Un tentativo di riforma del buddhismo

Da anni la tradizione theravada thai ha subito scandali a ripetizione a causa di alcuni monaci, anche assai influenti. La ricerca dei monaci fasulli e la “pulizia della religione”. Si tenta una riforma difficile, ma necessaria

Chi di noi alla vista di un monaco o di un bonzo buddhista non prova ammirazione per una vita che immaginiamo austera, povera e lontana dagli agi e dai confort della vita moderna? Penso molti se non moltissimi, provino tali sentimenti. Fin dal primo incontro con un monaco buddhista theravada nel lontano ’84 provai ammirazione e curiosità, e cercai di capire la ragione per la quale questi uomini, tra cui non pochi molto colti, lasciano ogni cosa, alcuni fin da giovanissimi, intraprendendo una vita così esclusiva. Molti monaci, i cosiddetti “itineranti” conducono un’esistenza veramente dura nella foresta, per “mettere alla prova loro stessi” e vivono di elemosina, di quanto cioè gli dà la gente o trovano tra i cespugli. Questi monaci non hanno conti in banca, non possiedono che una tenda e una zanzariera dove possono dormire al riparo dagli insetti. E sono un segno di una vita diversa per la gente.

Purtroppo, invece, il buddhismo di Bangkok e dei grandi centri urbani, delle cerimonie fastose, si è allontanato in questi anni dal messaggio originario del Buddha ed ha abbracciato una vita di onori, agi, belle macchine e cospicui conti in banca. Ma non solo. Ho descritto in precedenti articoli come alcuni scandali eclatanti, come quello che ha coinvolto Phra Yantra, oppure il recente scandalo ad opera di Phra Nen Kham, con jet e Mercedes sotto casa, condannato a 114 anni di reclusione (naturalmente dopo esser stato “smonacato”) che hanno minato la credibilità dell’intera categoria dei monaci.

Fonti in thai descrivono come in questo periodo ferventi fedeli e altrettanto intraprendenti poliziotti come il capo degli investigatori del Centro di soppressione criminale a livello nazionale (Csd), il generale Chiraphot Phuridet, siano impegnati in una «purificazione» del buddhismo dagli elementi pericolosi «che si sono nascosti sotto le tonache di color zafferano, per sfuggire alla giustizia» ed approfittare così della buona gente che crede ancora nel pensiero del shakyamuni. In pratica, il generale e i suoi collaboratori stanno spulciando nella lista degli ordini di arresto a livello nazionale thailandese contro maschi di cui si sono perse le tracce da molti anni ormai: i poliziotti li cercano nei monasteri buddhisti. «Voglio purificare la religione in modo che la gente possa ritornare a credere con tutta la purezza del loro cuore», ha affermato Chiraphot Phuridet.

Il 19 esimo caso di monaco fasullo, scoperto dal generale e dai suoi collaboratori è di questi giorni. Si tratta di un monaco di 40 anni circa, Phra Sangkharak Kanatathamo (il suo vero nome è Paphonsan Phetphun), divenuto addirittura responsabile del tempio Wat Ro Charoen nel distretto di Bang Pla Ma, nella città di Suphan Buri, vicino a Bangkok e ricercato dalla polizia da più di 15 anni per un doppio tentato omicidio e per possesso illegale di armi. Per sfuggire alla giustizia, Paphonsan Phetphun, ricercato ormai com’era a livello nazionale, era entrato in un tempio nel sud della Thailandia, nella città di Nakhon Sri Thammarat, e aveva chiesto di diventare monaco buddhista: questo avveniva nel lontano 2006. Da quell’anno si persero in effetti le sue tracce, fino a pochi giorni fa.

Il generale Chiraphot Phuridet ed i suoi poliziotti non si danno tregua e molti fedeli in Thailandia aspettano questa “pulizia della religione”, come comunemente viene chiamata in Thailandia, che potrebbe diventare una vera riforma della tradizione theravada. Qualche osservatore ed esperto di questioni thai afferma che l’esempio di papa Francesco colpisce anche in Thailandia e molti desiderano che si arrivi a una “tolleranza zero”, come nella Chiesa cattolica avviene per la gli abusi sessuali. Come il monaco-abate di Wat Tha Kham, il quale afferma: «se nella vita dovessi prendere un esempio oltre al Buddha, prenderei papa Francesco: lui che va in giro con una piccola utilitaria».

 

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