Un piccolo segno di eco-vitalità

Case in legno e paglia per un nuovo stile di vita. L’originale esperienza di Pescomaggiore, mentre a L’Aquila tutto è fermo.
Pescomaggiore
Non è esattamente un posto di passaggio, dove si arriva per caso: a Pescomaggiore, adagiato sull’Appennino abruzzese a 15 km da L’Aquila, bisogna andarci di proposito. Spopolato prima dall’emigrazione – ci vivono attualmente 42 persone, perlopiù anziani – e poi dal sisma – che ha lasciato la metà delle case inagibili –, è uno di quei paesi che, per quanto situati in una posizione paesaggisticamente invidiabile, verrebbe da definire “nel mezzo del nulla”. Detto senza fronzoli: va bene per le ferie, ma viverci, giammai.

 

Eppure qui ha preso vita un’esperienza originale: quella dell’ecovillaggio autocostruito (e.v.a., per gli amici), un complesso di case a basso impatto ambientale realizzato direttamente da chi ci è poi andato ad abitare. Ci vivono attualmente una decina di persone, tra cui Isabella, che ci accoglie in un’assolata mattina d’aprile. Originaria de L’Aquila, dopo il sisma è stata trasferita in un albergo sulla costa, «ma ho resistito due settimane. Avrei voluto organizzare delle assemblee per sensibilizzare gli aquilani, approfittando del fatto che eravamo sostanzialmente tutti lì: ma gli albergatori, forse intimoriti, non ci hanno mai messo a disposizione gli spazi per farlo». Così si è spostata prima al campo libero del comitato 3.32 (l’ora del terremoto), del quale fa parte, per poi approdare quassù.

 

I tre porcellini non avevano ragione

 

La storia del villaggio inizia nell’estate del 2009, quando un gruppo di abruzzesi, davanti all’incertezza nella sistemazione degli sfollati, decide di fare da sé. Probabilmente non è stata una cattiva idea: basta fare un giro a L’Aquila o a Onna per constatare come, di fronte alla mancata – per ora – approvazione del piano per la ricostruzione, tutto sia fermo ai puntelli messi agli edifici subito dopo il sisma. Gli abitanti, ad oggi, vivono perlopiù nei nuovi insediamenti o negli alberghi. I nostri invece si dirigono su Pescomaggiore, dove il comitato per la rinascita del paese mette a disposizione un terreno in comodato d’uso poco fuori dall’abitato.

 

Convinti sostenitori della bioedilizia e disponendo di un budget limitato, decidono di puntare su una tecnologia costruttiva poco conosciuta in Italia ma già sperimentata all’estero: le case in legno e paglia. I motivi, spiega Isabella, sono tre: «Sono semplici da costruire: i tagli base per la struttura in legno sono solo quattro, chiunque può imparare a farli. Sono economiche: la paglia è quella di scarto presa dai contadini locali a 1,5 euro a balla. Sono ecologiche, coerentemente con i nostri princìpi. E durano, checché se ne creda: ci sono case in paglia che sono in piedi da più di cent’anni. E sono pure antisismiche».

 

Risultato: una spesa media di appena 650 euro al metro quadro, ossia un quinto delle abitazioni del progetto C.a.s.e. per la ricostruzione post sismica. Certo, economiche o no, 200 mila euro preventivati per sette abitazioni sono tanti, anche per chi non ha appena perso la casa precedente nel terremoto. Così parte una raccolta fondi online e una campagna di ricerca volontari, anche qualificati, per aiutare con la costruzione. Arrivano donazioni per 140 mila euro e volontari da un po’ tutta Europa. Tra questi, anche i tre architetti che hanno elaborato il progetto – Fabio Robazza, Fabrizio Savini e Caleb Murray Burdeau – in cambio del solo rimborso spese.

 

Al momento le case abitate sono quattro, e una quinta è in costruzione. Vederla permette di capire bene come funziona questa tecnica, all’apparenza bizzarra.

«La struttura portante in legno, dove passano anche le tubature e gli impianti, l’hanno montata gli alpini in appena quattro giorni. Con la bella stagione arriveranno i volontari, e inizieremo a posare la paglia per le pareti».

Quest’anno a dare una mano saranno i giovani del servizio civile internazionale, semplificando di molto – con grande sollievo di Isabella – la ricerca di manodopera. Innalzati i muri, li si tinteggia con terra cruda e calce: un intonaco traspirante che protegge contro umidità, parassiti e intemperie, oltre a garantire – sì, lo so che il vostro dubbio era quello – un’ottima resistenza al fuoco.

Anche l’isolamento termico è ottimo: «Quest’inverno, mentre fuori erano –16 gradi, in casa ne avevamo 17 senza riscaldamento.

 

Accendendo la stufa per un paio d’ore, si alza la temperatura di 5-6 gradi. Un gran bel risparmio». Quantificato, per l’esattezza, nei termini nel 75 per cento rispetto alle case standard. L’acqua calda è garantita dai pannelli solari sul tetto (arrivati in donazione), e quella di scarico viene trattata con un impianto di fitodepurazione (ossia un sistema del tutto naturale, che sfrutta l’azione di ghiaia, piante e microrganismi).

Non c’è che dire, cade un mito d’infanzia: la fiaba dei tre porcellini, che aveva relegato al gradino più basso proprio la casa di paglia.

 

Dall’alloggiare all’abitare

 

Accanto alla casa in costruzione c’è lo spiazzo per un sesto edificio: «Ma per ora – spiega Isabella – non c’è ancora nessuno che intenda costruire. Le persone che ci avevano contattato alla fine si sono tirate indietro, perché non se la sentivano di condividere il nostro progetto».

 

Già, perché, al di là degli aspetti tecnici, non si tratta solo di alloggiare, ma di “abitare”, di condividere alcuni aspetti della propria vita – dalla manutenzione dei vialetti, a quella del fitodepuratore, alle banali regole di buon vicinato – in questa sorta di “condominio orizzontale”. «La questione non è tanto le case in paglia, quella è solo la soluzione abitativa. Quassù vogliamo ricostruire quel famoso tessuto sociale di cui tutti parlano, ma che nessuno sa cosa sia esattamente».

In quanto a come fare, qualche idea già ce l’hanno. Per farcelo vedere ci accompagnano al vecchio forno del paese, da tempo dismesso, che hanno recuperato e inaugurato il 16 aprile. «Quassù non c’è nemmeno un negozio. Vorremmo riuscire ad aprire un emporio, per servire anche i villaggi vicini. Per ora, iniziamo col farci il pane». Perché il problema principale rimane l’assenza di qualsiasi attività economica.

 

Isabella è laureata in filosofia, ma, dice, «per ora non ho reddito». In effetti, non sarebbe del tutto corretto dire che è disoccupata: il lavoro di coordinamento del cantiere la impegna a tempo pieno. Però, appunto, è gratis. Idem per Ludovic, il suo fidanzato, arrivato dalla Francia. Per il resto, si contano un pensionato, un avvocato, un giornalista e un’insegnante di sostegno, ma qui non esiste nemmeno una scuola. Per cui c’è davvero bisogno di reinventare tutto.

 

«Il problema è la mancanza di strutture – spiega Isabella –: coltiviamo il farro, ma per decorticarlo dobbiamo andare fino ad Ancona. Vorremmo creare in paese una cooperativa per la trasformazione dei nostri prodotti agricoli, dalle marmellate ai cereali, e ricreare l’economia locale». Anche la vicinanza con il Parco nazionale è una risorsa da sfruttare: «Abbiamo pensato di riaprire un rifugio ora abbandonato, per sostenere il turismo».

Ma non è solo questione di economia: gli abitanti dell’ecovillaggio vogliono soprattutto ricostruire la vita sociale, che il sisma, con la dispersione degli abitanti tra costa e new town (i nuovi insediamenti), ha spesso distrutto.

 

Nuovi pionieri?

 

Passeggiamo tra le case puntellate del centro del paese. Per quanto anziani, gli abitanti sembrano darsi da fare per sistemare come possono gli edifici esistenti, si vedono operai al lavoro.

E se qualcun altro volesse unirsi a voi?, viene spontaneo chiedere. «Mah, lo spazio ancora per due case c’è. Non intendiamo allargarci oltre, anche perché, come ho detto, già si è costruito troppo. Non è solo questione di case ecologiche, ma di condividere un progetto di vita».

 

Lasciamo Pescomaggiore con l’impressione di aver appena visto, come da parole di Isabella, «una piccola utopia realizzata». Probabilmente non esportabile dovunque – e chi la trova la paglia in centro a, che so, Tokyo? – e che deve ancora superare molte prove dei fatti. Ma almeno è partita. Davvero, come per i pionieri e per i fondatori di città.

 

Per maggiori informazioni sull’ecovilaggio autocostruito e su Pescomaggiore, visitate il sito http://eva.pescomaggiore.org

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