Un “richiamo” lungo cent’anni

“Scese la notte, e la luna piena si levò sugli alberi, alta nel cielo, illuminando la regione fino a irrorarla di una spettrale luce. E col sopravvenir della notte, meditando e soffrendo presso lo stagno, Buck cominciò ad avvertire il fremito di una nuova vita nella foresta” “. Sono le ultime battute de Il richiamo della foresta, di cui quest’anno ricorre il centenario della pubblicazione. Un romanzo, questo di Jack London, che facilmente rientra nel bagaglio delle letture di ogni età, che sempre coinvolge, che lascia il segno per la vita. L’odissea di Buck, cane lupo pastore che dopo esser stato rubato ai legittimi padroni, affronta innumerevoli prove, respinto dal mondo cosiddetto civile a causa della brutalità dell’uomo che da lui pretende prestazioni impossibili, costretto a scegliere tra la libertà e l’amore verso il nuovo padrone, Thorton, per poi ritrovare – lui, cane domestico – nella vita del branco le sue origini ancestrali, è diventata emblema di una ricerca di libertà e di autenticità che si identifica nel ritorno alla natura incontaminata. Ambientata alla fine del 1800 tra le selvagge foreste dell’Alaska, la vicenda è tutt’altro che idilliaca: rispecchia la dura esperienza che London fece all’epoca della corsa all’oro nel Klondike e mette a confronto polemicamente la lealtà di un cane con la malvagità e la doppiezza di certi individui corrotti e avidi solo di denaro. Che io sappia, nessuno prima di London aveva eletto un cane a protagonista letterario, riuscendo ad immedesimarsi nella psicologia del personaggio animale con altrettanta maestria. Per trovare qualcosa del genere bisogna forse risalire all’episodio omerico del vecchio cane Argo che muore di gioia nel riconoscere il suo padrone Ulisse tornato ad Itaca. Ma è solo un frammento poetico consegnato all’immortalità. Il successo che derivò a London da questo romanzo breve fu tale che egli dedicò altre storie intense al “migliore amico dell’uomo”, Zanna bianca in testa, suscitando un nugolo di imitatori. Vi sono scrittori che l’avventura l’hanno sognata, descritta per gli altri, ma non realizzata per sé; altri che, avvantaggiati anche economicamente, ne hanno seguito le piste da turisti “non per caso”; altri ancora che, per le traversie della vita, vi si sono trovati immersi dentro fino al collo, immedesimati in essa al punto da potersi definire loro stessi “avventura”. Jack London (pseudonimo di John Griffith London) è appunto uno di questi ultimi. Nato nel 1876 a San Francisco da una spiritista e da un astrologo irlandese, nella sua prima giovinezza condusse una vita di stenti piuttosto movimentata, alternando i più svariati mestieri con la lettura di autori come Marx, Nietzsche, Milton, Kipling… Marinaio e avventuriero sui mari del Giappone e della Corea, al suo ritorno in California cercò di riprendere gli studi e si iscrisse al partito socialista; ma ben presto ripartì per il Klondike alle prime notizie della scoperta dell’oro in quella regione. Le crudezze dell’inverno 1897 nello Yukon e il sopraggiungere dello scorbuto lo obbligarono però a rinunciare al suo sogno. Se non era riuscito a trovare l’oro, London aveva però scoperto in sé il talento dello scrittore che gli permise di trasformare la sua ricca esperienza di vita in grandi romanzi come Il richiamo della foresta (1903), Il lupo di mare (1904), Zanna bianca (1906), Martin Eden (1909), Radiosa aurora (1910) o John Barleycorn (1913). Accanto a questi titoli d’impronta naturalistica e autobiografica, ve ne sono altri espressione di una ricca e originale vena fantastica e fantascientifica: da Prima di Adamo (1907), a Il morbo scarlatto (1912), a Il vagabondo delle stelle (1915). E perfino un’opera “politica” come Il tallone di ferro (1908). Ma il suo talento si esplicò anche nel giornalismo. Magistrali i suoi reportage dal Sud Africa (1902) dove si combatteva la guerra anglo-boera e in Manciuria (1904) al tempo del conflitto russo-giapponese. Disomogenea ma sempre interessante la sua enorme produzione (oltre 50 volumi in 16 anni!), anche quando rifaceva sé stesso o è eccessivo l’appesantimento ideologico. Traspare talvolta in essa una concezione pessimistica dell’esistenza, dovuta ai difficili trascorsi e alle disordinate letture filosofiche da autodidatta; tuttavia, anche quando descrive i bassifondi dell’umanità o le forze cieche della natura, non si colgono in London compiacimento e complicità. Sempre invece prevale in lui la voglia di riscatto, di superare le barriere imposte dai propri limiti e dalla società, nella tensione a vivere in pienezza il dono che è la vita; ed è appunto questa concezione dell’esistenza che – insieme agli altri elementi più positivi della sua opera come il senso della giustizia e della libertà, o l’amore per la natura non contaminata dalla civiltà – spiega il successo del nostro. Un successo, in verità, che non gli arrise di colpo. London dovette lottare testardamente per affermarsi, sempre assillato dal problema della sopravvivenza. Ma quando quello arrivò, divenne l’autore americano più letto, ammirato e pagato del suo tempo. Purtroppo ne fu travolto; era incapace di amministrare saggiamente il denaro, e certo non trovò in esso la felicità. Neppure la seconda moglie Charmian riuscì a colmare l’insoddisfazione di un’esistenza tutta bruciata all’insegna della irrequietezza. Malato ai reni senza speranza di guarigione, alcolizzato, oberato da debiti, London morì a soli quarant’anni nel 1916: non suicida, come di solito si afferma, volendolo assimilare al suo eroe autobiografico Martin Eden, ma per aver assunto una dose eccessiva di medicinali con cui sperava di alleviare le sofferenze fisiche. Riflettendo ora su questa personalità tormentata, quasi commuove questo Richiamo della foresta “toccato dalla grazia” come forse nessun’altra delle sue opere. Fa pensare al figlio perfetto di un padre disgraziato, afflitto da tare fisiche e morali, nel quale il genitore contempla con sorpresa e gioia l’immagine vera di sé, il proprio dover essere.

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