Un ragazzo da record

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“Carl Lewis, il mio idolo, era dopato? Non è possibile, allora è meglio che smettiamo tutti”. Inizia così, sull’onda dell’ultima notizia d’agenzia, l’incontro con Andrew Howe Besozzi, 17 anni, italiano di Rieti, ma nato a Los Angeles, di color cioccolato, oggi forse la più grande promessa dell’atletica mondiale nella velocità. La storia di Andrew comincia proprio nella buca del salto in lungo del Santa Monica, il prestigioso college californiano dove germogliano i miti dell’atletica: con quella sabbia il piccolo Andrew ci giocava mentre proprio il grande Carl Lewis affinava la tecnica dei suoi salti da record. Sua madre, Renée Felton, anch’essa velocista di spicco, un titolo mondiale indoor nei 100 ostacoli, non aveva posto migliore per lasciare il marmocchio rimastole dal matrimonio con Andrew Howe senior, giocatore di soccer di origine tedesca. “Carl, un giorno – racconta con orgoglio la mamma -, sollevò Andrew, che aveva la bocca piena di sabbia, e gli disse: “Se continui a stare qui, un giorno sarai tu il primo a saltare oltre i nove metri”. L’estate scorsa, mentre Andrew si allenava con lui, Carl gli ha fatto i complimenti, gli ha ribadito la profezia, e gli ha raccomandato di non avere fretta”. Tentazione evidente di fronte alle straordinarie prestazioni ottenute finora dal ragazzo: alla sua età ha già fatto meglio di Lewis nel lungo, nei 100 e 200 metri, meglio persino di Sotomayor nel salto in alto, mentre nel triplo vanta la terza prestazione mondiale di categoria. “Mi rendo conto di possedere un talento naturale – si schermisce Andrew scuotendo le treccine bionde che incorniciano il suo viso di cioccolato -: ma molto ancora dipende da me. Corro in più discipline per scelta tecnica e proprio nella tecnica devo ancora migliorare moltissimo: ad esempio non ho mai fatto un nullo (appoggio del piede di battuta oltre il limite consentito n.d.r.) nel salto in lungo perché non ho la tecnica per avvicinarmi tanto all’assicella”. Il 12 maggio Andrew compirà 18 anni: “La cosa mi spaventa un po’: si co- mincia a fare sul serio. Me ne sono accorto anche in ritiro con la nazionale, dove i miei rivali hanno smesso di darmi consigli: non sono più la mascotte, ma un nuovo avversario da temere “. E gli avversari ad attenderlo saranno molti anche a Tampere, in Finlandia, dove a fine luglio avranno luogo gli europei juniores, l’appuntamento dell’anno per Andrew, anche se lui guarda avanti: “L’anno prossimo ci sono le Olimpiadi e chissà”.”. Intanto passa le giornate come tutti i ragazzi della sua età: “Sveglia alle sette, colazione, scuola, all’Istituto professionale per il commercio, pranzo; poi dalle 15 alle 18 sono al campo di atletica, compiti e cena. Negli ultimi due anni allenarsi e gareggiare è diventato un impegno serio, ma a scuola, per fortuna, per i miei compagni che non sanno nulla dei miei risultati o fanno finta di non sapere, sono rimasto “il Beso”. Appena ho tempo lo dedico alla musica, la mia passione più vera “. Suona discretamente la batteria, ama il rap perché “anch’io penso positivo “, il rock, il pop, ma va matto per l’heavy-metal. In Italia è arrivato grazie ad Ugo Besozzi, un corridore di motocross milanese, che gli ha regalato il cognome e Jeremy,fratellino, per poi uscire, anche lui, dalla scena familiare. L’America è lontana, “mi sento italiano e voglio dare all’Italia i successi che le mancano, soprattutto nell’atletica”, come lontane sono per Andrew le idee di Bush: “Ha fatto la guerra solo per il petrolio “. E lontano è il Santa Monica: “Qui è cento volte meglio: due piste, un pistino, una pista indoor, cosa voglio di più?”. Soffre per il razzismo che a volte respira attorno sé, soprattutto quando gareggia al Nord, e che considera “solo frutto di ignoranza”. La madre, che da quattro anni lo allena quotidianamente, senza forzare, e che lavora come fisioterapista per mantenere la famiglia, se lo coccola con gli occhi mentre ne guida i passi, con uno slang tutto californiano, sulla pista rossa di Rieti. “Mia madre è molto importante per me – mi spiega convinto Andrew, con calore inusitato, su questo tema, per la sua età -, forse perché non ho un padre, e lei è anche un padre per me: trovo naturale sia anche il mio allenatore, visto che nessuno mi conosce meglio di lei”. Di certo gli ha trasmesso i geni muscolari della velocità, a sua volta ricevuti dal nonno, anch’egli ex-velocista, ora fervente predicatore. “Andrew è un dono di Dio – sentenzia Renée, svelando un atteggiamento di fede quasi imbarazzante per chi l’ascolta, ma in lei istintivo e sincero -: ha ricevuto un talento straordinario, è pieno di energia e di volontà. È come un blocco di marmo, che solo Dio può plasmare dandogli energia, carica, forza: questo è il vero doping”. Su questo tema Andrew ha le idee chiare, e giura: “Non userei mai dei farmaci per andare più forte: è barare. E poi l’atletica non è così importante nella vita da rischiare la salute “. In attesa che circostanze della vita sottopongano le sue affermazioni a prove ben più impegnative, Andrew sorride: e corre via, lasciando ballare al vento le treccine, il tocco più colorato della sua spensieratezza.

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