Un compleanno cupo per l’Unione Europea?

Festeggiare i 60 anni del Trattato di Roma significa guardare alle sfide che attendono i 28 (o 27?) Stati membri e mettere da parte egoismi e miopia politica

Il 25 marzo si celebrano i 60 anni del trattato che istituì la Comunità economica europea, uno sviluppo dell’iniziale volontà di mettere in comune carbone e acciaio, manifestatasi nel 1951 e che a Roma nel 1957 trovò piena attuazione.

La situazione oggi è ben diversa da quella del dopoguerra e diamo per scontato il lungo periodo di pace, prosperità e riduzione delle diseguaglianze che l’integrazione europea ha reso possibile, anche grazie a precise scelte politiche, come quelle di Jacques Delors. L’allora presidente della Commissione, negli anni ’80, aveva fortemente voluto la creazione di politiche di solidarietà e redistribuzione fra regioni ricche e regioni povere dell’Ue. Delors considerava tale responsabilità parte integrante del “contratto di matrimonio” tra gli Stati membri. Mondo più unito, fratellanza, matrimonio. Idee e ambizioni dei padri fondatori. Cosa resta oggi di quelle idealità? Bastano 10 anni di crisi economica e di risposte timide, spesso insufficienti, da parte dell’Ue a rimuovere dalla nostra coscienza lo slancio ideale che ha spinto Paesi tra loro nemici, o separati da una cortina di ferro, a mettere insieme porzioni di sovranità in campo economico e non solo in quello?

Oggi vengono alla luce i limiti dell’azione comune, per esempio nel rispondere alla crisi economica e monetaria, che ha colpito in modo drammatico soprattutto alcuni Stati, come la Grecia. Siamo esposti costantemente a facili slogan, come l’uscita dall’euro, che è certo un’opzione, ma va ponderata attentamente. Non va dimenticato che l’euro, prima della crisi, ha protetto noi italiani dalle tempeste finanziarie e ha permesso un abbattimento dei tassi d’interesse pari quasi allo zero, situazione che ci avrebbe consentito di ridurre drasticamente il debito pubblico: purtroppo non ci siamo riusciti.

Le competenze dell’Ue sono spesso così tecniche che facciamo fatica a capire cosa succeda veramente, chi sia responsabile delle decisioni prese (in ultima istanza, gli Stati membri riuniti in Consiglio), e siamo esposti a un’informazione facile ma fallace, apparentemente indiscutibile ma sbagliata nella sostanza, che attribuisce al laborioso funzionamento delle istituzioni europee tutti i mali attuali. Invece l’Ue spesso e volentieri non ha semplicemente la competenza per agire nei più diversi ambiti della politica e dell’economia, perché gli Stati membri se la sono tenuta, anche in campi dove le sfide sono globali, o quanto meno di proporzioni continentali.

In altre occasioni l’Ue è alla mercé degli interessi dei vari governi, come nel caso dell’unione monetaria: l’euro è moneta troppo debole per la Germania e troppo forte per gli Stati del Sud dell’Europa: qui non esistono ricette semplici, neppure l’uscita unilaterale dalla moneta unica dell’uno o degli altri.

Non mancano, poi, i peccati di ipocrisia: si criticano a parole i muri di Trump e poi si fanno accordi con Turchia e Libia, che equivalgono a una deportazione in Paesi non dove non saranno rispettati i diritti umani. Oppure si adottano quote di redistribuzione dei migranti, vincolanti tra Stati membri, ma di fatto in buona parte vengono disattese o rifiutate (vedi Ungheria e Slovacchia). L’Ue si trova di fronte a sfide senza precedenti, senza che i suoi leader abbiano il coraggio politico di affrontarle; l’atteggiamento di apertura della cancelliera Merkel verso i rifugiati è stato probabilmente encomiabile, ma l’opinione pubblica glielo perdonerà  alle elezioni d’autunno?

Per la prima volta l’ipotesi che l’integrazione europea possa disgregarsi rientra nel novero del possibile. In due Stati fondatori potrebbero andare al potere formazioni nazionaliste e xenofobe: se Geert Wilders vincesse le elezioni politiche in Olanda e Marine Le Pen diventasse presidente della Francia, l’Ue reggerebbe ancora? Dopo la Brexit e Trump nulla è scontato.

L’Unione europea ha iscritti lo stato di diritto e il rispetto della legge e dei diritti umani nel suo Dna. Le sue esigenze hanno aiutato, nel corso dei decenni, i Paesi candidati a rivolgersi decisamente verso la democrazia, basti pensare a Grecia, Portogallo e Spagna che uscivano da dittature. Potrà resistere a forze antidemocratiche, seppur elette democraticamente?

La vecchia signora europea festeggia la maturità e serve nuovo vigore per rispondere alle attese dei cittadini e credibilità per ricucire il rapporto con loro, anche facendo chiarezza su cosa è possibile fare insieme e su chi, tra i 27 (dando la Brexit per acquisita), ha davvero volontà politica e sostegno popolare per andare avanti, magari in un gruppetto di Stati ridotto ma più coeso.

 

Le parole dei fondatori

Per Jean Monnet, l’ideatore della Comunità europea, unire persone e popoli in Europa era un primo passo verso il mondo di domani, composto da insiemi regionali in dialogo tra loro: un progetto di mondo davvero unito.

Per Robert Schuman, ministro francese che ha assunto la responsabilità politica del progetto di Monnet, era nientemeno che la realizzazione di un sogno biblico: mettendo in comune le risorse, carbone e acciaio, per cui si erano appena combattute du guerre mondiali, si sarebbero trasformate le spade (i cannoni) in aratri, i mezzi di guerra in strumenti di pace.

De Gasperi vedeva nella Comunità europea la realizzazione dell’idea di unità e di fraternità verso un destino comune: «È la volontà politica unitaria che deve prevalere. È l’imperativo categorico che bisogna fare l’Europa per assicurare la nostra pace, il nostro progresso e la nostra giustizia sociale che deve anzitutto servirci da guida… I popoli che si uniscono, spogliandosi delle scorie egoistiche della loro crescita, debbono elevarsi anche a un più fecondo senso di giustizia verso i deboli e i perseguitati».

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