Una città, tante sfide

A Fondi, in provincia di Latina, l’impegno civile per ricostruire un tessuto sociale minato da non poche difficoltà.
Fondi
È una bella giornata di sole quella che ci accoglie a Fondi, comune di medie dimensioni (35 mila abitanti), situato tra Roma e Napoli, in provincia di Latina. I treni da e per la capitale, frequenti e frequentati, dicono il rapporto stretto tra i fondani e la vicina Urbe. Migliaia i pendolari che viaggiano ogni giorno: universitari, lavoratori, persone che affluiscono nei vari ospedali della capitale così come nei suoi grandi centri commerciali.

 

Fondi deve il suo nome alla particolare posizione all’interno di un’ampia vallata, circondata dai monti Aurunci ed Ausoni. I fondani si vantano del fatto che a loro non manca niente dal punto di vista geografico: valle e monti, ma anche un tratto di mare e due laghi, quelli di Fondi e San Puoto. Per non parlare della storia antica e a tratti gloriosa della città, il cui primo nucleo abitativo risale al X sec. a. C.

 

La storia più recente non ha risparmiato alla città travagli di varia natura: in particolare l’emersione di un substrato di corruzione che ha inficiato l’economia così come la politica, lasciando sgomenti i cittadini onesti che si sono sentiti impotenti di fronte alle proporzioni del malessere. Tra incredulità e sbigottimento, c’è chi ha scelto di chiudere gli occhi, chi di gettare la spugna, chi, invece, ha deciso di non rassegnarsi continuando o avviando percorsi di impegno civico. Tante le domande e numerosi i tentativi di risposta che, quasi come un fiume carsico, irrorano la società civile nelle sue radici, alimentano quell’attenzione mai sopita al “vicino di casa” che fa parte della cultura fondana.

 

Il grande mercato

 

Non possiamo parlare di Fondi senza fare riferimento al Mof, il mercato ortofrutticolo più grande d’Italia, che la rende nota anche fuori dai confini nazionali. Esteso su una superficie di 335 ettari, promuove e coordina tutte le attività connesse alla filiera agroalimentare: dalla ricerca delle aree di coltivazione più adatte per ciascun prodotto alla qualificazione del sistema produttivo, dal confezionamento alla commercializzazione.

 

Per queste sue caratteristiche articolate è divenuto un polo di eccellenza a livello europeo: qui arrivano e ripartono 12 milioni di quintali di merce l’anno, per un fatturato che si aggira sul miliardo e mezzo di euro. Il 95 per cento dei 150 commercianti che vi lavorano è costituito da fondani, ma l’indotto lavorativo comprende fino a 5 mila persone delle più diverse nazionalità. In un’area troviamo i concessionari, nell’altra 80 unità produttive dotate di attrezzature tecnologicamente avanzate per il condizionamento, la conservazione e la lavorazione dei prodotti. Quello che fa la differenza con gli altri mercati italiani.

«Sempre più la domanda è differenziata – mi spiega Roberto Sepe, responsabile delle relazioni con il pubblico –, per cui il prodotto va “confezionato”». Ciò significa ad esempio, comporre una cassetta con arance tutte dello stesso diametro, allo stesso livello di maturazione, che siano pulite, lucidate. «Un processo di lavorazione che facciamo solo a Fondi», sottolinea Sepe.

 

Non è difficile immaginare quanto sia complesso gestire nella trasparenza una struttura simile, tant’è che le difficoltà non sono mancate. Il Mof è per Fondi una sfida di legalità, oltre che una risorsa insostituibile per la sopravvivenza economica di centinaia di famiglie.

 

Gli immigrati

 

Gli immigrati, dicevamo: lavorano al Mof e non solo. A Fondi superano di poco le duemila unità. Il gruppo di gran lunga più consistente è quello dei rumeni (quasi 600) e poi vi sono un centinaio di pachistani, e presenze consistenti di cittadini nordafricani. Li vedi lungo le strade in bici, coi loro fet, mentre si recano al lavoro soprattutto nel settore agricolo.

 

In città ha sede una moschea dove affluiscono i musulmani di tutto il bacino pontino. Otman Elsharif ne è l’imam, ha una certa età. Di origine libica, ha girato il mondo e dal ’91 si è stabilito a Fondi, dove guida la comunità islamica della zona. «La nostra è ancora una moschea situata presso un locale in affitto e non mancano progetti futuri – mi confida –. Con alcuni amici cristiani e in collaborazione con le istituzioni locali sogniamo di avere un centro dove si possa non solo pregare, ma anche far giocare i bambini, offrire un posto di socializzazione agli anziani di qualsiasi nazionalità, creare attività a scopo non lucrativo per andare incontro ai bisogni delle famiglie in difficoltà».

 

Mi spiega infatti che nella sua cultura «pregare cinque volte al giorno è come acquistare la patente per poter diventare musulmano, ma poi occorre avere tutti i requisiti per guidare e cioè fare qualcosa per i fratelli, perché questa è la condizione primaria di tutti gli essere umani». Quindi non solo fra musulmani? «Assolutamente no. Se il tuo vicino è cristiano o ebreo, meglio ancora, un’occasione in più per crescere nella fraternità». Gli chiedo com’è il rapporto con la città. «C’è rispetto reciproco – risponde –, anche perché stiamo molto attenti a tenere lontano qualche eventuale “testa calda”. Se non va via spontaneamente, lo segnaliamo alle autorità».

 

L’amministrazione

 

Va fiero della sua città, e non potrebbe essere diversamente, il sindaco Salvatore De Meo, quarantenne, di centrodestra, eletto nel marzo dello scorso anno dopo le recenti, note vicissitudini amministrative per le accuse rivolte a tanti politici di collusioni mafiose. Lo incontriamo nel palazzo comunale di recente costruzione nel pieno del dibattito sul federalismo fiscale e non manca di esprimerci le sue idee al riguardo. Una città con tante potenzialità non ancora del tutto espresse, da quelle culturali a quelle turistiche e commerciali, quella dipinta dal suo primo cittadino, con una tradizione agricola che è ancora oggi il settore trainante e un boom economico che negli anni passati ha assorbito tutte le energie della comunità.

 

Le criticità? «Occorre lavorare per sviluppare una maggiore coscienza civica e andare oltre quella resistenza culturale per la quale la vita sociale è affidata a pochi». Un sogno per Fondi? «Abbiamo un progetto ambizioso – ammette il sindaco –, quello di sviluppare la vocazione turistica della nostra città; vorremmo renderla moderna, garantire una migliore qualità della vita con più servizi a favore della cittadinanza e della famiglia e maggiore interazione con il mondo del volontariato».

 

Il volontariato

 

Già, il volontariato. Non credo di sbagliare affermando che è una delle maggiori risorse della città. Numerose le associazioni attive sul territorio, nate per dare risposta ai bisogni quotidiani della gente, vuoi sul fronte della disabilità o dell’infanzia difficile come della salute o dei diritti.

 

Morena Vincenti, presidente dell’Avis, è conosciuta in città per la sua grinta. Impegnata nell’associazione a tempo pieno da sempre, ci tiene a precisare che i risultati ottenuti in questi ultimi cinque anni si devono alla presenza attiva dei giovani. Al suo fianco, infatti, c’è Lidia Pastore, del consiglio direttivo e membro del consiglio nazionale giovani. È lei a raccontarmi il coinvolgimento di tanti suoi coetanei nella promozione di una sorta di “cultura del dono” che ha fatto balzare, ad esempio, il numero delle sacche di sangue raccolte da 274 nel 2005 a 1.111 nel 2010. «Abbiamo deciso di dare spazio ai giovani – sottolinea la presidente – che oltre ad essere preparati ed avere forza fisica e mentale, sanno essere come le ciliegie: una tira l’altra».

 

E così, con uno spontaneo passaparola, tanti giovani hanno aderito e si sono impegnati nelle più diverse iniziative: “Promossi in solidarietà” è un progetto indirizzato alle scuole superiori; “Donazione sportiva” è rivolto agli sportivi; “Il sangue non ha colore” coinvolge invece gli immigrati; “PedalAvis” praticamente tutta la città. Con 1100 donatori complessivi, di cui 540 dai 18 ai 34 anni, l’Avis di Fondi è tra i primi posti a livello nazionale.

 

La formica

 

«La nostra associazione è nata dal sogno di un gruppo di amici che volevano fare qualcosa per la loro città – mi raccontano Fabrizio Beronesi e Maurizio Fiorillo dell’associazione “La formica” –. Eravamo spinti dalla fede in Dio e dall’amore per l’uomo». Tutto nasce verso il 2000, quasi per caso. Si comincia con un musical, pensato come un regalo ad uno di loro che diventava sacerdote e che aggrega spontaneamente più di cento giovani; si continua con una squadra di calcio per ragazzini “segnalati” da scuole, Caritas, Comune; si arriva ad una Polisportiva con squadre iscritte ai campionati federali; si apre una bottega equo-solidale; si dà il via al progetto “Fuoriclasse” per il recupero scolastico…

 

«Una nuova fantasia di volontariato», amano definirla Fabrizio e Maurizio il cui problema principale è… frenare le idee. Anche perché basta guardarsi intorno per capire che da fare ce n’è. «Andare in giro per Fondi, ad esempio nella pausa pranzo – mi spiega Maurizio –, è molto interessante. Succede infatti di incontrare tanti giovani; la maggior parte di loro, però, o non fa niente, oppure si prepara uno spinello. Mi colpisce la sfrontatezza, quasi l’ostentazione di questo comportamento. D’altra parte non ci sono luoghi di aggregazione al di fuori di pub e sale giochi. In un contesto simile si capisce che per la malavita organizzata è più facile adescare il ragazzino». «Abbiamo visto l’importanza di tirarli fuori dal branco, di puntare a quei rapporti personali dove ognuno può esprimere liberamente la sua personalità», aggiunge Fabrizio.

 

L’allegra brigata

 

Appena fuori da Fondi, lungo l’Appia, visitiamo “L’allegra brigata”, un centro diurno per portatori di handicap, gestito dalla cooperativa “L’astrolabio”. Effettivamente la “brigata” che ci accoglie è molto allegra. Stefania, un’ospite del centro, festeggia il suo compleanno e Maria Civita, un’altra giovane ospite, fa gli onori di casa insieme alle operatrici. Ci porta a vedere il laboratorio di falegnameria, quello di ceramica, di cucito, la parruccheria, la palestra, l’aula didattica dove si elabora il giornalino e si impara «ad usare i soldi per poter fare la spesa», mi spiega. Fuori, invece, alcuni giovanotti stanno facendo giardinaggio.

 

Dalla chiacchierata con la responsabile del centro, Angela Carnevale, mi rendo conto che alla base di tutto c’è, come lei stessa afferma, «l’impegno a promuovere una nuova cultura, a superare retaggi mentali che impediscono di vincere una sorta di paura della disabilità. Lo facciamo con tante iniziative che si aprono al territorio, interagiscono con le famiglie, con le scuole, le istituzioni. Il nostro è un lavoro che può essere svolto solo se si è spinti da una grande passione». E, aggiungerei, a rendere protagonisti e felici ognuno dei trenta ospiti del centro, con più o meno gravi disabilità.

 

L’anima religiosa

 

Infine l’anima religiosa della città. Una tradizione antica, sei parrocchie, alcuni movimenti, un laicato ricettivo, una stima di fondo verso la Chiesa locale, l’apertura al nuovo e il bisogno di spiritualità: sfumature diverse che si colgono ascoltando laici e sacerdoti di Fondi. E se don Guerino, parroco nella storica chiesa di Santa Maria, ci racconta tra le altre cose del circolo culturale San Tommaso, nato nel 2007 da alcuni giovani per dar voce al pensiero cristiano in dialogo con le realtà civili, don Francesco ci porta nell’esperienza di fraternità sorta tra le mura del monastero di San Magno, un antico complesso restaurato che sta diventando sempre più un’oasi di spiritualità aperta a tutti. «Entra, chiunque tu sia», vi si trova scritto all’ingresso. E davvero qui arriva l’umanità più variegata.

Laboratori diversi, di pensiero, di azione, di preghiera perché «c’è il bisogno – mi confermano i “don” – che Dio parli al cuore e guarisca le ferite».

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