Un uomo chiamato Yusuf

All’inizio era Steven Georgiu, il figlio di due emigranti greci a Londra. Col nome di Cat Stevens conquistò il mondo del pop con una manciata di album e di canzoni memorabili: Wild World, Moonshadow, Peace Train… Poi, intorno alla metà dei Settanta, una svolta sorprendente e radicale: Cat diventa Yusuf Islam, si converte alla fede mussulmana, vende la sua meravigliosa collezione di chitarre, devolve il ricavato in beneficenza, e sparisce dalla circolazione. Per anni non si seppe più nulla di lui, se non che aveva aperto a sue spese due scuole per i bambini islamici delle periferie londinesi. Anni dopo, alcune sue dichiarazioni sembrarono avvicinarlo alle frange del fondamentalismo islamico; ma dopo l’11 settembre Yusuf fu tra i primi a impegnarsi in una sottoscrizione a favore dei parenti delle vittime delle Twin Towers. Due anni fa, l’improvvisa riapparizione, per una nuova versione di una delle sue canzoni più belle, Father & Son. Preludio della sua rentrée discografica di qualche mese fa con il delizioso album An other cup. È un nuovo Yusuf, quello che s’intuisce fra i solchi: un uomo di fede, certamente: ma desideroso di usarla come ponte di dialogo tra tutti gli uomini di buona volontà, non certo come strumento contundente… L’uomo che mi viene incontro ha la faccia stanca e lo sguardo dolce che mi aspettavo. Mancano poche ore all’inizio del Concerto dell’Epifania, e ancora nessuno – nemmeno lui – sa che cosa accadrà. Da settimane le mail da Londra sfornano categorici non canterà conditi da motivazioni sempre più nebulose. Mi presenta la moglie e la figlia; mi dice del suo amore per l’Italia, del recente incontro in Campidoglio con Veltroni, e della sua avventura ad Oslo dove qualche giorno prima ha suonato per la consegna dei Nobel. Il manager, un omaccione dalla faccia simpatica, sa perfettamente che cosa vorrei sentirmi dire, ma entrambi sappiamo bene che in queste situazioni è meglio non forzare. Del resto Yusuf sta a questo ecosistema mediatico, quanto un pomodoro all’Alaska: a lui delle promozioni discografiche, delle pressioni della stampa, degli imperativi dello show-business davvero non gliene può fregar di meno… La sola cosa che mi chiede è da che parte sia il Nord, per poter pregare. Dopo un po’ il manager mi chiede di vedere il palco: sorride, mi dice di essere un buon cattolico (!), e mi chiede se per caso abbiamo una chitarra di scorta… Sorrido anch’io. Si entra nel vivo: Yusuf è uno preciso, vuole sapere le domande che ho preparato, ogni dettaglio della serata, come avverrà la consegna del Premio che gli è stato assegnato. Le star di solito sfruttano gli eventi televisivi per autocelebrarsi: arrivano, si rintanano in camerino, scodellano il singolo in promozione e se ne vanno. Lui è l’opposto: mi chiede se può seguire il concerto con me, sul piccolo monitor dietro il palco. E mentre si succedono le performance, commenta, s’informa su questo e su quello (in particolare è entusiasta di Niccolò Fabi), mi chiede di Napoli e della sua gente. Con quel suo sorriso da vecchio eremita precipitato nella cagnara del mondo, saluta ogni artista che lo precede in scaletta, e lo ringrazia alla fine dell’esibizione. Gli piace il clima che si respira dietro le quinte, la fraternità che accomuna uomini e donne di culture e convinzioni così diverse: È per questo che ho voluto essere qui, la musica va al di là, va oltre… . Finalmente ha deciso: due brani, non sa ancora quali, li deciderà sul momento. Quasi non ci credo: gli dico che è uno dei più bei regali che abbia ricevuto in vita mia. Mi guarda stupito, facendomi sentire quasi ridicolo; ed è una lezione: durante la costruzione di un evento televisivo, il rischio è quello di confondere l’essenziale col marginale, il volatile con ciò che resta davvero. Prima del suo intervento Yusuf torna in camerino, a pregare di nuovo. Poi l’intervista, e le due canzoni: la memorabile The wind e la più recente May be there’s a world, a suggellare un ritorno atteso trent’anni. Un gran colpo mediatico, eppure infinitamente meno importante, a mio modo di vedere, dei presupposti che l’hanno generato. Poi torna dietro le quinte, a seguire l’inedita versione della sua Morning as broken, rivisitata per l’occasione dalla grande Dianne Reeves insieme ad Andreas Vollenweider e Keith Emerson. E Yusuf si commuove sul serio, e sorride quando nel presentargli Dianne, lo chiamo Cat Stevens… Alla fine, stremato (è recluso nell’auditorium da ore), non concede interviste, ma trova ancora il tempo per fermarsi a parlare con i rappresentanti della comunità islamica partenopea. A cena c’è tutto il cast: si scherza come tra vecchi amici, giovani talenti emergenti, e vecchi leoni. La musica non fa differenze di caste, di curriculum, e di copie vendute. Ci si saluta abbracciandoci, è di nuovo un po’ commosso, Yusuf: No, sono io che ringrazio voi, veramente!, mi fa. Il mattino dopo, deve ripartire per Istambul. Yusuf si stringe al petto le due lattine di caffè che gli abbiamo regalato.Ha altri due grandi desideri: vedere Napoli (lo farà all’alba, prima d’arrivare in aeroporto), e un altro ben più intimo, sorprendente, e anche un tantino più complicato: incontrare il Santo Padre. Chi vivrà, vedrà…

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