Un passaggio che trasforma

Non si tratta di un soffrire fine a sé stesso.
Gente
Nel pensare al Gesù dei Vangeli, due elementi vengono in evidenza, sottolineati entrambi da Chiara Lubich: amore e dolore. Amore come invito all’amore reciproco, all’amare per primi, al dimenticare sé stessi per far spazio all’altro: dopo duemila anni, pure la psicologia scientifica afferma quanto sia costitutivo dell’essere umano entrare in relazione con gli altri, e divenire capaci di relazioni positive. Ma nel commento a questa parola del Vangelo, «Io sono la porta…», Chiara sottolinea che Gesù è una “porta stretta”. In contrapposizione ad una comoda porta larga, la porta stretta rimanda alla necessità di stringersi per passare, di liberarsi di orpelli ingombranti e inutili, di far fatica, persino di soffrire. Nulla di più lontano dalla tentazione edonistica di un piacere raggiunto senza conquista.

Eppure, dice Chiara, «lui è la porta stretta e la porta spalancata nello stesso tempo». Non si tratta quindi di un soffrire fine a sé stesso, di un faticare senza senso. Troveremo «gioia mai provata, una nuova pienezza di vita». Quale meta è più ambita? Come questo abbia realizzazione, lo troviamo spiegato nelle parole stesse di Gesù: «entrerà e uscirà» è un’espressione che indica movimento, indica passaggio. Sembra un chiaro intendere che non resteremo nel dolore, che lo attraverseremo ma ne usciremo intatti, anzi rinnovati, trasformati, salvificati.

È l’esperienza, qualsiasi esperienza e tanto più quella del dolore, che può cambiare le persone. Dal punto di vista psicologico, se questa esperienza viene vissuta bene, pur nella fatica, se viene elaborata come parte di sé, allora diventa elemento di crescita e di realizzazione umana.

Dare un nome al dolore significa riconoscerlo, non negarlo. Significa provare a viverlo fino in fondo, senza compiacersi e senza crogiolarsi, ma senza evitamenti: sarebbe infatti uno sforzo inutile perché più si ricaccia dalla coscienza e più esso ritorna, in svariate forme.

Vuol dire accettare i piccoli e meno piccoli intralci, le piccole e meno piccole sofferenze che la quotidianità offre. Assumerli consapevolmente, persino valorizzarli, ci permette di perseverare nel raggiungimento degli obiettivi, di rinnovare l’impegno e la motivazione, e quindi di aumentare la probabilità di riuscita. Sul piano spirituale, è quel “vuoto”, il vano della porta, che ci mette in contatto con Dio. L’Unico, per usare le parole dello psichiatra americano Peck, che è in grado di realizzare il desiderio umano del perfetto abbandono nell’amore.

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