Un nuovo appello “ai liberi e forti”

Un nuovo appello "ai liberi e forti"
Sentimenti di imbarazzo, disgusto e sconforto sembrano colpire buona parte dei 60 milioni di cervelli e di cuori che, come noi, deambulano nella Penisola. L’inventario del malessere è presto fatto. Un anno fa – il 15 settembre 2008 –, falliva la Lehman Brothers, banca d’affari statunitense con un buco di 613 miliardi di dollari. Purtroppo i “grandi” non sono ancora riusciti a mettersi d’accordo sulle nuove regole della finanza, necessarie per evitare il ripetersi di crisi del genere, in cui a rimetterci sono soprattutto i deboli e i piccoli. E già si parla di nuove “bolle speculative”, e le banche ripropongono dei “pacchetti” che sono la fotocopia dei funesti “derivati”.

Cambiamo registro. Il 19 settembre, a Roma è stata organizzata una manifestazione “per la libertà di stampa”, in seguito alle note vicende di questi ultimi mesi, Tarantini e la Repubblica, Boffo e Feltri, Raitre, Ballarò e Fini… I toni sono accesissimi, al punto che le visioni ideologiche minacciano di oscurare i veri problemi che andrebbero affrontati, in particolare i giganteschi conflitti di interesse esistenti tra politica e informazione, che per essere onesti non sono di segno esclusivamente berlusconiano, anche se il fatto che il premier controlli nei fatti il 90 per cento dell’offerta televisiva non è un sintomo di buona salute democratica.

Ancora, prendiamo la situazione di smarrimento che ha colpito non pochi cattolici italiani per il progressivo e apparentemente inarrestabile decadimento morale di cui la società italiana è vittima, con conseguenze che toccano inevitabilmente la stessa Chiesa, alcune sue strutture e qualche suo responsabile: «Troppa sporcizia» esiste anche nella Chiesa, come denunciò l’allora card. Ratzinger nella via crucis al Colosseo del 2005.

E potremmo continuare. Sembra proprio che ci sia poca classe dirigente illuminata in giro. Al punto che si avvertirebbe il bisogno di un nuovo “appello ai liberi e forti” di sturziana memoria (eravamo nel 1919, tempi durissimi), perché la società civile faccia emergere nuovi leader, «liberi e forti» appunto, che sappiano propugnare, come diceva Sturzo, «nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà», sviluppando «le energie spirituali e materiali» della gente. È necessario, visto che troppe organizzazioni politiche e sociali fanno fatica a rinnovarsi, a proporre nuovi leader che, invece di riprodurre a menadito un pensiero politicamente corretto e attento solo alla conservazione, abbiano anche una reale capacità profetica.

 

In questo contesto, ecco un gesto controcorrente. Nell’omelia del 12 settembre per l’ordinazione di cinque nuovi vescovi, Benedetto XVI tratteggia la figura di chi è investito di un’autorità. È una persona che ha un imperativo: «Essere non per sé stessi, ma per gli altri». Il papa argomenta quest’affermazione indicando nel servizio, nella fedeltà e nella prudenza – oltre che nella bontà – i capisaldi di un uso corretto dell’autorità. Servizio: «Gesù non viene come uno dei padroni di questo mondo, ma lui, che è il vero padrone, viene come servo». Fedeltà: «Gli è stato affidato un bene che non gli appartiene». Prudenza: «Esige la ragione umile, disciplinata e vigilante, che non si lascia abbagliare da pregiudizi, non giudica secondo desideri e passioni, ma cerca la verità, anche la verità scomoda».

Parole che, a ben guardare, possono essere estese a qualsiasi leader: politico, economico, religioso, culturale o mediatico che sia. Parole che indicano l’urgente necessità di responsabili che sappiano far avanzare la società verso il bene comune perché portatori di una visione ampia e creativa.

 

Abbiamo dedicato la copertina di questo numero a Igino Giordani: il 27 settembre termina la fase diocesana della sua causa di beatificazione. Aveva un coraggio capace di opporsi ai peccati planetari del nazismo e del fascismo, così come a chi voleva limitare la sua libertà di giornalista. Nel suo Diario di fuoco denunciava chi «scambia la libertà per tracotanza e fa consistere la potenza nel ridurre il più gran numero di fratelli, liberi figli di Dio, a servi». Giordani protestava – era il 1964 – contro «questa fissazione dell’Io, questa maniaca idolatria del proprio essere, dei propri interessi, questo colosso fatuo, gonfio d’aria, della propria persona. E si perde l’universale, si perde l’amore», smarrendosi nel «culto taccagno e gretto e asfittico del proprio non-essere». Parole attualissime, atte a suscitare un profondo esame di coscienza in ognuno di noi, soprattutto in chi ha una piccola o grande responsabilità nella società.

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