Un dono per noi

Ortodossi

Nella bella chiesa dedicata alla Panaghia, la Tutta santa, appena dentro le antiche mura costantinopolitane, si svolge il 15 marzo a Istanbul una celebrazione densa di significato in ricordo di Chiara Lubich. A presiederla è sua santità Bartolomeo I, patriarca ecumenico di Costantinopoli, capo spirituale di più di 250 milioni di ortodossi. La preghiera dei vespri in forma solenne è cantata dai due cori del Fanar stesso. Sono presenti numerosi ecclesiastici del patriarcato ecumenico con tre metropoliti, il vescovo cattolico-latino di Istanbul, Louis Pelâtre, la comunità locale del Movimento dei focolari e fedeli della Chiesa greca del luogo. Da Roma arriva anche una delegazione di responsabili centrali dei Focolari.

Un insieme nutrito e variegato di persone venute a rendere grazie , la parola più ricorrente, per il dono che è stata Chiara Lubich. Un dono accordato non soltanto alla Chiesa romana, della quale è stata figlia fedele e operosa, ma anche alla nostra Chiesa costantinopolitana , sostiene il patriarca. Al termine dei vespri Bartolomeo presenta la vita di Chiara raccontando la sua storia a cominciare dagli inizi a Trento. Nel discorso commemorativo il patriarca sottolinea come un anno prima accanto ai romano-cattolici, agli ortodossi e agli altri cristiani anche rappresentanti di differenti religioni e culture si sono soffermati per rivolgere l’ultimo grato saluto a questa donna eccezionale. Ricorda Bartolomeo come d’altra parte la partenza di Chiara non ha coinvolto unicamente esponenti religiosi, politici o di cultura: "Ovunque, nel nostro mondo travagliato da conflitti e da divisioni, milioni di persone ci siamo ritrovati uniti nella preghiera per accompagnare Chiara giunta al luminoso traguardo del suo pellegrinaggio terreno".

Non poteva certo mancare la nota personale, il ricordo dei primi contatti quando lui era ancora giovane diacono, la memoria del profondo rapporto che legava Chiara al patriarca Athenagoras sin dai primi viaggi al Fanar (ben tredici nel corso degli anni). Tutte tappe importanti di un dialogo della carità in cui "il ruolo di Chiara e del suo movimento nel ristabilimento della comunione tra le Chiese dell’antica Roma e della nuova Roma, è stato colto da quel nostro indimenticabile predecessore che, accogliendola con gioia, la chiamava Tecla perché egli poteva scorgere in Chiara lo zelo dell’antica isapostola". I

nfine, rivolgendosi ai focolarini, li invita a continuare ad essere costruttori di unità tra cristiani, di fraternità tra tutti gli uomini seguendo la luminosa testimonianza di Chiara. Il rinfresco che segue la cerimonia dice del senso di famiglia tra i presenti. Colpisce la cordialità di una personalità così importante nell’accogliere e salutare ora gli uni, ora gli altri. Un legame vivo più che mai. Forse non a caso era stato proprio il patriarca Bartolomeo l’ultima personalità incontrata da Chiara al Gemelli una settimana prima della sua dipartita.

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