Un prete tra i condannati

Il figlio di una coppia californiana uccisa nel 2006 ha chiesto ai giudici di risparmiare la vita dell'assassino. Qualcosa sta cambiando riguardo alla percezione della pena di morte negli Stati Uniti? L'esperienza di padre Charlie Donahue, ex cappellano carcerario.
Carceri
Probabilmente il giudice sarà stato quantomeno sorpreso nel sentire il californiano Eric Rogers chiedere alla giuria di risparmiare la vita dello zio, condannandolo all’ergastolo invece che alla pena capitale. No, non l’ha fatto per amor di famiglia. Perché lo zio di Eric, nel gennaio 2006, ha ucciso la sorella e il cognato – genitori del ragazzo, oggi ventunenne – a coltellate. Ma, ha dichiarato Eric ai giornali, l’odio e l’omicidio è qualcosa che lui associa allo zio, non ai suoi genitori. Che erano come lui contrari alla pena di morte, e non avrebbero voluto consegnare nessuno al boia. Eric, per ordine del giudice, non ha potuto rivelare quest’ultima parte della storia alla giuria: la Corte suprema, infatti, ha stabilito in una sentenza che opinioni di questo genere non sono rilevanti in fase processuale.

 

Non ci è dato sapere che decisione prenderà la giuria. Ma è un segnale non da poco in uno dei 32 Stati americani che ancora applicano la pena di morte. Soltanto in 14, più il distretto federale, è stata abolita, mentre in altri 3 sono abolizionisti di fatto e il New York ha sospeso le esecuzioni in attesa di una nuova legge sulla sua applicazione, dopo che una Corte d’appello l’ha dichiarata incostituzionale. Nel 2009 sono state giustiziate 48 persone – l’ultima il 19 novembre – portando a

1184 il numero delle condanne eseguite dal 1976, quando la Corte suprema ha riammesso l’uso della pena capitale. Scorrendo la lista dei 45 Paesi che ancora davvero la applicano, ci si rende conto che gli Usa costituiscono un’eccezione in occidente. Secondo il rapporto 2009 di Nessuno tocchi Caino sono 43 gli Stati al mondo che, pur prevedendola, non ne hanno fatto uso per almeno 10 anni (i cosiddetti “abolizionisti di fatto”), altri 8 la mantengono solo in circostanze eccezionali, 5 hanno posto una moratoria e 96 l’hanno abolita completamente.

 

Quali sono quindi le ragioni per cui gli Stati Uniti, nonostante le innumerevoli campagne contro la pena di morte a livello mondiale, non cambiano fronte? Come percepisce la gente questa questione? padre Charlie Donahue, originario dello Stato di New York, è stato cappellano carcerario a Washington e durante la sua vita pastorale ha prestato servizio in varie zone del Paese, soprattutto con i giovani. «Non è una questione di vendetta – precisa padre Charlie – ma di proteggere la società da ulteriori pericoli. Certo, come afferma la dottrina della Chiesa, ai giorni nostri lo Stato è in grado di garantire la sicurezza anche senza dover uccidere: quindi i casi in cui la pena capitale è realmente necessaria sono di fatto inesistenti».

 

 

Lei è stato cappellano carcerario. Con che genere di esigenze spirituali ha dovuto confrontarsi?

 

«Ero cappellano nel distretto federale, che nel 1976 ha scelto di non reintrodurre la pena capitale dopo la fine della moratoria decretata dalla Corte suprema. I detenuti che si erano macchiati di crimini particolarmente feroci erano comunque tenuti in un’ala separata del carcere, in una sorta di “braccio della morte potenziale”: sapevano infatti che li salvava dal boia soltanto la decisione di mantenere la moratoria. Non mi sono confrontato soltanto con cattolici, ma anche con altri cristiani e musulmani. Molti di loro si dicevano addirittura felici di essere lì, perché non potevano più fare del male a nessuno, e consideravano giusta la pena che era stata loro inflitta».

 

 

Come cappellano, incontrava anche le famiglie delle persone che erano state uccise?

 

«Sì, ne ho incontrate molte, e non solo come cappellano. Ho provato sulla mia pelle il dolore di una perdita così grande: mio zio è stato ucciso 15 anni fa, e ancora non abbiamo superato del tutto il trauma. Per quanto la rabbia col tempo sbollisca, la ferita non si sana mai completamente. Ma ho scoperto una grazia particolare nel sostenere le famiglie delle vittime. Il fatto che Gesù stesso sia stato ucciso aiuta a sentire una vicinanza speciale a Dio. La cosa migliore che potevo fare era star loro vicino. Sapevano che lavoravo anche con gli stessi detenuti che avevano ucciso o violentato i loro cari, e alcuni facevano fatica ad accettarlo. Ma la maggior parte capiva e apprezzava».

 

 

Il perdono e la misericordia occupano un posto fondamentale nella fede cristiana: com’è percepita la pena di morte nelle comunità cattoliche?

 

«Sebbene la compassione, la misericordia e il perdono siano tra le radici del cristianesimo, ciascuna di queste è radicata nella giustizia. Per questo siamo chiamati prima di tutto a capire perché gli assassini sono arrivati a compiere atti così atroci. Rapportarsi con loro significa entrare nella loro vita, nella loro infanzia e adolescenza, spesso molto travagliata. Non per scusarli, ma per capirli. Poi le opinioni sulla reale utilità della pena capitale variano da persona a persona».

 

 

La Chiesa americana ha mai preso posizione in proposito?

 

«La maggior parte dei vescovi si è espressa a favore dell’abolizione della pena di morte, e la stessa Conferenza episcopale sta portando avanti una campagna in questo senso dal 2005. Una sezione del sito della Conferenza è interamente dedicato agli interventi dei vescovi e alle iniziative promosse in quest’ambito».

 

 

Lei è abituato a lavorare con i giovani. C’è differenza nel modo in cui le nuove generazioni percepiscono la pena di morte?

 

«Sì, sicuramente i giovani sono meno favorevoli. Ciò non toglie però che possano rivedere completamente la loro posizione se un parente o amico viene ucciso o gravemente ferito».

 

 

A livello mondiale il fonte abolizionista sta guadagnando terreno. Anche negli Stati Uniti i dubbi sulla pena di morte si fanno sempre più forti. Gli Usa si stanno avviando su questa strada?

 

«Credo proprio di sì, però l’abolizione dovrà necessariamente essere accompagnata da una riforma della giustizia e del sistema carcerario. Buona parte degli Stati che non applicano la pena capitale ha ancora un “braccio della morte”, e il numero dei detenuti va aumentando, con una conseguente crescita dei costi. Inoltre bisogna considerare che negli Usa molto spesso si arriva ad una condanna tramite il cosiddetto “plea bargain”: l’imputato si dichiara colpevole per ottenere uno sconto di pena. Per questo alcuni Stati mantengono la pena capitale soltanto come deterrente, per ottenere una confessione, pur senza applicarla. Come sacerdote, cerco di stimolare le persone a vivere ed amare come Gesù avrebbe fatto, e di farlo io in prima persona. Lui ci ha insegnato a pregare per i nostri persecutori. Ma devo ammettere che dopo l’omicidio di mio zio non è facile».


 

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