Una crepa o una crisi profonda?

Al centro della cronaca politica le nuove espulsioni di alcuni parlamentari e le tensioni all’interno del M5S. Domande aperte sul ruolo di Beppe Grillo e il sistema delle regole interne
Beppe Grillo

Si naviga a vista. Anche in fatto di numeri. Ai quattro senatori espulsi e ai cinque che hanno annunciato le dimissioni si sono aggiunti i deputati Catalano e Tacconi, mentre altri quattro loro colleghi sembrano prossimi a salutare la compagnia. Questo è il bilancio del secondo giorno del dissenso in grande stile all’interno del Movimento 5 Stelle. Segnali di qualche crepa non erano mancati in questo “anno uno” dell’esperienza parlamentare della compagine penta stellata, ma quello a cui stiamo assistendo può indicare e anticipare una diffusa crisi interna e forse pregiudicare quel gradimento manifestato il 25 febbraio di un anno fa, quando un elettorato scontento dei partiti tradizionali premiò Grillo in maniera inattesa e rilevante, spedendo in parlamento 109 deputati e 54 senatori.

Ma andiamo agli ultimi fatti. Anzi, in questo caso alle parole di Grillo. Quelle usate per spiegare l’espulsione dei quattro senatori. «A me dispiace, perché in fondo non c’è niente di drammatico, però non sono più in sintonia con il Movimento». E ancora: «Non capisco le loro motivazioni ideologiche: “Grillo non si fa mai vedere, Grillo dall’alto, il blog di Casaleggio”». Poi aggiunge: «Non ci possiamo permettere ancora di parlare di gente che bisbiglia ai giornali. Dopo cinque minuti che hai parlato sei sul giornale con il titolone».

L’assemblea notturna dei parlamentari M5S è stata drammatica, con accuse e lacrime. La maggioranza ha deciso l’espulsione della subito definita “banda dei quattro”. La decisione è stata poi sottoposta al voto degli iscritti al blog di Grillo, che è stata ratificata con quasi 30 mila favorevoli e 13.500 contrari. La consultazione è stata preceduta da un messaggio video di Grillo, in cui manifestava la propria posizione: «Spero che la rete deciderà e confermerà il verdetto dell’assemblea dei parlamentari». E così è andato.

Lo scenario di prima istanza che si apre è quello della costituzione di un gruppo parlamentare autonomo di ex 5 Stelle, se non confluiscono nel gruppo misto. I numeri vanno assumendo consistenza. Dall’ingresso in Parlamento del Movimento vanno infatti registrati il 30 aprile l’espulsione del senatore Mastrangeli, il 7 giugno l’abbandono dei deputati Furnari e Labriola, il 19 giugno la cacciata della senatrice Gambaro e l’addio di De Pin e Anitori. Per il futuro di M5S, Grillo manifesta comunque sicurezza: «Saremo più puri e più coesi». E si prepara alle elezioni europee.

Ma dentro M5S sono giorni convulsi, con tante domande. Quelle di una minoranza di parlamentari, che chiede maggiore voce in capitolo nelle scelte da prendere, e quelle del grillino sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, che chiede: «Dateci elementi sulle colpe dei quattro senatori espulsi. Io non ho capito quest’azione così forte e che non concede appello». «Basta. Voglio tornare a casa, così non va. Sono stata eletta in questo gruppo e non andrò in un altro», ha concluso amareggiata la senatrice Bencini, cui ha fatto eco la collega Mussini: «Mi dimetto, perché voglio un Movimento sano». Insomma, una cosa sono lo spirito e la visione, un’altra sono i metodi, le logiche e le procedure. Eppure, ci sembra che i due ambiti siano strettamente connessi e doverosamente interdipendenti. Se manca qualche elemento, nulla si regge.

Le posizioni ufficiali sono difese dal senatore Nicola Morra. «Siamo sotto assedio, è chiaro. E in un assedio non puoi certo fare finta di niente se c’è chi , tra le tue fila, trama contro», ha affermato, spiegando che «c’è chi chiama il giornalista e gli racconta il retroscena, c’è quell’altro che va alla tivù e parla a ruota libera».

«Viene affermato un principio di autorità che ricorda molto il Pci degli anni Cinquanta», ha scritto Marco Imarisio sul Corriere della Sera. Un giudizio pesante, ma che mette in evidenza la diversità di M5S. Il leader Grillo resta coerente con sé stesso: le decisioni prese (e i commenti di vari parlamentari del gruppo) dicono che a lui non serve la dialettica interna ai gruppi parlamentari del Movimento, che la democrazia interna non risponde ai canoni classici ma è vissuta con la modalità della consultazione delle Rete.

Alla rete s’è piegato, quando gli ha chiesto di non mancare alla consultazione con il presidente incaricato Renzi, ma l’incontro, come ricorderete, non ha aperto una trattativa ma si è accartocciato in un monologo. Logica che ricordava la sostanza di quel celebre video che il leader M5S postò allorché in Emilia Romagna s’era verificata una piccola insurrezione: «Chi non la pensa come me vada fuori dalle…».

Eppure, nella sua strategia di «distruggere il sistema», Grillo ha saputo portare all’attenzione del vasto pubblico temi fondamentali ma relegati ai margini dai partiti tradizionali, tutti impegnati nell’autoconservazione del sistema, dei suoi benefici, dei suoi scarsi controlli. Il  monologo di fronte a Renzi ha posto in luce il suo voler continuare ad essere “altro”, tanto da non gradire il fatto che alcune proposte del Movimento siano state fatte proprie dal nuovo governo.

Quel che resta vero è che, per Grillo, tutti i partiti tradizionali non sono riformabili (e ne hanno offerto, purtroppo, ampia dimostrazione) e che, con loro, la politica non potrà cambiare. Illusorio perciò ritenere che il sistema si possa cambiare dall’interno. Ne consegue che risulterebbe inutile, se non controproducente, l’apporto che i tanti senatori e deputati del M5S stanno dando in Parlamento per il varo di buone leggi. Peccato che l’articolo 67 della Costituzione stabilisca che «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato», cioè con piena libertà di espressione nei confronti del proprio elettorato e del proprio partito. Staremo a vedere i possibili sviluppi in casa 5 Stelle.

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