Chi l’avrebbe mai detto, ma Davide Livermore che firma regia, scene, costumi e luci dell’opera più rappresentata al mondo –insieme a Traviata e forse a Carmen e Barbiere – non esagera troppo questa volta, illustrando e accompagnando le “scene liriche in quattro quadri” che Illica e Giacosa scrissero per Puccini nel lavoro che poi Toscanini diresse per la “prima” a Torino nel 1896. E che, diciamolo pure, è la sua musica più diretta, post-romantica, sensibile e fresca, che conquista ancora, se la si esegue e la si ascolta “con amore”.
Così è nell’edizione attuale a Roma, dove Jader Bignamini dirige una orchestra attenta con sfumature che tendono non al rumoroso – tranne alcuni “scoppi” giusti – ma al soffice, al delicato, alle nuances che il maestro è capace di trarre da un tessuto sinfonico che esalta le arie dal percorso breve e incisivo, effusioni liriche di quattro ragazzi e due ragazze squattrinati in quel di Parigi.

La bohème, un totale. Foto: Fabrizio Sansoni-Opera di Roma 2026
Amore, malattia, morte, litigi, riappacificazioni e tanto sentimento si susseguono in una trama conosciutissima, eppure appare sempre nuova, perché è viva. Merito della direzione calibrata, dell’orchestra poco rumorosa (talora troppo?), del coro omogeneo e del cast.
La protagonista Carolina López Moreno ha voce duttile, estesa, talora con qualche esitazione nell’intonazione ed è una buona attrice in una regia misurata e comprensibile, brava è sempre la Musetta di Desirée Rancatore.

La bohème, Carolina López Moreno (Mimì), Saimir Pirgu (Rodolfo). Foto: Fabrizio Sansoni-Opera di Roma 2026
Il Rodolfo di Saimir Pirgu è espansivo, generoso, quando usa le mezze voci è davvero notevole, bravo attore che tenderebbe talora nei duetti ad emergere sul soprano. I tre amici di Rodolfo, Marcello, Schaunard e Colline sono un quartetto attoriale simpatico (Nicola Alaimo che mima un balletto è delizioso), hanno voci misurate e gradevoli: sentire la romanza “Vecchia zimarra” cantata con tanto equilibrio dal basso inglese William Thomas è una bella sorpresa.
Gustose le scene, anche il festoso divertimento corale del secondo atto, e poi i momenti naturalistici dei video D-Wok che commentano i momenti lirici o dolenti (specie la Notte stellata di van Gogh).
Ma è questa musica, che al suo apparire fu giudicata da un critico importante un lavoro “senza futuro”, ad ammaliare, a commuovere ancora, sorprendentemente, dopo averla ascoltata – non semplicemente “udita” – molte volte. La freschezza dell’amore, della giovinezza pucciniana non ha età.
Si replica fino al 25. Da non perdere.

La bohème, Nicola Alaimo (Marcello). Foto: Fabrizio Sansoni-Opera di Roma 2026