Un Vasco da ballo

Un pugno di classici del rocker di Zocca, rivisitati in chiave sinfonica a far da colonna sonora a una serie di affreschi coreografici di sicura suggestione.
Vasco Rossi

Non è certo il primo e non sarà l’ultimo, il vecchio Vasco Rossi, a cercare fuori dal rock gli stimoli di una carriera che ormai gli ha dato tutto.
Del resto è da che esiste questa subcultura che buona parte dei suoi protagonisti han spesso sofferto di un certo complesso d’inferiorità verso tutto ciò che rappresenta l’arte colta; da qui una malcelata ma comprensibile ansia di legittimazione, che stava alla radice del classic-rock dei tardi anni Sessanta e dei primi Settanta o di certe “traduzioni” sinfoniche (dai Beatles ai Queen passando per The Who) che trapuntano la storia del pop-rock di questi ultimi decenni. D’altro canto, è pur vero che anche la cultura “alta” ha talvolta strizzato l’occhio al popolo per uscire dall’algida raffinatezza dei propri linguaggi espressivi. E da ben prima dei tempi di Gershwin.
Ma torniamo all’ambizioso progetto del Nostro. Se l’album L’altra metà del cielo s’è arrampicato in fretta in testa alle classifiche nostrane, l’opera corrispondente ha sorpreso le austere platee della Scala (scandalizzandone più d’un purista). Un progetto semplice, tutto sommato: un pugno di classici del rocker di Zocca, rivisitati in chiave sinfonica a far da colonna sonora a una serie di affreschi coreografici di sicura suggestione. Il Vasco ha messo la firma, la drammaturgia e una manciata di nuove interpretazioni, affidandoli poi alla sapienza di un arrangiatore come Celso Valli, e alla creatività modernista di una coreografa di fama mondiale come Martha Clarke. Coreografie ed atmosfere create traendo spunto dagli originali, o meglio, dalle emozioni suscitate da questi: micro-sceneggiature, acquerelli dinamici che scandagliano le molteplici declinazioni della femminilità (da qui il titolo), filtrati però da una prospettiva maschile.
A conti fatti l’operazione non mi pare né spericolata, né pretestuosa; certo l’album non è un capolavoro immortale, ma nel suo carattere ibrido l’effetto è stimolante. Bastasse ad avvicinare senza pregiudizi qualche giovanotto/a alla classica e al balletto, ne sarebbe già valsa la pena.

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