Un “Moise” trascendentale

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“Moïse et Pharaon ou Le passage de la Mer Rouge”, di G. Rossini. Milano, Teatro degli Arcimboldi. Orchestra coro e corpo di ballo del Teatro alla Scala. Direttore, Riccardo Muti. Scene di Gianni Quaranta. Regia di Luca Ronconi. Al R.o.f. di Pesaro (1997, regia di Graham Vick, direzione di W.Jurowski), Mosè tuonava fra canali d’acqua. A Milano, Ronconi e Quaranta inventano un organo barocco sul fondo, dentro una sinagoga dal pavimento “desertico”: tutto si apre e si chiude, si solleva e si appiana nei quattro atti della vicenda biblica. Idea per qualcuno povera, in realtà unifica genialmente il carattere oratoriale dell’opera – così la pensava Rossini stesso -, e quindi a suo modo liturgico ebraico-cristiano, con l’ambiente desertico della storia sovrastato da una divinità misteriosa, il personaggio possente di Mosè e la vicenda dell’amore impossibile fra Amènophis e Anaide. Ronconi svolge l’azione, così monumentale e “a blocchi” (anticipatrice del Tell e di tanto teatro dell’Ottocento), in quest’ambiente glabro, accendendolo di passaggi sulfurei e di albe metafisiche: una rivisitazione postmoderna del neoclassicismo rossiniano di un lavoro che, quasi “nuova creazione” rispetto al Mosè napoletano, trionfò all’Opèra di Parigi il 26 marzo 1827. La musica è proprio bella, bellissima spesso, perfetta nell’orchestrazione, “prudente” nel canto fiorito e perciò drammaticamente efficace, grandiosa nel declamato, luminosa architettura negli ensembles, leggiadra nel balletto: certe melodie, uscite da una fantasia torrenziale ormai disciplinata, quasi soffocano l’anima del pubblico, assorto e preso in una sorta di estasi catartica (penso al Finale II, ai corali, alla preghiera “Dal tuo stellato soglio”, ai preludi orchestrali). Ma tutto è sempre canto e ritmo, e questo “fa” tanto Rossini. L’orchestra “mutiana” canta, ovviamente. Morbida (violoncelli e ottoni), struggente (violini primi) dolce (legni), calda (viole) profonda (percussioni) in una varietà di colori mirabile, sotto il gesto incalzante, fantasioso, libero di Riccardo Muti che di questa musica si fa interprete raffinato ed esemplare. Nessun cedimento, mai un eccesso. Le danze – quasi mai udite – si stagliano musicalmente brillanti, così che la coreografia di Micha van Hoecke – resa con suprema eleganza da Luciana Savignano, Roberto Bolle e Desmond Richardson – ne rende visibile il sentimento fra classico e contemporaneo: corpi che si sfidano per elevarsi, arditi nelle movenze come il ritmo dell’invenzione musicale. Il cast è lasciato “respirare” da Muti, che l’ “accompagna” col gesto e il volto. Giovane ma possente il Moïse di Ildar Abdrazakov, liricamente espansa (seppur con qualche disagio nelle fioriture) Barbara Frittoli (Anaide), struggente Sonia Ganassi (Sinaide), baldanzoso e spesso rifinito Giuseppe Filianoti (Amènophis). Momenti memorabili quelli regalati dal coro, diretto da Bruno Casoni, eccellente nelle pause meditative – con “pianissimi” da favola – di cui abbonda quest’opera così orientata al trascendente. Tanto che l’insieme dello spettacolo (anche grazie all’icasticità dei costumi di Carlo Diappi) genera nei 2400 in sala momenti lunghissimi di silenzio religioso. Si pensi al finale IV, reso da Muti quasi una ascesa verso regioni di luce. Un Rossini diverso, contemplativo. Da cui tutti impareranno, Verdi e Wagner compresi. Una inaugurazione da non dimenticare. KENT NAGANO Signore autentico dell’orchestra, il direttore californiano guida i complessi romani di Santa Cecilia nella Settima Sinfonia di Mahler. È soggiogato dalla musica, ma lucido: sa che per Mahler qui finisce un mondo, una tradizione secolare d’arte e ci si apre ad uno nuovo, ancora incerto e ignoto. Nessuna certezza, solo lasciarsi guidare dal cuore? Nagano pensa che Mahler sia questo, quindi scatena sonorità distese, ritmi pregnanti. Senza strafare, imperioso ma non autoritario. Il pubblico capisce e si infervora.

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