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Cultura > Musica

Un capolavoro riscoperto

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Scritta con versi di rara musicalità, dai recitativi solenni ma non retorici, "Olimpiade" di Pergolesi apre il Festival di Jesi

Olimpiade di Pergolesi

A Jesi, l’XI edizione del Pergolesi Spontini Festival ha presentato L’Olimpiade del compositore in un allestimento assai suggestivo nel teatro Moriconi. Un ambiente circolare in cui i cantanti-attori agivano su un palcoscenico tra il pubblico, mentre l’orchestra era “in buca” nell’abside dell’ex chiesa, alta e circolare, e quindi dalla buona acustica. Occorre dire che la regia di Italo Nunziata, alquanto rispettosa dei tempi musicali, è risultata di una sobrietà efficace, come i costumi di Ruggero Vitrani, di un settecento rivisitato con sensibilità attuale.

 

Spettacolo dunque fascinoso in un ambiente meta temporale, per un’opera in tre atti, su versi del “poeta cesareo” Metastasio, eseguita a Roma, al Teatro di Tor di Nona, nel gennaio 1735.

Perché quest’opera è così bella e così famosa, all’epoca, da vedere la diffusione in tutta l’Europa dei pezzi più ispirati?. Scritta con versi di rara musicalità, e dai recitativi solenni ma non retorici, narra una consueta vicenda “classica” – l’azione si svolge nell’antica Grecia – con conflitti amorosi, riconoscimenti, lotta tra dovere e volontà, ambizione e purezza, fino alla soluzione ottimistica conclusiva. Un argomento già trattato da Vivaldi, ma con minor ispirazione, certamente.

Pergolesi infatti vi immette una emotività appassionata, anche se controllata, una fantasia che alterna momenti di contemplazione estatica (“l’aria del sonno”) ad altri di “furore”, con una bellezza di colori, di suoni, di melodie che si svilupperanno in una onda lunga che andrà a visitare Cimarosa e Paisiello, ma soprattutto Bellini. Durante l’esecuzione infatti il compositore catanese, dai melismi incantati e dai recitativi appassionati, veniva continuamente alla memoria.

 

Ci sono bellezze squisite in questo melodramma dove musica e poesia vanno perfettamente d’accordo. Certo, ci vogliono interpreti all’altezza: cantanti come Jennifer Rivera, Sofia Soloviy, Lyubov Petrova e il glorioso Raul Gimenez hanno dato una impronta decisiva alla riuscita dello spettacolo per chiarezza di dizione, capacità virtuosistica nelle lunghe e difficili arie col “da capo”, nei duetti e concertati di fuoco, nel momenti di languore malinconico, che è una delle cifre originali di Pergolesi.

Perché la malinconia dolce è un elemento che sembra avvolgere sempre la musica del grande compositore, morto così giovane.

 

L’orchestra Academia Montis Regalis diretta con cura precisa e senza esibizionismi da un bravissimo Alessandro De Marchi ha fatto udire suoni a cui siamo poco abituai per l’insieme di gravità e melodiosità: penso in particolare al primo oboe, di una liquidità malinconica, agli arciliuti leggeri , agli archi morbidi ed agli ottoni intensi. Bene hanno fatto i l direttore artistico Gianni Tangucci e il consulente scientifico maestro Vincenzo De Vito a scegliere un capolavoro assoluto che merita la miglior diffusione.

Riproduzione riservata ©

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