Un cupo Tito Andronico

Tragedia della eccessiva lealtà al potere costituito e del sofferto amore paterno, Titus Andronicus ci svela uno Shakespeare giovanile (anche se di non sicura attribuzione), grondante orrore e sangue, ma senza la profondità psicologica e la grandezza poetica delle opere mature. È comunque una forte metafora sull’assurdità del comportamento umano, con i protagonisti strumento del potere altrui e della propria ambizione, che si presta a molte chiavi di lettura. La fosca tragedia vede il generale Tito Andronico tornare a Roma dopo aver sconfitto i goti e fatta prigioniera la loro regina Tamora. Dovrà subire la vendetta della donna – divenuta moglie del nuovo imperatore Saturnino – che non gli perdonerà la morte del primogenito, sacrificato secondo un rituale dei vincitori. Con la complicità dell’amante nero Aaron, genio malefico, e dei due figli, ella innescherà una sanguinosa spirale di vendette incrociate, con truculento banchetto finale, memore del Tieste di Seneca. La tragedia è ridondante, eccessiva, costellata di un vero e proprio campionario di delitti (mani, teste mozzate, ecc.) che finiscono quasi col prendere il sopravvento sulla linearità e il senso stesso della vicenda. La messinscena di Roberto Giucciardini elude un’ambientazione attualizzata (ma mescola epoca romana e periodo elisabettiano, con incursioni moderne). Evita il grand-guignol ma non plasma a sufficienza un materiale così magmatico secondo una idea precisa da comunicare. Non aiuta a far decollare lo spettacolo la discontinuità di un cast dalla recitazione tutta accademica – con protagonisti Mariano Rigillo e Anna Teresa Rossini -. Funziona la scena nera a due piani con sportelloni dove si affacciano i personaggi, ma limita alcuni passaggi di luogo appesantendo uno spettacolo da cui ci si aspettava una maggior arditezza. Al teatro Quirino di Roma.

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