Un computer in dono

Gaffar, afghano, ha dovuto chiedere asilo in Olanda con i suoi. La vita nel campo profughi non è facile, con una camera per tutta la famiglia, e quindi i ragazzi tutti fuori a giocare, ad annoiarsi e a molestare gli altri. Gaffar cerca di inventarsi qualcosa ogni giorno per tenerli occupati in modo positivo. E per tenere allenata la sua mente (faceva il giornalista) si mette a tradurre un libro. Un giorno Frank, un amico, gli porta una macchina da scrivere. A Gaffar sembra di toccare il cielo con un dito. Ora può battere a macchina la sua traduzione. Il vicino di stanza, vedendola, esclama: “Come mi piacerebbe averne una anch’io! “. E Gaffar, di rimando: “Prendila, è tua”. Più tardi arriva da lui Peter con un computer ancora efficiente dal suo ufficio, dove li hanno cambiati tutti. La sera arriva il direttore del campo profughi, anche lui con un computer per Gaffar: “Visto che ti occupi tanto dei ragazzi, ho pensato che ti può servire per preparare i programmi per loro “. Quel mese la Parola di vita era: “Date e vi sarà dato”. G. H. – Olanda Il giorno dopo avrei dovuto dare l’esame di diritto del lavoro, ma non avevo aperto un libro ed avevo solo quel pomeriggio per prepararmi un po’. E invece, suona il campanello e si presenta un tale impegnatissimo nei sindacati” Addio studio! Malgrado ciò cercai di ascoltarlo come se non avessi avuto premura. Mi parlò, tra l’altro, di una legge approvata proprio il giorno prima, per la quale si era tanto battuto. Mi presentai all’esame con un gran batticuore. La prima domanda fu” su quella legge: l’unico argomento su cui ero preparata e che mi valse un ottimo voto. M.M. – Italia La nostra comunità parrocchiale aveva aperto un centro diurno per i ragazzi poveri del quartiere. Tre loro mamme si erano offerte di prestare gratuitamente alcuni servizi. Molte cose, però, soprattutto alimenti e stoviglie, sparivano. Avendo appurato che responsabili di ciò erano quelle signore, le congedammo, pur permettendo ai loro figli di continuare a frequentare il centro. Dopo un anno ci arrivava una citazione del Tribunale del lavoro che chiedeva un risarcimento di 21 mila pesos (21 mila dollari di allora) per il lavoro svolto dalle tre mamme. Fu un vero colpo per quanti, come me, lavoravano al centro: era una cifra impossibile da pagare! Nel 2002, in piena crisi economica, quando per l’ennesima volta venimmo convocati in tribunale, lo stesso giudice cercò un accordo proponendo a quelle tre mamme un risarcimento di settemila pesos (equivalenti, dopo la svalutazione, a duemila dollari). Ma loro pretendevano mille dollari ciascuna. Uscii da quell’incontro molto triste per l’ingratitudine di quelle persone. Era vero che avevano prestato un servizio, però in cambio avevano ricevuto per le loro famiglie (famiglie con dieci figli perfino!), alimenti, medicinali, vestiti, soldi. Inoltre avevano mentito, asserendo di lavorare 12 ore al giorno da lunedì a sabato: in realtà il centro è aperto da lunedì a venerdì dalle 8 alle 16, e loro venivano a turno solo qualche mezza giornata. D’un tratto mi è sembrato che Gesù mi dicesse: “Sono io l’accusato ingiustamente, io il trattato ingratamente”. Al che, ho provato una gran pace. “Pensaci tu – ho soggiunto -. Questo è affare tuo”. L’indomani un parrocchiano in partenza per l’estero mi fa arrivare una offerta di mille dollari per il nostro centro: giusto quelli che mancavano per chiudere quella causa. A.F.B. – Buenos Aires

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