Un lieto Strindberg

Teatro
Dentro una semplice cornice di dramma borghese, senza particolari svolgimenti sensibili, assistiamo alla regressione infantile dei membri di una famiglia che vivono nell’ombra di un padre inetto, finito in carcere per truffa, e angosciati da un terribile creditore che nel loro immaginario si trasfigura in un orco. Tra orgoglio e vergogna, sensi di colpa e stravaganze, l’intensità del dramma si concentra nella figura della giovane figlia Eleonora. Presa da una dolce follia mistica, lei soffre per gli altri e accoglie su di sé la cattiveria degli uomini.

Nell’opera di Strindberg Pasqua è un raro testo a lieto fine. Dove, a differenza della vita dipinta solo come caos e crudeltà, trionfa la speranza e la pietà. Tra echi simbolisti, e in un clima onirico, la regista Monica Conti ne fa una fiaba nera. Immergendola in una dimensione fanciullesca, evidenzia una lezione morale: «È il nostro occhio nero che vede male, rendendoci come dei bambini sperduti nel bosco, sopraffatti dalla paura. Se usiamo quello bianco – continua la regista –, forse può cambiare anche il nostro paesaggio».

Percorrendo questo filo interno nei tre atti che si snodano attraverso gli ultimi giorni della Settimana santa, i personaggi hanno volti lividi e movenze grottesche. I toni volutamente nevrotici della recitazione acquistano senso dentro la scena di sproporzionati bauli, armadi, tavoli e sedie grigie dove si sale e ci si nasconde. Proprio come dentro una fiaba.

Al Teatro India di Roma  

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