Un cespuglio di cugini

I Neandertal e la famiglia umana. Tante storie evolutive parallele, nel passato dell’uomo.
Teschi
50 mila anni fa, in pieno periodo di grandi glaciazioni, in Siberia faceva freddo, molto più freddo di oggi. Eppure le pendici dei monti Altai, ai confini con la Mongolia, erano discretamente affollate. Tra mammut, orsi delle caverne e rinoceronti lanosi, si aggiravano gruppi di ominidi evoluti dall’andatura eretta, cacciatori capaci di usare il fuoco, ma anche di disegnare e scolpire simboli artistici. E abituati a seppellire i morti. Questi gruppi, però, non erano tutti uguali: appartenevano infatti a specie geneticamente simili, ma distinte.

 

I Neandertal erano i più numerosi: da centinaia di migliaia di anni occupavano la zona siberiana, il Medio Oriente e l’Europa. Abituati al freddo, cacciavano e sopravvivevano in quelle condizioni estreme. Negli ultimi tempi, però, avevano dovuto fronteggiare l’arrivo di nuovi rivali, i Sapiens, che usciti dall’Africa si erano in poco tempo sparsi nel mondo.

Nella zona dei monti Altai, nella grotta di Denisova, c’era poi anche un altro gruppo, del quale per ora abbiamo a disposizione solo i resti dell’ultimo ossetto di un dito, una falange fossile. Eppure gli studiosi sono riusciti a stabilire che il piccolo reperto, scoperto recentemente, appartiene ad una specie separata, con una storia evolutiva diversa dalle altre due.

 

La scienza oggi racconta una storia completamente diversa da quella alla quale eravamo abituati fino a pochi anni fa, che l’evoluzione dell’uomo, cioè, era stata lineare, dalle scimmie ad un ominide che pian piano aveva cominciato a camminare eretto su due gambe, migliorando gradualmente fino all’uomo di oggi. Sembra invece che la nostra storia sia stata più simile ad un cespuglio, con tanti rami e tentativi diversi, tutti alla fine estintisi, tranne uno. Ma come mai solo noi siamo sopravvissuti mentre gli altri gruppi di ominidi sono scomparsi? Qual è stato il nostro vantaggio evolutivo?

 

L’enigma non è appassionante solo per la scienza. Ci interessa anche il grado di umanità dei Neandertal. Possiamo definirli nostri simili, nostri cugini? E quali caratteristiche deve avere un essere per potersi dire “umano”? Del terzo gruppo non sappiamo ancora quasi nulla, ma dei Neandertal ormai conosciamo parecchio. Recentemente abbiamo decodificato il loro profilo genetico (diverso dal nostro), sappiamo che avevano un cranio “prognato”, con una massiccia arcata sopraciliare, fronte bassa e sfuggente, grande cervello, probabilmente diverso dal nostro.

Insediatisi in Europa forse 600 mila anni fa, i Neandertal hanno poi vissuto l’alternarsi di climi glaciali e temperati, fino a scomparire improvvisamente circa 30 mila anni fa. Sembra avessero tracce di pensiero simbolico (anche l’autocoscienza?) e qualche forma di cultura elementare, per certi versi “simile” a quella dei Sapiens, i nostri antenati diretti.

Troppo simile: la storia insegna che specie diverse non possono condividere a lungo la stessa nicchia ecologica, cioè uguali comportamenti, abitudini di vita, dieta e modalità riproduttive. Uno dei due, anzi dei tre, doveva soccombere. Noi ce l’abbiamo fatta, loro no. Forse perché avevamo un linguaggio più sviluppato, che ci permetteva di condividere strategie e pensiero evoluto. Forse perché il nostro cervello era più “moderno”, adatto a comportamenti flessibili e capace di imparare velocemente dall’esperienza.

 

Chissà se mai lo sapremo. Resta la domanda, difficilissima, su cosa distingue l’umano. Geneticamente è ormai dimostrato che i Neandertal (e anche la terza specie di ominidi) non sono nostri antenati. Semmai cugini molto alla lontana, anche se qualche incrocio avvenne: sembra infatti che una piccola percentuale del nostro Dna di europei moderni derivi da loro.

Comunque sia andata, oggi siamo unici e soli (per ora?) nell’universo. Per quanto riguarda la discussione (senza fine?) in corso su quale sia la caratteristica che ci qualifica come umani, la proposta più simpatica mi sembra questa: una specie di ominidi può essere considerata come facente parte della nostra “famiglia umana”, se, e solo se, la sera aveva l’abitudine di riunirsi intorno al fuoco per raccontare storie e ascoltarle con piacere.

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