Un covo in pieno centro: ecco dove viveva Messina Denaro

Le voci dei giovani di Palermo, quella del nipote Giuseppe Cimarosa, le parole di Maria Falcone, la visita lampo della premier Giorgia Meloni e il suo omaggio a Capaci. La fine della latitanza del boss andrà di pari passo con le indagini sulla rete di coperture che ha permesso una fuga durata 30 anni. L’ex primula rossa trasferito in Abruzzo è atteso ora dal processo di appello per la strage di Capaci a Caltanissetta
Messina Denaro
La clinica privata "La Maddalena" di Palermo dove è stato arrestato Matteo Messina Denaro (Foto Alberto Lobianco/LaPresse)

Un covo in pieno centro, a Campobello di Mazara. Una casa in una viuzza appartata, ma a pochi passi da altre abitazioni e dai negozi del centro. Si nascondeva lì Matteo Messina Denaro, il latitante di Cosa Nostra arrestato ieri mattina dai carabinieri del Ros in una clinica di Palermo. Una casa apparentemente normale, senza nulla di particolare e senza protezioni, in cui il boss alloggiava almeno da sei mesi. Era intestata a Giovanni Luppino, arrestato per favoreggiamento e che lo aveva anche accompagnato in auto in clinica.

Dopo l’arresto, inizia la fase delle ricerche e delle indagini sulla rete di complicità che gli hanno permesso di restare uccel di bosco per 30 anni. Senza mai muoversi dalla Sicilia, dove ha continuato a vivere per lunghi tratti della sua latitanza. Godendo, almeno dell’ultima fase della sua vita, di un’identità falsa, ma corrispondente a quella di un uomo che vive effettivamente a Campobello di Mazara. La carta identità è autentica, con timbro autentico, del comune di Campobello, ma con foto falsificata da Messina Denaro. Con quella carta d’identità si sarebbe recato nella clinica “La Maddalena”, dove avrebbe effettuato lunghi cicli di cure. Con quell’identità si sarebbe sottoposto a due interventi chirurgici.

Nessuno sospettava di lui, nonostante i tanti identikit sostanzialmente somiglianti diffusi in questi ultimi anni dalle forze dell’ordine: una donna che si trovava con lui nella stanza mentre si sottoponeva alle cure, lo ricorda come una persona gentile, elegantissimo, con cui aveva persino scambiato il numero di telefono e che chattava con le sue amiche. Ma nessuno aveva sospettato grazie a quell’identikit pur così simile. Scampoli di normalità nella vita di Messina Denaro che aveva scelto di nascondersi, ma senza nascondersi troppo. Aveva persino un medico di famiglia che lo ha curato per anni ritenendolo un’altra persona. E spunta persino una foto di Messina Denaro con un operatore sanitario della clinica. Gli inquirenti stanno sentendo tutte le e che hanno avuto contatti con lui, per primi il medico e lo stesso Luppino.

Ora le indagini si concentrano proprio sui “contatti” di Messina Denaro, sulle sue frequentazioni. Gli inquirenti stanno sentendo il medico, i titolari e operatori della clinica. Nel covo sarebbero stati trovati dei documenti, ora al vaglio degli esperti, ma non ci sarebbero armi.

Ed emergono altri particolari sulle indagini che hanno portato all’arresto. La notizia della sua malattia sarebbe arrivata attraverso le intercettazioni dei familiari: un errore, un’imprudenza, che ha permesso di fare scattare una serie di accertamenti, cercando di incrociare i dati sanitari con altri particolari noti agli inquirenti: la passione per il lusso di Messina Denaro. Lavorando su questi dati si sono avviate le ricerche restringendo via via il cerchio fino a raggiungere il latitante. Che, peraltro, indossava un giubbotto elegante e al polso aveva un orologio da 35.000 euro. Un particolare che confermava la notizia dei lussi sfrenati del latitante.

Ora Matteo Messina Denaro è atteso dal suo primo processo in presenza. Già condannato in primo grado come mandante della strage di Capaci, ora è atteso dal processo di appello, in corso a Caltanissetta. La prossima udienza è in programma il 19 gennaio, ma potrebbe slittare. Sarebbe comunque la prima volta del boss in un’aula di tribunale. Finora difeso da due avvocati assegnati d’ufficio, Messina Denaro potrebbe anche scegliere di nominare altri avvocati. Intanto, l’ormai ex primula rossa è stato trasferito ieri in Abruzzo. Secondo alcune indiscrezioni, potrebbe essere assegnato al carcere de L’Aquila, attrezzato anche per le cure mediche.

Messina Denaro
Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni davanti al monumento in onore di Falcone e Borsellino a Capaci dopo l’arresto di Matteo Messina Denaro (LaPresse/Palazzo Chigi/Filippo Attili)

E il giorno dell’arresto porta con sé altre immagini: quella della presidente del Consiglio Giorgia Meloni che si è recata subito a Palermo per rincontrare gli inquirenti ma che prima si è recata davanti alla stele della strage di Capaci. L’iconica immagine della premier più di 30 anni dopo la strage è un simbolo dello Stato che non arretra di fronte alla mafia.  Meloni ha respinto con forza le accuse di “trattativa”, voci che si rincorrono fin dalle ore successive all’arresto. Perché quella latitanza così tranquilla vissuta nella sua stessa provincia d’origine fa pensare e fa discutere. E ha ricordato che uno dei primi provvedimenti del suo governo ha riguardato la conferma dell’ergastolo ostativo, che viene inflitto ai boss di mafia e che dovrebbe riguardare anche il boss di Castelvetrano.

Altra immagine quella di Giuseppe Cimarosa, nipote di Massina Denaro. La madre di Giuseppe è cugina di primo grado di Messina Denaro, il padre, già legato a Cosa Nostra, collaborò poi con la giustizia negli ultimi anni della sua vita. «I parenti non si possono scegliere, ma si può scegliere di rifiutarli. Per me e la mia famiglia la notizia dell’arresto è stato un momento di felicità» ha detto in un’intervista alla Rai Cimarosa. Per anni ha convissuto con la paura di possibili ritorsioni per la sua scelta. «Non ce l’aspettavamo più come tante altre persone. Ma per noi perdere la speranza significava abituarsi a questa paura costante, continuare a conviverci. L’arresto di Messina Denaro non cancella la mafia. La vera mafia che rimane è quella nella mentalità delle persone, più difficile da sradicare. Ma sicuramente la sua cattura è molto importante perché fa crollare un mito, quell’idea di imprendibilità e di mafia forte che è sfuggita allo Stato».

Altra immagine è quella dei giovani che si sono radunati davanti alla caserma dei carabinieri di corso Vittorio Emanuele, gridando lo slogan: «Palermo è nostra, non di Cosa Nostra». Il segnale di una Sicilia diversa che pur cammina di pari passo con quella delle tante possibili connivenze.

Altra immagine, quella di Maria Falcone, la sorella del magistrato ucciso dalla mafia il 23 maggio 1992. Intervenendo a Storie Verdi ha ricordato la frase di Giovanni: «La mafia sarà sconfitta quando la società le negherà il consenso». E confidava nei giovani che potessero dare un cambio di passo alle abitudini della società attuale.

Una società nuova, che sposi la legalità, è la speranza di oggi. Che potrebbe essere la realtà di domani

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