Un patto di comunione

Un accordo per lavorare insieme e risolvere le situazioni controverse. Intervista esclusiva all’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams.
vescovi
Aria di novità nella Chiesa anglicana. Un patto legherà liberamente 44 Chiese autonome della Comunione anglicana. Si tratta di un accordo che non avrà potere di legge, ma forza morale e sarà basato sulla comunione scelta come via per condividere un percorso comune. Si sa, infatti, che la Chiesa anglicana ha al suo interno una forte esigenza di unità per alcune fughe in avanti riguardanti questioni quali, per esempio, le consacrazioni di donne vescovo e le ordinazioni di sacerdoti, sia uomini che donne, che dichiarano apertamente di praticare la loro omosessualità. Sono questioni aperte, in realtà nella sola Chiesa degli Stati Uniti e del Canada, che ancora dividono. Si tenta con questo patto tra le Chiese anglicane di evitare possibili divergenze all’interno della Comunione anglicana.

 

Tutto ebbe inizio nel 2003 quando la Commissione sulla comunione di Lambeth decise con il Windsor Report, redatto nel 2004, che era raccomandabile l’adozione di un Anglican covenant, un patto tra le Chiese anglicane. Successivamente poi, fu corredato da un commentario nel 2008 e mandato alle Chiese anglicane in tutto il mondo per essere esaminato e approfondito. Ad oggi, già nove hanno aderito, tra cui quelle del Messico, del Myanmar e dell’India: chi si impegna è tenuto a rispettare il patto. Tuttavia, anche quelle che sceglieranno di non adottarlo, continueranno a far parte della Comunione anglicana. E se anche la relazione tra alcune Chiese fallisse, non sono previsti procedimenti disciplinari con sanzioni e punizioni, ma una sospensione dalle strutture internazionali della Chiesa anglicana.

 

Il patto è «un inno alla comunione in Gesù Cristo per partecipare alla vita divina della Trinità». E come, anche tra i primi cristiani, sorgevano delle dispute, che erano soliti risolvere incontrandosi insieme, discutendo, pregando, facendosi guidare dallo Spirito Santo come nei grandi Concili ecumenici, così oggi il patto tra le Chiese anglicane vuole essere un metodo su come affrontare le dispute per cercare collettivamente, con pazienza e con la preghiera, l’unità dello Spirito e un comune cammino reciproco. Tutto ciò avendo come fondamento le Sacre Scritture, l’eredità della fede, il credo di Nicea, i sacramenti, l’episcopato. In questo senso il patto non porta nulla di nuovo, ma vuole solo approfondire l’autentica tradizione anglicana. Forse vedremo un nuovo tipo di “comunione tra le chiese” che può essere fonte di ispirazione anche per diverse tradizioni.

 

A margine dell’incontro ecumenico di vescovi amici dei Focolari, al Lambeth Palace, l’arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, ha accettato di rispondere ad alcune questioni importanti della Comunione anglicana.

 

Perché “The Anglican comunion covenant”, un patto tra le Chiese della Comunione anglicana, è così importante?

«Noi speriamo che, se il patto verrà adottato dalle Chiese anglicane nel mondo, questo consentirà ad ogni Chiesa di seguire lo stesso metodo di discernimento per risolvere le situazioni controverse. Per cui sarà più difficile che una Chiesa potrà scegliere di andare in una direzione e un’altra di prendere una differente decisione. È come un patto, un accordo per lavorare insieme, anche se non rappresenta una soluzione istituzionale e non introduce un’autorità suprema, ma esprime solo la nostra decisione di fare le cose insieme».

 

 Qual è il contributo che la Comunione anglicana può dare all’unità tra le Chiese?

«Abbiamo sempre cercato di mantenere una comunione all’interno delle diverse chiese locali e allo stesso tempo di guardare all’universalità della Chiesa. Speriamo che con questo tentativo di avere un equilibrio tra locale e globale possiamo sempre essere capaci di testimoniarlo nel complesso spettro della vita cristiana nonostante stiamo affrontando molte difficoltà nell’anglicanesimo».

 

Pensa che l’ordinariato personale, secondo la Costituzione apostolica “Anglicanorum Coetibus” (900 laici e 60 sacerdoti anglicani sono passati alla Chiesa cattolica), crei dei problemi nel dialogo ecumenico con la Chiesa cattolica?

«Penso che l’ordinariato sia stato creato per motivi pastorali, per le necessità delle persone che, appartenenti alla Comunione anglicana, decidono di passare alla Chiesa cattolica; ma non penso stia creando dei grandi problemi per il dialogo ecumenico. Esiste una grande collaborazione con l’arcivescovo cattolico Nichols di Londra. Cerchiamo sempre di partecipare insieme alle più importanti conferenze e nelle occasioni pubbliche. Di fatto, l’ordinariato, non ha avuto nessun effetto sulla nostra amicizia».

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