Un grazie a Carlo Bo

Letteratura come vita, alla ricerca delle e della verità, come discorso infinito che apriamo con noi stessi. 
Urbino

Allorché nel secondo dopoguerra incominciò l’egemonia della critica materialista marxista, andata avanti per decenni in scuole università giornali televisioni, e poi negata dalla stessa quando le ideologie si sono frantumate (senza scomparire) nel relativismo-nichilismo di oggi, chi non si omologava era combattuto, tacitato o sbeffeggiato.

Ricordo, sul grande critico cattolico, una battuta che voleva essere spiritosa (forse faceva ridere le galline depresse): «Carlo Bo, no»; e si traduceva in esclusione e cancellazione.

 

Lui non faceva niente per parere un fascinoso maitre-à-penser, anzi di-chiarò poi che tutte le sue cose importanti le aveva scritte

entro il 1945, e non era vero; ma mentre gli altri distruggevano o utopizzavano a vuoto (pensiamo a Budapest 1956, a Praga 1968), lui costruiva: precisamente come docente e poi come rettore dell’università di Urbino molto attivo e aperto.

Famosi i suoi saggi sulla letteratura francese, su quella spagnola e su quella italiana, sia storica dai cinquecentisti a Manzoni, a Leopardi, sia contemporanea da Serra a Gadda, ai grandi poeti novecenteschi, in una visione sempre più persuasa, avvicinandosi al presente, della decadenza morale-culturale («Siamo ancora cristiani?») davanti e contro la quale opponeva la sua combattiva umiltà di "aspirante cristiano" a vita.

 

Ecco, vita è la parola che meglio inquadra la lunga militanza, a volte strenua, a volte malinconica, di un grande critico vergognosamente snobbato da altri oggi ben più di lui dimenticati e dimenticabili; militanza critica che si sviluppa, ha scritto Jean Starobinski, «come un diario personale (intimo e no) che rimane sempre aperto» nella «tonalità morale di un rapporto col mondo e con gli altri». Lo diceva Bo stesso: «Conoscere le anime (…), vivere con esse».

 

Lo spazio non mi consente che di concentrarmi sul suo famoso "manife-sto" (non solo dell’ermetismo poetico, come fu detto) intitolato Letteratura come vita (1938), in cui, riprendendo il pensiero di Charles Du Bos, l’anima cristiana della letteratura e della poesia si orientava e si programmava come resistenza implicita ai totalitarismi politici e alle dissipazioni modaiole: «La letteratura è una condizione, non una professione (…). Lo scrittore chieda al suo testo la verità che l’urge interiormente e per cui sente di dover scrivere (…). E là dove smette lo scrittore nasce il critico, in uno scambio perfetto di vita».

 

Letteratura come «misura di coscienza» e perciò come «discorso infinito e continuo che apriamo con noi stessi» senza l’alibi di una «misura placata di verità», eppure recando sempre, in ogni frase, «una richiesta di verità»: essendo la fede stessa «una verità che si rifà, che si ripete nella sua creazione».

 

Letteratura come vita significa quindi letteratura come atto di vita consustanziale, per «bisogno di integrità dell’uomo», alla ricerca delle e della verità. Ma ascoltiamo Bo: «Nella reazione dell’uomo al suo mistero di solito c’è un rifiuto, il gesto ripetuto d’Adamo. E un’eccitazione incosciente e fatta di scetticismo seppure mascherata d’umiltà, vale quanto una bestemmia e una violenza portata sull’oggetto. Se c’è un lavoro degno dell’uomo, se c’è un riscatto, è questa condizione di attenzione, di contemplazione, di riguardo amoroso e cosciente di sé stesso. Sarà il segno della sua vita la possibilità di un’eterna discriminazione appoggiata su un’ansia d’approfondimento».

 

E oggi, in atmosfera di "non-verità", di "tutto vero tutto falso" e di "né vero né falso"; con tonnellate di "capolavori" pompati pubblicitariamente mentre scivolano verso il macero del magazzino o supermercato che si riempie e si svuota; non è urgente, per chi voglia ancora guardarsi in faccia allo specchio, di tentare, come autore e come lettore, una letteratura come vita?

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