Un segnale di speranza

La conferenza internazionale di Roma sul Libano, al di là dei risultati concreti, costituisce in sé stessa un segnale positivo. Per la prima volta, infatti, dopo molto tempo, diversi Paesi europei, oltre alla stessa Unione europea, gli Stati Uniti, le Nazioni Unite e Stati arabi (Egitto, Arabia Saudita, Giordania) si sono ritrovati attorno ad un tavolo per affrontare uno dei diversi tasselli del mosaico mediorientale. Non si è trattato, certo, di una conferenza di pace sul Medio Oriente, vista anche l’assenza di Israele, peraltro dovuta al fatto che il gruppo originario (il cosiddetto core group sul Libano, creato nel 2005) non prevedeva la partecipazione di Tel Aviv. In ogni caso, la comunità internazionale, stavolta, ha dato prova di sapersi mobilitare prima che un conflitto localizzato divenisse incontrollabile sul piano regionale. I punti di riferimento della conferenza sono stati pochi, ma concreti, anche se occorrerà verificarne l’applicazione. In primo luogo, la richiesta di una cessazione delle ostilità, che tuttavia richiede la mobilitazione di tutti i protagonisti, prime fra tutte le milizie Hezbollah (dietro le quali si allunga l’ombra di Teheran) che hanno attaccato Israele. La risposta di Tel Aviv, pur comprensibile sotto il profilo degli interessi strategici di Israele a garanzia della propria sicurezza, è tuttavia andata al di là di ogni ragionevolezza, coinvolgendo in modo drammatico la popolazione civile (che sempre paga il prezzo più alto di una guerra, su entrambi i fronti) e provocando una vasta distruzione delle infrastrutture del Libano, appena ricostruito. In secondo luogo, la questione umanitaria, e la possibilità di inviare presto aiuti d’emergenza. Ma la Conferenza ha gettato anche lo sguardo più in là, cominciando a verificare i presupposti e le procedure per la creazione di un forza di sicurezza nel sud del Libano. Si tratta dell’idea di un robusto rinforzo all’esercito libanese, affinché possa davvero far rispettare la risoluzione 1559 del Consiglio di sicurezza, che richiede il disarmo delle milizie e il controllo del territorio da parte del governo di Beirut. Inoltre, la Conferenza ha consentito di porre le basi per uno sforzo internazionale per (l’ennesima) ricostruzione del Libano. Certo, i problemi politico-diplomatici del Medio Oriente sono assai più vasti, e riguardano scenari drammatici come la questione palestinese, il programma nucleare iraniano, il ruolo ambiguo della Siria, la difficile stabilizzazione dell’Iraq, il problema della democratizzazione (endogena, non certo importata) del mondo arabo. Ma da Roma giunge, anche grazie all’iniziativa italiana, un incoraggiante segnale di speranza.

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