Un miracolo nella foresta

Tre visite di Chiara a Fontem (Camerun). Tre momenti straordinari che hanno segnato la vita di un intero popolo e del Movimento dei Focolari.

Quando Chiara Lubich arriva a Fontem per la sua prima visita, tutto il popolo, con in testa il Fon ed i Chief, accorre per incontrarla e farle festa. Nell’ampia spianata antistante il palazzo reale, commossi discorsi ufficiali ed una serie interminabile di danze bellissime portano a Chiara l’omaggio dei vari villaggi. È un momento speciale. Chiara avverte reale la presenza di Dio come un sole che illumina e raccoglie tutti i presenti in unità.

Racconta Chiara:

“… ho avuto quest’intuizione. Come se Dio ci abbracciasse tutti, tutti insieme, noi, noi focolarini che eravamo presenti e tutta questa tribù. Lì difatti è nata per la prima volta in me l’idea che noi avevamo a che fare anche con il dialogo interreligioso, cioè con quelli di altre religioni.

E lì mi è sembrato che ci fosse una specie di benedizione di Dio su questa iniziativa che sarebbe nata, ma intanto sul popolo Bangwa così come si presentava, e su noi, insieme con loro”.

Straordinaria l’intesa con il Fon Defang che, in virtù della sua profonda unione con Dio, aveva immediatamente scorto negli avvenimenti di quei giorni l’intervento divino: Dio rispondeva alle invocazioni d’aiuto del suo popolo e lo amava attraverso i focolarini.

E il suo sguardo sapiente, quasi da patriarca dell’Antico Testamento, arrivava più lontano. “Chiara – egli amava ripetere – è stata mandata qui in terra da Dio, per dirci qualcosa che Lui vuole spiegare al mondo d’oggi”.

Ancora Chiara:

“Col Fon Defang, ho avuto un rapporto meraviglioso. Io di lui mi ricordo quando mi ha invitato nel palazzo reale, dove mi ha fatto questa domanda: ‘Ma tu sei donna, e quindi non vali niente, come hai potuto fare questo movimento?’.

Allora io ho risposto: ‘Appunto perché sono donna e non valgo niente, è chiaro che qui è intervenuto Qualcun altro. E dato che il Movimento è molto ampio e diffuso, non può essere che Dio, non può essere una forza umana’. Lui ha capito e ci ha sempre seguito in tutti quegli anni”.

Seconda visita nel 1969

A tre anni dalla sua prima visita, Chiara Lubich torna a Fontem per inaugurare il primo padiglione dell’ospedale già funzionante. Alla cerimonia ufficiale sono presenti questa volta oltre al Vescovo Peeters, il vescovo Ndongmo, ed il ministro dei lavori pubblici del Camerun occidentale.

Indubbiamente questa è l’opera per la quale i Bangwa mostrano la maggior riconoscenza. Soprattutto il recupero di tanti bambini ha toccato profondamente questa gente che annette tanta importanza alla vita.

Una riconoscenza espressa anche stavolta con danze coloratissime eseguite alla presenza di migliaia di persone provenienti non solo dai villaggi Bangwa, ma anche da quelli della tribù dei Mundani.

E Chiara, ancora una volta, più che dalle realizzazioni esterne, pur sbalorditive, rimane toccata dal clima spirituale che si respira in tutta la valle e che le fa avere una sorta di intuizione, mentre si sofferma a guardare dall’alto di una collina il verde intenso della conca di Fontem bucato qua e là da pochissime costruzioni.

Commenta Chiara:

“Ecco, io ho intuito che lì in quella valle, tutta foresta, tutta foresta, tutta foresta, tutto verde, rigoglioso, sarebbe sorta una città e che questa città sarebbe stata un modello, quindi una città sul monte, per poter essere visitata da tante persone, le quali avrebbero trovato non tanto una ricchezza materiale, quanto una ricchezza spirituale, cioè il comandamento di Gesù messo in pratica fra tutti i cittadini”. 

Per sostenere quella che sempre più le appare come un’opera di Dio, nella primavera del ‘69 Chiara coinvolge la parte giovanile del Movimento dei focolari, i Gen, in un’operazione a livello internazionale finalizzata alla raccolta di fondi per contribuire alla realizzazione delle opere sociali di Fontem.

Alla fine di quello stesso anno, Chiara decide di mandare a Fontem una delle sue prime compagne, Marilen Holzauser. A lei, in procinto di partire per l’Africa, suggerisce di non parlare ma vivere, per almeno sei mesi.

Dice Chiara:

“… Avevo capito chiaramente che era inutile andare a parlare, portare il nostro spirito, se il fratello aveva fame, aveva sete, era senza casa. Dice anche la Scrittura: se il tuo fratello ha fame e tu dici ‘vai in pace’…, no, non puoi dire così, devi prima dargli da mangiare. Quindi è stato un consiglio molto utile. Marilen ha taciuto, e così tutti gli altri, hanno fatto parlare i fatti.

E perciò anche questi nostri amici che erano lì, si sono convinti che eravamo andati veramente per amore, non per un interesse particolare. Poi naturalmente, si è potuto parlare, annunciare quello che ci aveva spinto a far questo. Ma intanto era nato un amore, un amore reciproco, una collaborazione con loro, e loro si sono anche resi conto per conto proprio di questa cosa”.

Terza visita nel 2000

Guardando oggi la conca di Fontem dallo stesso punto in cui Chiara Lubich nel ‘69 si soffermò a guardarla preconizzando sviluppi allora impensabili, non si può non concordare sul fatto che tutto ha il sapore del miracolo. Fontem è oggi una realtà stupefacente e tale è apparsa agli occhi di Chiara nel maggio 2000, durante la sua terza visita alla cittadella.

La folla che si è raccolta sulla spianata di Azi dinanzi al palazzo reale, è quella delle grandi occasioni: la gioia, i colori, il clima di festa, sono quelli degli avvenimenti più attesi. I canti di benvenuto, i discorsi d’apprezzamento per l’opera svolta dai Focolari, le danze, sono tutte forme escogitate dai Bangwa per far sentire a Chiara quanto lei conti per loro.

Nel discorso che Chiara rivolge ai presenti, ella chiede a tutti un passo concreto per salvaguardare la vocazione di Fontem di “città sul monte”:

“Chiediamoci sempre: siamo in pace con tutti? E se non lo fossimo, promettiamo in cuore d’esserlo al più presto. Perché solo se l’amore continuerà a brillare in questa città, la benedizione di Dio continuerà a scendere dal cielo per voi, per i vostri figli.

E adesso io non mi sento di staccarmi da voi senza avere fatto con voi un patto solenne. Un patto d’amore vicendevole, forte e vincolante. È come una specie di giuramento, in cui ci impegniamo d’essere sempre nella piena pace fra noi e di ricomporla ogni volta si fosse incrinata. E come esterna espressione di questo nostro patto diamoci la mano”. 

Come risposta il Fon Lucas Njifua dice: “Se noi seguiamo il suo esempio di vita [di Chiara], ci sarà pace, armonia, ci sarà amore sulla terra… Non sapevamo come esprimere la nostra gioia per quello che lei ha fatto per noi attraverso il suo stile di vita. Conferirle il titolo di Mafua Ndem, cioè regina inviata da Dio, era un modo per esprimere la nostra riconoscenza per quello che lei ha fatto per noi, il nostro apprezzamento per quello che lei ha fatto”.

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