dieta fatta dal monoalimento calcistico avremmo tanto da imparare dagli altri sport.

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