Un cammino per la vita

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Ogni vita – dalla nascita alla conclusione naturale – chiede amore. Tuttavia le sfide nell’intero arco di un’esistenza sono troppo impegnative e si possono affrontare solo unendo le buone volontà di tutti. Proponiamo ai lettori due testimonianze raccolte a Trento in occasione della Giornata per la vita del 2 febbraio scorso: il grande silenzio che avvolge una ragazza rimasta sola davanti ad una maternità inattesa; e l’accoglienza, da parte di due coniugi appartenenti a Comunione e Liberazione, della seconda moglie del papà di lui, una volta divenuta invalida. Queste testimonianze sono frutto di un lungo percorso comune della Consulta dei laici di Trento, che comprende una quarantina tra associazioni e movimenti. Tu, Betty, cosa vuoi fare? Ricordo che da bambina c’era sempre qualche idiota travestito da zio acquisito pronto a chiedermi: Vuoi più bene alla mamma, o al papà?. Come dire: Ti piace di più il barattolo con un chilo di nutella o un chilo di nutella in barattolo? . Così, mentre mi domandavo se crescere significasse anche divenire più stupida, rispondevo con un sorriso pieno di compassione: Voglio bene a tutti e due, nella speranza di non dover più rispondere a simili domande. Così sono passati gli anni delle medie e delle superiori, delle feste con gli amici, dei falò in spiaggia, del primo amore, dei progetti di indipendenza, del primo lavoro. Ma sai come si dice: quando inizi a saltare per la gioia, stai attenta che qualcuno non ti tolga la terra da sotto i piedi. Quindi? Quindi c’era una volta un principe e una principessa (che, modestia a parte, sarei ovviamente io), e tutto l’amore e l’equilibrio del mondo. Ma, dopo un anno da favola disneyana, scopro di essere dentro un film di Hitchock: il principe azzurro non è altro che un finto zio acquisito che, con occhi non più in grado di guardarmi, mi sta chiedendo di scegliere tra lui e nostro figlio! Come si fa a chiedere a una donna di scegliere tra l’uomo che ama e il bambino frutto di quest’amore? Come si fa a chiederle di scegliere tra l’Amore e l’Amore? Era tutto così assurdo. Ho aspettato. Che l’uomo che avevo accanto rinsavisse, e che sua madre si mangiasse il suo consiglio: Betty, devi eliminare il problema . Ma come può essere un problema, un bambino? Non ho mica comunicato di avere un brutto male! Così, mentre il mio ragazzo e la madre cercavano di farmi il lavaggio del cervello, io continuavo a pensare che il problema fosse altro, che fosse più d’uno, e che darei stata sola ad affrontarli. Avevo un uomo che avrei amato per sempre.Ma… c’era un ma. Disponevo di un lavoro con un contratto a tempo determinato, che tra poco sarebbe divenuto a tempo indeterminato. Ma nel momento in cui avrei messo a conoscenza il mio principale della mia gravidanza, avrei ricevuto il benservito. Avevo chiesto ed ottenuto un prestito da una finanziaria, le cui rate avrei finito di pagare tra poco più di un paio d’anni. Ma con quali soldi, se avessi perso il lavoro? Avevo la mia famiglia che mi voleva bene. Si, però, cosa avrei detto? A novembre nascerà il mio bimbo, ma quel dolcissimo, responsabile e sincero del mio principe azzurro (che voi conoscete e del quale nutrite una profonda stima) ha detto che non vuol più sapere nulla di me. Ho anche perso il lavoro. E ancora: non so come pagare le rate per un prestito che ho chiesto. E se non vi dispiace, torno anche a vivere a casa con voi. No, no: ho anch’io il mio orgoglio. Ho aspettato. Avevo molte amiche, che con dolce e sincera partecipazione (!!!) mi hanno vivamente consigliato di abortire, perché altrimenti mi sarei rovinata la vita: Pensa a quante cose puoi fare adesso senza impicci!. In pratica, avevo tante inutili e interessate parole e intorno a me. Ma nessuno che mi chiedesse cosa volevo io. Giocavo a Internet, e inserendo nel motore di ricerca ragazza madre ho trovato un sito e un numero di telefono. Ho pensato che fosse una di quelle associazioni che ti dicono di volerti aiutare, ma hanno mille interessi sotto. Ho memorizzato quel numero, sai com’è a volte. Ora, a distanza di quattro mesi, posso dire di avercela fatta. Ho provato a telefonare a quel numero verde, anche se con riluttanza. Una perfetta estranea finalmente mi ha chiesto: Betty, tu cosa voi fare?, dandomi il coraggio affrontare tutte le difficoltà. Non mi sono sentita più sola. Ho scelto mio figlio. Mettendo da parte l’orgoglio, evitando di fare la superdonna, ho chiesto aiuto alla mia famiglia, che mi è stata vicina con amore. Ho venduto la mia auto, la mia più grande soddisfazione, per far fronte alle rate del finanziamento. Ho capito chi sono gli attori protagonisti e le comparse nel film della mia vita. Ci sono momenti in cui come vampiri ritornano i ricordi di ciò che era prima la mia spensierata e favolosa esistenza, ma i primi calci e le capriole del mio bimbo mi fanno ritornare il sorriso! Io mi ritengo fortunata. Sì, perché avendo la possibilità di utilizzare Internet ho trovato solo casualmente un aiuto. Quell’aiuto che mi permette oggi di guardarmi allo specchio ogni mattina, anche se a volte il mio viso è rigato di lacrime, senza rimpiangere una scelta sbagliata. Elisabetta Lago Ora che nonna non c’è più Se voglio essere sincero, mi trovo un po’ in imbarazzo a dover parlare di una situazione che io e la mia famiglia abbiamo vissuto come la più naturale del mondo e la sola possibile senza ombra di dubbio. Mio papà, rimasto vedovo all’età di 54 anni, si è risposato. La nuova moglie lo aveva accudito con tanto amore e dedizione anche quando si era ammalato in seguito alle conseguenze dei lunghi anni di lavoro in miniera. Dopo alcuni anni dalla sua morte, la nonna (come la chiamavamo tutti) a poco a poco aveva subìto un processo di involuzione, non era più in grado di gestirsi da sola e dimagriva a vista d’occhio. Così, quando il primario dell’ospedale in cui l’avevamo ricoverata mi disse che non era malata ma che aveva bisogno di compagnia e di cure, chiamai casa dove c’erano mia moglie e i miei figli, e insieme concordammo di portarla da noi, almeno per un po’. Cioè tredici anni. Nei primi tempi nonna, pur non rendendosi conto di dove fosse, era in grado di camminare, vestirsi e mangiare da sola. Poi venne un periodo in cui non dormiva e non voleva andare a letto. Era agitata. A turno, io, mia moglie, e i miei due figli che allora avevano appena finito l’università, tutta la notte lottavamo con lei per rimetterla a letto. Eravamo preoccupati di non farcela, ma non ci venne mai in mente di mandare nonna in una casa di riposo. Poi avvenne il miracolo. Eravamo rimasti noi due perché anche i nostri quattro figli nel frattempo si erano sposati. Per un aggiustamento della terapia, la nonna si calmò e iniziò a passare notti così tranquille che non ci pareva vero. Poi, improvvisamente, prima da un occhio, poi dall’altro, divenne cieca. Era cominciata un’altra fase: ormai era affidata a noi in tutto. Non ci riconosceva, ma mangiava solo se io o mia moglie la imboccavamo. Sembrava non capisse niente, ma noi continuammo a parlarle, a raccontarle ciò che si viveva in famiglia. I nostri parenti ci dicevano: Prendetevi qualche giorno di riposo e portatela al ricovero .Ma questo per noi era impensabile. I figli ci aiutavano in tutti i modi, per quanto possibile, ma erano lontani. I nipotini, specie i più grandi, quando al sabato venivano da noi, per prima cosa andavano a dare un bacio alla nonna. Qualcuno si metteva sempre accanto al suo letto a giocare. Un giorno le venne un’infezione a un occhio, che con probabilità le avrebbe causato una setticemia. Occorreva un intervento chirurgico per togliere la parte infetta. Avevamo già prenotato la sala operatoria, ma noi avevamo tanti dubbi. Se avessimo acconsentito all’operazione, che bene le sarebbe venuto? Che cosa si sarebbe aggiunto al suo standard di vita? Non sarebbe sembrato più un accanimento terapeutico? E se non avessimo acconsentito, chi ci assicurava che non sarebbe morta a causa dell’infezione? Su consiglio del nostro medico, che pure nutriva dubbi sul fatto che una donna di 90 anni in stato di estrema fragilità potesse sopravvivere all’anestesia, chiedemmo un consulto. Il consiglio dei medici fu di non operare, lasciando naturalmente a noi ogni decisione. Ci fidammo della loro professionalità. Tutto andò bene. La nonna si addormentò un pomeriggio dell’ultimo di Carnevale dello scorso anno, a quasi 92 anni. Ci lasciò un vuoto immenso. Eravamo liberi, ma non sapevamo che fare. Come ebbe a dire il mio figlio maggiore al suo funerale, non noi abbiamo fatto per lei, ma lei ha fatto molto per noi. La nostra vita, nella gratuità dell’accoglienza, aveva acquistato uno scopo ed era migliorata.

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