Un ponte tra il cristianesimo e l’Islam

1966. Un responsabile dei Focolari chiede a un giovane operaio bergamasco di 23 anni: “Vorresti andare in Algeria?”. “Sì – risponde -. Ma dov’è l’Algeria?”. Comincia così l’avventura di Ulisse Caglioni, pioniere dell’incontro della spiritualità dell’unità e della fraternità dei Focolari con i musulmani in terra d’Islam. Così, il 14 ottobre 1966, Salvatore, Pierre e Ulisse arrivano a Tlemcen, città dell’est algerino, dove il movimento ha appena accettato di rilevare i locali vuoti di un monastero benedettino. L’anno seguente, è il turno delle focolarine ad aprire un centro ad Algeri. Una sola passione li anima: vivere l’amore evangelico verso il prossimo per contribuire a costruire la fraternità universale. È quindi a contatto delle persone concrete che scoprono poco alla volta una cultura sconosciuta, un’altra religione. Ad Ulisse le occasioni non mancano: deve continuamente recarsi in città per acquistare i materiali necessari per il restauro dei locali. Perdere tempo per guadagnarne Tornitore di professione, Ulisse ha cominciato a lavorare all’età di 13 anni, continuando tuttavia a studiare la sera per altri cinque anni. È un giovane dalle mani d’oro: s’improvvisa fabbro – per installare delle belle inferriate alle finestre -, idraulico, elettricista. Qualche anno più tardi, al focolare di Tlemcen verrà regalata una Mercedes che ha già parecchie centinaia di migliaia di chilometri nel motore. La smonterà e la ricomporrà completamente o quasi più volte, fino ad arrivare a più di un milione e 300 mila chilometri! Nel suo lavoro, come nelle relazioni umane, Ulisse va fino in fondo di tutto quello che inizia, con l’aggiunta di saper coinvolgere gli altri nei suoi progetti. Originario di una famiglia di dieci figli di Pedrengo, un piccolo paese alle porte di Bergamo, non manca mai un’occasione per far scendere in Algeria i compaesani, a cominciare dai suoi familiari, e così ammirare le bellezze del deserto, non senza però aver partecipato in qualche modo all’avanzamento dei lavori nel cantiere della grande casa di Tlemcen. Sa “perdere tempo” con la gente, non solo ascoltando, ma soprattutto mettendosi al servizio delle molteplici necessità di coloro che si trova a incontrare. Come quel falegname che, vent’anni più tardi, evoca ancora con emozione la rottura della sua nuova apparecchiatura per tagliare le tavole di legno, importata spendendo tutte le sue risorse. Ma nessuno aveva i pezzi di ricambio. Arriva Ulisse, che smonta la macchina, rifà al tornio il pezzo danneggiato e restituisce al falegname un macchinario in perfetto stato. Quei giorni donati senza far calcolo gli porteranno in cambio un amico che, a sua volta, non cesserà mai di offrirgli i suoi servigi. Diventa uno di loro Gesti come questi, che vanno da un rubinetto che perde al motore da rifare, Ulisse li ripeterà per tutta la vita, all’inizio con l’entusiasmo della giovinezza, poi con la costanza e la pazienza di uno che ha compreso che quello è il mezzo sempre nuovo che la provvidenza gli ha dato per testimoniare l’amore di Dio verso ogni uomo. E poco importa che non sia del suo paese, della sua cultura, della sua religione. Diventa così uno di loro. Tutti lo conoscono e tutti lo salutano. Può così comunicare a ciascuno giovane o vecchio che sia, imam o sacerdote, la pace e l’amore che l’animano. Un amore che cristiani e musulmani possono vivere insieme in ogni gioia e in ogni difficoltà della giornata. Ulisse sa anche mettersi al servizio dei cristiani che frequentano il paese come cooperatori e di tutte le comunità religiose che si trova ad incontrare nel corso dei suoi numerosi viaggi. Ed è una grande gioia per tutti allorché mons. Teissier gli chiede di completare con degli studi personali la sua solida formazione religiosa di base, in vista di ordinarlo sacerdote per i bisogni del movimento. Tutto ciò si realizzerà col suo successore ad Orano, mons. Claverie, nel maggio del 1985. La sua dolcezza, il suo sorriso e la sua pace potranno così incarnare l’amore e la misericordia di Dio presenti nei sacramenti. Il tempo della prova A partire dagli anni Novanta, situazioni dolorose sconvolgono l’Algeria. Più di centomila persone di tutte le fasce della popolazione, al 99,9 per cento musulmane, verranno massacrate. Sacerdoti e religiosi non vengono risparmiati. Ulisse con il suo focolare sceglie di rimanere. Non è piccolo lo shock quando il vescovo che l’aveva ordinato sacerdote è dilaniato da una bomba. Non dice nulla, ma lo si avverte profondamente segnato. Tutti gli amici musulmani condividono con lui questa prova. Insieme resistono e continuano a credere all’amore. Più tardi, Ulisse stesso è colpito da una grave malattia. Anche in questo caso si dà da fare, con serietà ma anche con un certo umorismo, per guarire, per rassicurare gli altri sul suo stato di salute, scherzando per sdrammatizzare. Lottando fino in fondo, soffre ma non si lamenta mai. Continua a mettersi al servizio degli altri, preparando il pranzo, riparando la casa dove si trova ad abitare. Ma il cancro avanza, e Chiara Lubich, che da anni accompagna in modo particolare i focolarini in fin di vita, gli telefona. Anche se abituata a situazioni dolorose, rimane toccata profondamente. Si informa da coloro che l’hanno conosciuto bene, e giunge alla conclusione che Ulisse è arrivato a una tale unione con Dio perché ha messo alla base della sua vita spirituale l’amore del prossimo, prima di ogni altro programma. Chiara sottolinea anche il suo amore concreto grazie al quale, come dicono i nostri amici musulmani, è potuto diventare “un ponte tra il cristianesimo e l’Islam”. La sua eredità Il giorno della sua morte, avvenuta il primo settembre scorso, i suoi amici algerini musulmani si sono riuniti spontaneamente attorno a un couscous da distribuire anche ai poveri, secondo l’usanza locale e – firmandosi “le tue sorelle e i tuoi fratelli in Dio” – hanno scritto questa testimonianza: “Oggi è partito per il cielo colui che ci ha amati tutti senza eccezioni, grandi e piccoli. Ci ha amati in ogni momento, ad ogni nostro incontro con lui, senza mai stancarsi, sempre sorridente. Dava importanza ad ognuno, ed ognuno di noi si è sentito valorizzato dal suo amore. Creava attorno a sé un’atmosfera eccezionale, anche quando si lavorava o si faceva una qualsiasi altra cosa. (“) Dio l’ha amato e gli ha dato tutte le occasioni per testimoniare la sua presenza amando l’altro nel momento presente. (“) Ci ha insegnato a fare tutto per amore. Ci ha insegnato ad “essere l’amore”. Ha sempre testimoniato la sua fede in Dio, è stato per noi il modello del credente. L’unità che costruiva andava al di là delle differenze, al punto che molti dicevano: “Ulisse, ecco il vero musulmano”. Non certo perché non conoscesse la sua fede e la sua vocazione, ma la sua vita di credente ha fatto di lui un uomo di Dio, e i musulmani sono sensibili alle azioni realizzate con la fede. (“) Sentiamo di aver perso uno di famiglia, un uomo che fa parte di noi stessi”. HANNO DETTO DI LUI “Gli sono stato molto vicino durante i nove anni in cui ero vescovo di Orano (1973-1981), ma tutti eravamo vicino a lui dal momento del suo arrivo in Algeria, fino alla sua lunga malattia.(“) “La sua disponibilità passava attraverso tutti quei piccoli gesti concreti che la sua ingegnosità gli permetteva di realizzare. Ma la sua testimonianza come focolarino consacrato prima, e poi come sacerdote, attuava a livello più profondo la disponibilità evangelica al fratello, cristiano e no, che abbiamo ricevuto come vocazione di servizio in Algeria. “Per tutto questo (“) vorrei unirmi allo stesso tempo a tutti gli amici musulmani del movimento. Infatti, è stata molto spesso la fedeltà di Ulisse all’amore evangelico del prossimo che ha loro permesso di scoprire e di vivere delle amicizie islamo- cristiane e ha posto sul loro cammino un segno di Dio”. Mons. Henri Teissier, arcivescovo di Algeri “Giovanissimo, hai avuto la responsabilità di un vecchio monastero a Tlemcen e per anni, con un lavoro titanico di restauro e mobilitando parenti, amici e conoscenti, ne hai fatto un’oasi di pace, un luogo di incontro, di dialogo e di spiritualità.(“) “Sei stato un esempio magnifico di coerenza tra ciò che dicevi, ciò che facevi e ciò che eri. È così che hai conquistato il cuore di centinaia di algerini che ti hanno conosciuto.(“) “Una rete di amici molto solida si è stretta intorno a te, perché eri vicino agli algerini che vivono umilmente la loro fede; fede da cui essi traggono il coraggio di vivere un’esistenza spesso difficile, la speranza di giorni migliori, la forza di lottare quotidianamente contro tutti i soprusi. (“) “La tua morte è anche un richiamo: è un seme di vita e di amore. Tutti i cristiani sanno che quando il chicco muore porterà molti frutti. “Noi sappiamo, perché siamo credenti – cristiani e musulmani – che il male non può prevalere. Il Dio in cui crediamo è il Dio della vita, colui che chiama l’uomo a collaborare con lui per una terra in cui ciascuno condivida con l’altro risorse, pensieri, progetti. Perché Dio ci ha fatti suoi figli e dunque fratelli tra noi. “È tutto l’ideale e il programma dei Focolari: “Pace e solidarietà fraterna”. E gli algerini conoscono bene il senso ed il prezzo della parola pace”. Sidi Ahmed Benchouk, presidente dell’Associazione Dar Es Salam – Algeria

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