Un eroe, non per caso

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Da quel mattino del 29 maggio ’53, quando Tenzing ed io conquistammo per primi la vetta del Monte Everest, sono stato considerato un grande temerario. La verità è che sono un rude, vecchio neozelandese e nel corso della mia vita ho affrontato molte sfide. In effetti, se guardo ai 50 anni trascorsi, arrivare in cima all’Everest sembra meno importante, in molti sensi, rispetto ad altre decisioni che ho preso, nel corso del tempo, per migliorare la vita dei miei amici sherpa in Nepal e proteggere la cultura e la bellezza dell’Himalaya . Così Edmund Hillary aveva commentato il cinquantesimo della prima salita sul tetto del mondo. Altre parole, difficilmente, potrebbero descrivere meglio questo uomo che a ragione può essere definito un eroe, perché lo è stato nella sua vita prima ancora che sulle montagne. Indubbiamente la sua figura dinoccolata, le sopracciglia arruffate, i capelli sempre spettinati con quelle lunghe basette hanno contribuito a farlo apparire un antieroe. Preparato ad affrontare le insidie dell’Everest, fu colto di sorpresa dalla celebrità. Il destino volle che la sua impresa contribuisse a coprire di gloria l’incoronazione della regina Elisabetta, avvenuta solo quattro giorni dopo. Ma Hillary ammise di essere in difficoltà quando gli comunicarono che ella investiva del titolo di baronetto un semplice apicoltore che girava in una vecchia tuta da lavoro nella sua città, Paparuka: Dovrò comprarmi una tuta nuova, confidò. Non aveva i modi raffinati e la cultura dei suoi compagni di scalata inglesi, ma si rifaceva abbondantemente in forza e tenacia. Si inginocchiò con semplicità davanti alla regina e a 7.500 ospiti della festa in suo onore a Buckingham Palace. Di ritorno in Oceania il temerario conquistatore dell’Everest, terrorizzato per la sua timidezza, chiese alla futura suocera di essere lei a chiedere per lui la mano alla donna di cui era innamorato. Tornò più volte in Himalaya per salire altre cime inviolate, ma un episodio segnò per sempre la sua vita. Così lo raccontò: Era il 1960. Con un gruppo di scalatori e di sherpa ci scaldavamo attorno ad un falò ai piedi di un ghiacciaio. Parlavamo da ore, in un miscuglio di nepalese e inglese, del futuro del popolo sherpa. Uno di loro, Urkien, gettò una striminzita manciata di azalee nel fuoco, facendolo divampare in un crepitio di faville. Dicci, Urkien – gli chiesi -: se potessi esprimere un desiderio per il tuo villaggio, quale sarebbe?. Vorremmo che i nostri figli andassero a scuola, sahib! – rispose -. La possibilità di studiare è ciò che desideriamo maggiormente per i nostri ragazzi. Le sue parole andarono a segno. L’anno dopo veniva inaugurata la prima scuola a Khumjung, a 3.800 metri, nel cuore della valle del Kumbu. Rivivo con commozione le note di quella originale campanella della scuola, una bombola ad ossigeno vuota, una di quelle usate per salire l’Everest, ed il busto di bronzo di sir Edmund ornato ogni giorno di fiori arancione freschi. Ricordo come fosse ieri il giorno felice in cui la scuola fu inaugurata con 47 bambini sherpa dalle guance rosse ed i sorrisi pieni di luce e di speranze. Oggi uno di loro è pilota di Boeing 767, altri sono importanti dirigenti di organizzazioni di viaggio, d’affari e no-profit. Questi sono i traguardi della mia vita che mi riempiono d’orgoglio . Da quel giorno Edmund Hillary non smise un momento di darsi da fare, sfruttando la sua celebrità, per sostenere sempre nuovi progetti su richiesta del popolo sherpa: 27 scuole, 2 ospedali, una dozzina di cliniche, decine di ponti pedonali per attraversare torrenti impetuosi, un aeroporto e un eliporto. Oltre a restaurare e rendere agibili monasteri buddhisti, ad edificare centri culturali, a piantare milioni di alberi per rimpiazzare quelli abbattuti per costruire alloggi per i turisti. Nel ’75 una tragedia segnò il suo inesauribile impegno: un piccolo aeroplano con a bordo la moglie e Belinda, una dei tre figli, precipitò dopo il decollo da Katmandu: madre e figlia si recavano da sir Edmund che stava costruendo un ospedale. Trascorsero anni prima che si riprendesse, ma trovò consolazione impegnandosi in sempre nuovi progetti sostenuti dalla sua fondazione, Himalayan Trust, attiva ancora oggi. Risposatosi a 70 anni, considerava gli sherpa la sua grande famiglia. Il 25 maggio 2002 sir Edmund ricevette una telefonata da suo figlio: Papà, sono Peter. Siamo in vetta, gli diceva quella voce dalla cima dell’Everest. Peter, 47 anni, era salito lassù per il 50°, membro di una spedizione commemorativa di cui faceva parte anche Jamling Norgay, figlio di Tenzing. Stai attento in discesa, gli raccomandò il padre. Rimase fedele nel tempo ai valori che lo animavano: per aver presente la sua personalità, vale la pena ricordare il suo sdegno alla notizia, nel 2006, che uno scalatore dell’Everest, David Sharp, era stato abbandonato a morire sulla montagna, mentre i suoi compagni continuavano la spedizione: La vita umana – fu il suo commento – è molto più importante che raggiungere una vetta. Poco tempo prima di morire ebbe a dire: È sorprendente che la gente ancora si ricordi di me. Però credo anche di sapere il perché: penso che molti apprezzino il fatto che non mi sono limitato a scalare montagne, ma ho cercato soprattutto di restituire a quella popolazione l’aiuto che mi ha dato sulla montagna

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