Un solo cuore di pace

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Da diversi anni ormai, avvenimenti che non esito a definire di portata storica, ci hanno visti testimoni lungo le strade della riconciliazione fra gli uomini, nel segno della fede in Dio.Testimoni di questa costruzione di pace che ancora nel nome di Dio viene troppo di frequente violata. C’eravamo ad Assisi quando nell’86 Giovanni Paolo II chiamò per la prima volta i rappresentanti delle grandi religioni nel segno della pace. E non siamo mancati a molti di questi appuntamenti, da Kyoto a Varsavia a Barcellona e in tanti altri luoghi e momenti significativi. Uno di questi appuntamenti col divino lo abbiamo certamente vissuto il 22 maggio scorso seguendo la celebrazione per il centenario del maggior tempio ebraico romano, la grande Sinagoga che sorge in riva al Tevere. Non ha le dimensioni delle maggiori basiliche cristiane, ma ne riecheggia il fascino, il senso del sacro, forse per il grande significato che racchiude: perché Dio è anche nei rotoli della legge, dove è custodita la sua parola. Insieme agli ebrei romani guidati dal rabbino capo Di Segni c’erano i rabbini delle due grandi tradizioni giudaiche arrivati da Gerusalemme, l’azkenazita Yoma Metzger e il sefardita Sholmo Moshe Amar; c’erano, a rappresentare il papa infermo, il suo vicario per la città di Roma, il card. Camillo Ruini ed il card.Walter Kasper, segretario del pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, che guida pure la Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo. C’erano, per il mondo islamico,Abd al Wahid Pallavicini, Mario Scaloja e Omar Camilletti. Né potevano mancare le maggiori autorità civili di Roma e rappresentanti del governo. Ma quanto diverso il sentire di questa cerimonia dalle tante che pure vedono incontrarsi così eminenti personalità. Tutti i presenti, credo di poter dire, erano coinvolti nel clima determinato dal luogo e dal momento così tangibilmente sacri. E le parole calavano dritte nei cuori. Così è parso a me di ogni discorso pronunciato, e in modo eminente del messaggio del papa portato dal card. Ruini. C’è nelle sue parole la rievocazione di una storia, quella tormentata degli ebrei romani. I secoli bui della segregazione nel ghetto. Quelli drammatici della persecuzione nazifascista; quando però, ormai, la chiesa e molti giusti presero le difese degli ebrei. Fino al grande momento in cui Giovanni Paolo II stesso fece visita a questo tempio, il 13 aprile del 1986, e definì gli ebrei fratelli maggiori. Con loro si recherà pellegrino al monte Sion e saprà chiedere perdono per le persecuzioni passate. Purtroppo, il pensiero rivolto alla Terra Santa – prosegue il papa – suscita nei nostri cuori preoccupazione e dolore per la violenza che continua a segnare quest’area, per il troppo sangue innocente versato da israeliani e palestinesi, che oscura il sorgere di un’aurora di pace nella giustizia. Per questo vogliamo rivolgere una fervida preghiera all’eterno, affinché l’inimicizia non travolga più nell’odio coloro che si richiamano al padre Abramo – ebrei cristiani e musulmani – e ceda il posto alla consapevolezza dei vincoli che li legano e della responsabilità che grava sulle spalle degli uni e degli altri. Penso che mai come in questo momento siffatte parole potessero acquistare maggiore risonanza, avere più comprensione. I figli di Abramo erano presenti e consentivano all’invito a non accontentarsi di una doverosa deplorazione e condanna delle ostilità, per sviluppare sentimenti di amicizia e di stima. Per accettare l’invito del papa alla cooperazione. La cerimonia in sinagoga – dirà alla fine una personalità musulmana presente – è l’apoteosi delle nostre speranze di un riavvicinamento delle grandi religioni abramitiche. Un nuovo seme è stato gettato nel solco aperto della fraternità.

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