Un mondo senza barriere

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Sono una disabile da quando, all’età di cinque anni, ho contratto la polio, che mi ha lasciata paralizzata dal collo in giù. Con massaggi e terapie, successivamente ho riacquistato l’uso delle braccia. Ho ancora vivo nella memoria il senso di abbandono in quelle vuote stanze di ospedale, in quei lunghi corridoi con file di gente in carrozzella o sulle grucce in attesa del medico. C’erano anche altri bambini come me, che gridavano dalla paura e dal dolore dei trattamenti. Niente aveva senso per me, e pur piccola, ho iniziato a farmi la domanda sull’esistenza del dolore. Tanti bambini non erano disabili. Perché io sì? I genitori mi cercavano di consolare dicendomi che ero speciale. Infatti, hanno deciso di avere altri sei figli dopo di me per essere sicuri che qualcuno si sarebbe preso cura di me nel futuro. Mia madre spesso mi diceva che i miei fratelli e sorelle erano lì per servirmi ed io ne ho certamente fatto conto. Certo, creando non pochi risentimenti, quando ne approfittavo. A sette anni, i miei genitori hanno pensato giunto per me il tempo di andare a scuola. Sono state così sospese le cure e mi hanno mandato ad una scuola privata cattolica. Una delle prime cose che ho imparato è che la persona umana è stata creata a immagine e somiglianza di Dio. Ricordo ancora la maestra di religione portare in classe un quadro grandissimo di Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre. Mi sono soffermata a guardarlo a lungo e ne ho dedotto che, a confronto con me, Eva aveva un corpo bellissimo, mentre io ero in carrozzella. Così mi sono convinta che l’unico modo per essere ok era di non avere disabilità. È stato molto difficile per me crescere in un mondo che ti esclude dalle classi di ginnastica, dalle girl scout, dalle escursioni scolastiche, o dai campeggi. La lotta si è fatta ancora più dura quando, adolescente, non avevo nessun modello da seguire. Volevo trovare un adulto disabile che mi potesse far da guida, ma non lo trovavo. E per di più i miei compagni di classe mi mettevano da parte. Mi faceva male dentro, ed ho annegato la mia frustrazione nella musica. Nel 1971 sono stata invitata a partecipare ad un incontro dei Focolari. Lì ho scoperto una spiritualità che ha cambiato per sempre la mia vita. Per la prima volta ho avvertito che Dio mi amava e mi attirava Gesù che sulla croce, così poco attraente fisicamente, aveva sperimentato l’abbandono. In lui ho trovato la risposta al mio profondo perché. E lui prima di morire aveva pregato il Padre perché tutti siano uno. Aveva pagato con la vita per l’unità. Ho capito che nell’economia di Dio il mio dolore non era vano e che anch’io, proprio con quel dolore, potevo contribuire all’unità. Ho cambiato il mio modo di vedere le cose e mi sono decisa a vedere il positivo in tutto, anche nella mia disabilità. Ho imparato a vedere Gesù in ogni prossimo e di conseguenza non potevo più aspettarmi dai fratelli che soddisfacessero ogni mio desiderio, anzi, ho iniziato a far da me tutto quello che potevo. A loro volta i fratelli si sono sentiti sollevati e felici che avessi imboccato la strada per raggiungere una certa indipendenza. Sono diventata un’attivista del movimento per i disabili Adapt(1), e partecipavo alle manifestazioni di massa che organizzava a Los Angeles nel 1985. Marciavo con la mia carrozzella gridando: L’accesso è un diritto civile!. Ricordo che un altro disabile marciava accanto a me e ogni tanto si fermava per bere qualcosa. Così l’ho aiutato porgendogli dei bicchieri d’acqua di tanto in tanto. Con lui e con altri volevo condividere la mia scoperta di Dio amore, ma sapevo che potevo farlo se amavo per prima. Le cose sono andate avanti e sono diventata una dei dirigenti del movimento per disabili degli Stati Uniti. Ricordo una volta quando, ad una conferenza nazionale in Michigan, ho parlato della scoperta dell’amore di Dio per me. Un gruppo di ebrei disabili mi ha poi avvicinata per dirmi quanto erano stati contenti di sentire qualcuno nel movimento dei disabili parlare apertamente di valori spirituali. Ci sono sempre tante occasioni, proprio all’interno del movimento, per vivere per l’unità. Nel nostro gruppo, ad esempio, c’era una grande lotta tra i capi, per via delle diverse filosofie e idee di come portare avanti le cose. Il mio primo tentativo per portare solidarietà è quando ho proposto un nuovo tipo di accessibilità, quella di essere l’uno per l’altro rampe di accesso. Se noi lavoriamo con successo per rendere accessibili ai disabili case, metropolitane, uffici, quanto più dovremmo lavorare per essere accessibili gli uni agli altri. La mia idea è stata subito attaccata da uno dei membri, che ha inviato un bollettino con accuse forti contro di me. Molti mi hanno consigliato di rispondergli a tono e persino di citarlo in corte. Io invece ho deciso di scrivere a tutto lo schedario una lettera in cui proponevo il perdono e l’accessibilità vicendevole. Ho ricevuto un’enormità di risposte positive che appoggiavano la mia idea. Alla fine quella persona che mi aveva offeso mi ha telefonato per dirmi che era d’accordo su tutto quanto avevo scritto. Un giorno un amico che mi fa da autista è venuto a trovarmi. Mi ha confidato che il cibo nella pensione dove abitava era decisamente scadente, con la verdura sempre scotta. Gli piaceva venire a casa mia, dove avevo sempre verdura fresca in frigo. Così l’ho invitato a pranzo e mentre mangiavamo mi raccontava di un comune amico che aveva bisogno di cibo. Io non avevo soldi in più e neppure cibo da potergli dare, ma ho pensato che almeno potevo pregare per quella persona. Due settimane dopo, quel mio amico autista mi ha riferito che dopo aver lasciato la mia casa quel giorno aveva sentito forte la spinta a dare a quell’amico povero i soldi che io gli avevo dato di mancia. Nel settembre 2001, ho fondato Calif (Comunità attive per una vita indipendente e libera, cioè Communities Actively Living Independent and Free), un centro non a scopo di lucro al servizio dei disabili in una delle zone centrali di Los Angeles. Il centro provvede servizi in loro difesa per ottenere alloggio, come informazione, istruzione per una vita indipendente, consulenza individuale e a gruppi, tecnologia di assistenza, ecc. Calif, in uno spirito di unità, collaborazione e rispetto per l’essere umano, prevede un lavoro comunitario in un ambiente culturalmente vario che dia indipendenza e libertà alla comunità dei disabili ed a chi li assiste. Ci sono ancora tante barriere nella nostra società che causa dolore ai disabili. Si incontra ancora tanto pregiudizio, poca offerta di lavoro, e non sempre ambienti accessibili. Ci vuole un vero e proprio cambiamento di valori nella società per raggiungere un’uguaglianza reale. Eppure, anche come attivista nel movimento dei disabili, affermo costantemente che non c’è migliore soluzione che nel Vangelo, dove la dignità e il valore di ogni uomo o donna è sottolineata da Dio che ama e rispetta ciascuno dei suoi figli.

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