Un oratorio a cinque cerchi

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Il villaggio olimpico è un po’ come un oratorio, un oratorio provvisorio di cui io sono il prete, un prete che osserva tutti, parla con tutti, campioni o meno, atleti di uno sport maggiore o minore, vecchi o giovani, e si ferma con chi si ferma. È un rapporto immediato che fa nascere relazioni significative, se non durature, all’interno del villaggio. Il prete è don Carlo Mazza, cappellano della delegazione azzurra. In carriera vanta sette Olimpiadi, esordio a Seul nell’88: non ha mai vinto una medaglia, ma ha conquistato la stima e l’amicizia di centinaia di atleti che hanno gareggiato sotto i cinque cerchi. Provate a chiederlo a loro. Da ragazzo, nella sua Bergamo, amava gli sport, tutti, ma la sua strada era un’altra: La mia è una… vocazione di recupero: Dio mi ha ricondotto, inaspettatamente, nel mondo che amavo. Tra gli atleti è a suo agio e nella delegazione azzurra è un’istituzione: È inimmaginabile pensare un’Olimpiade senza don Carlo ha confidato il presidente del Coni Gianni Petrucci. Anche nel villaggio di Torino ha la sua stanza, confusa in mezzo a quelle degli atleti e degli accompagnatori (400 italiani in tutto), per garantire, per tre settimane, una assidua presenza in quel mondo particolare che è diventato nel tempo il villaggio olimpico. Il primo fu edificato per i Giochi di Los Angeles del ’32. Di solito di tratta di quartieri edificati ex-novo: ad Atlanta riadattarono un campus universitario, a Barcellona rifecero l’antico quartiere dei pescatori. A Torino è sorto sulle ceneri dei mercati generali, 100 mila metri quadri sui quali sono fioriti alloggi, ristoranti, negozi, sale, palestre. Ospiterà 2500 persone fra atleti ed accompagnatori, con un turnover vertiginoso: gli atleti arrivano un paio di giorni prima delle proprie gare e se ne vanno il giorno successivo, con o senza medaglie al collo, ed altri arrivano. Alcune delegazioni hanno scelto residenze diverse: gli svedesi, ad esempio, hanno fissato il loro buon ritiro a Cesana, in una struttura delle Acli, portandosi da casa dei letti adatti alle misure antropometriche vichinghe. Il villaggio – spiega don Carlo – è un quartiere provvisorio di grandissima vivacità e comunicazione, un mondo concluso, dove c’è tutto il necessario per vivere giorni di gare. Al suo interno, essendo in tanti, si costituisce di fatto un quartiere italiano, una realtà che facilita molto il mio compito: al centro c’è una piazzetta dove ci ritrova, si discute, si commenta, come in ogni comune piazza italiana. L’eccezionalità dell’evento olimpico è tutta nelle sue parole: L’esperienza dei Giochi coinvolge tutti, atleti e no: è una realtà di forti tensioni, ma con intense relazioni, grande partecipazione e condivisione di successi e di sconfitte, attesi o meno. Una convivenza molto vibrante e schietta, a volte anche un poco ruvida perché ognuno degli attori presenta la propria personalità. Che valore ha la convivenza con persone di altre scuole sportive, di altre lingue, culture, religioni? È un microcosmo di universalità che dà il senso della eccezionalità, della straordinarietà. È un’esperienza che ha un grandissimo effetto psicologico sui ragazzi: sono soggiogati, avvinti dalla vita del villaggio perché sanno che essere lì signi- fica essere ai vertici dello sport mondiale. Per i più giovani muoversi accanto ai grandi campioni deve essere un’esperienza unica: Dà alla convivenza un sapore esaltante, irripetibile. E di grande festa: lo stile provvisorio favorisce un’affettività diffusa e gratuita, ma sentirsi amici, fratelli, è un dato oggettivo, pur breve e provvisorio, è una vita vera, non un sogno, non una convivenza virtuale, come quella propostaci dai reality show. Nascono anche amicizie vere? La profondità viene in seguito. Se gli incontri sono stati di un certo genere continuano anche dopo. Fra questi i molti rapporti che don Carlo ha stretto negli anni e che ha generato con una metodologia tutta sua: Mi alzo presto al mattino e così posso salutare, conoscere gli umori, incoraggiare tutti gli atleti che escono per l’allenamento o la gara, dando loro appuntamento al ritorno. Un gioco allusivo e concreto che costruisce cordialità, affettività, fraternità, temporanea certo, ma sincera. Al ritorno mi trovano sempre: ho scelto di non assistere alle gare, anche se molti me lo chiedono, ma poi approvano i motivi che mi inducono a non lasciare mai il villaggio, a presidiarlo. Faccio un sacrificio a non andare perché sarei attirato dalla passione, ma resto per essere a disposizione di tutti. Nei weekend celebra l’Eucarestia, mentre durante la settimana raccoglie gli atleti per singole discipline, fermandosi a colloquio alcune ore e amministrando se richiesto i sacramenti. Anche le altre nazioni lo stimano e lo chiamano. In 18 anni don Carlo ha raccolto le confidenze e le confessioni di centinaia di atleti ed accompagnatori: ne parla compiaciuto, ma con grande considerazione per tutti: Ho conosciuto storie semplici e difficili, straordinarie e bellissime, con ritorni alla confessione anche dopo 30 anni, ciascuna degna di rispetto. Ad Atene un giovane pugile gli ha confidato la sua storia chiedendo di confessarsi per essere pulito dentro e fuori, svelando un animo sensibile dietro un immagine di soli muscoli a torto affibbiata ad atleti di questa disciplina. Le confidenze più drammatiche le ha raccolte da atleti che si interrogavano sull’uso di sostanze dopanti: Mi hanno posto la questione morale sul comportamento da assumere, rammaricati e colpiti dal fatto di trovarsi in una situazione in cui l’unica opportunità per sperare in una medaglia, sfidando altri atleti sicuramente dopati, era quella di assumere farmaci. Occorre ascoltare, capire, suggerire con discrezione se richiesto. Vanno seguiti, illuminati, guidati, amati: solo allora risulta loro più facile e spontaneo seguire dei consigli che, speriamo, siano sapienti. A loro poi confido che io non ho mai fatto i sacrifici, le fatiche, le rinunce che loro fanno, nemmeno quando frequentavo il seminario, ed era un seminario preconciliare dove le regole erano severe: non sono eroi, ma fanno una vita di grande impegno.

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