Un assordante silenzio

Immaginate. Un piccolo frammento di meteore. Scagliato dalle immensità del cielo. Che rompe fragorosamente la finestra della vostra cucina. E viene ad infrangersi nel piatto della minestra che state mangiando. Un attimo. È abbagliante, quel frammento di spazio lontano. Luminosissimo. Vi incanta. Ma è anche fuori luogo, insolente. Poi perde di luminosità. Rimane brutto, fuori luogo. Vi ha rovinato la serata. Giù, in qualche meandro dell’anima, resta lo stupore dell’incanto di quell’attimo. Non riuscite a capacitarvi se in voi prevalga la rabbia o la dolcezza. È un’immagine stravagante, questa, lo so. Ma questo mi viene in mente leggendo la poesia di Arthur Rimbaud. Ha fatto fiorire il mondo come un temporale d’aprile disse, con ben più eleganza, Jean Cocteau. Una poesia, quella di Rimbaud, che è tutta rottura, tutta illuminazione, fascino, ma anche incertezza, precarietà. È stato idolatrato come poeta supremo, altre volte accantonato come un giovanetto turbato. La sua poesia ha comunque affascinato e influenzato tanti. Andrè Gide chiama Rimbaud roveto ardente; Mallarmé ne parla come di un angelo in esilio; è diventato un idolo per cantanti rock come Patti Smith, Bob Dylan, Jim Morrison. Rimbaud era uno di quelli che furono chiamati i poeti maledetti. Come Baudelaire, Verlaine. Come tanti altri che frequentavano i circoli artistici di Montparnasse, nella Parigi di metà Ottocento. Poeti immorali e maledetti, ma che avevano compiuto un loro cammino. Si erano ribellati alla regole della società borghese e perbenista che criticavano aspramente, si erano, a modo loro, ribellati al cristianesimo, alla morale cristiana. Ma erano degli adulti. Rimbaud invece era un ragazzo. Aveva sedici anni quando incontrò la poesia di Baudelaire e ne restò incantato. Quello che per gli altri poeti maledetti fu un tormentato travaglio, un tragico percorso, per Rimbaud fu un istante, un’illuminazione. Capita così quando gli adulti s’incamminano su strade che rompono con la tradizione: il loro cammino è sì, nuovo, ma essi non si rendono conto di quanto sono stati nutriti della tradizione con cui hanno rotto. Il ragazzo che viene dopo, sulla loro scia, non ha potuto alimentarsi alle stesse radici; è totalmente in balia del vortice del nuovo che i rivoluzionari adulti hanno creato. Può capitare allora che si senta sospeso come in un abisso, in un vortice. Senza retroterra. Quello che per gli altri era una conquista, per lui è l’unica, fragile ma assoluta, realtà conosciuta. E vacilla. Forse, qualcosa di simile è successo a Rimbaud. Ad una attenta lettura della poesia di Baudelaire e di Veralaine si scopre una visione animata dal sofferto rapporto con il cristianesimo, un peregrinare drammatico fra disperazione e speranza, però aperto al messaggio cristiano. Rimbaud arriva dopo il loro viaggio. Vive nella luce del nuovo che loro avevano inventato. Scrive, preso dal fulgore che investe la sua giovane esuberanza: Io so i cieli che scoppiano in lampi, e so le trombe/ le correnti e i riflussi: io so la sera, e l’alba/ che si esalta nel cielo come colombe a stormo;/ e qualche volta ho visto quel che l’uomo ha sognato!. Rimbaud nasce nella campagna francese a Charleville, vicino al confine con il Belgio. Adolescente precoce e geniale, è un ragazzo molto dotato, uno studente eccellente. Ha viso da angelo, i capelli castani sempre in disordine, gli occhi di un inquietante azzurro pallido. Giovanissimo legge Baudelaire, si nutre di filosofia e di occultismo, e si accende in lui la vena poetica, ma anche la furia antiborghese e anticlericale. Comincia a comporre poesie. Comincia a concepire la funzione del poeta come quella di veggente: Dico che bisogna essere veggente, farsi veggente. Il Poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato sregolarsi di tutti i sensi. Concepisce la poesia come raggiungere l’ignoto, scrutare l’invisibile, udire l’inaudito: il poeta è veramente un ladro di fuoco… Ha l’incarico dell’umanità, degli animali addirittura … di trovare una lingua, un linguaggio universale! Questa lingua sarà anima per l’anima, riassumendo tutto, profumi, suoni, colori, pensiero che aggancia il pensiero e tira. Scrive a Verlaine, che abita a Parigi. Vieni, cara grande anima, ti chiamiamo, ti aspettiamo, gli risponde il più maturo e già affermato poeta. I due letterati iniziarono una vita in cui la poesia è il valore assoluto; ma anche una vita di sregolatezze, ricorrendo abbondantemente all’alcol, all’assenzio, alle droghe. La loro relazione omosessuale scandalizza la Parigi letteraria, e rovina il matrimonio di Verlaine. I due viaggiano a Londra. La loro relazione si fa sempre più appassionata e tormentata. Fino a che Verlaine, in un eccesso d’ira, spara a Rimbaud due colpi di rivoltella, e lo ferisce alla mano. Per Verlaine è la fine del matrimonio, il carcere, ma anche uno struggente tuffo alla ricerca del cristianesimo. Mentre Rimbaud, chiuso nel granaio della sua casa di campagna, compone uno dei suoi poemi più celebri, Una stagione all’inferno: Oggi credo d’aver terminato la relazione del mio inferno. Era proprio l’inferno; l’antico, quello di cui il figlio dell’uomo aprì le porte. Dallo stesso deserto, nella stessa notte, sempre i miei occhi stanchi si ridestano alla stella d’argento… Quando mai andremo, al di là dei lidi e dei monti, a salutare la nascita del lavoro nuovo, la saggezza nuova, la fuga dei tiranni e dei demoni, la fine della superstizione, ad adorare – per primi! – Natale sulla terra!. Com- afpone anche la celebre raccolta Illuminazioni, che non pubblica. Poi, compiuti i diciannove anni abbandona totalmente la poesia. Il genio precoce si mette in silenzio. La sua vita diventa un’incomprensibile, assordante silenzio. Più che lotta o ribellione, diventa distacco, fuga: forse una scelta consapevole di annullarsi, di autodistruggersi. Chissà cos’è stato per lui! Forse non lo capiremo mai. Lui, non ha mai detto nulla. Si arruola nella Legione straniera olandese, che reclutava volontari per reprimere una rivolta a Giava; percorre la Danimarca e la Svezia con il circo Loisset, in qualità di interprete; fa lo scaricatore di porto a Marsiglia; attraversa a piedi la Svizzera; s’imbarca per Cipro, dove trova impiego come capo cantiere; lavora in cantiere ad Aden; esplora per conto di una ditta francese una regione sconosciuta della Somalia; commercia in pelli, caffè, muschio; convive con un’abissina; cerca la fortuna nel traffico d’armi per conto del re Menelik. Nonostante questa vita movimentata, scrive nell’agosto 1888 a sua madre: Non ho mai conosciuto nessuno che si annoiasse quanto me. Tormentato da varie malattie, soffre di un doloroso tumore al ginocchio destro, complicato dalla sifilide. Tornato in Francia è ricoverato in ospedale, assistito dalla sorella. Gli viene amputata la gamba. Poi arriva la fine. A soli 37 anni. Moribondo, nel delirio sussurra: Allah kerim! (Dio lo ha voluto). Come per spiegare la sua vita. A noi rimane la sua poesia e il suo silenzio. E l’incomprensibile parabola della sua vita che comincia con la rivolta al cristianesimo e pare terminare con la consapevolezza di non poter sfuggire alla necessità dell’eredità cristiana. Rimane la sua denuncia di un mondo che venera falsi idoli. E la sua struggente aspirazione a un mondo più bello. Nel quale l’aria è più fresca: Io tendo corde/ da campanile a campanile/ ghirlande da finestra a finestra/ catene d’oro da stella a stella…/ e danzo!.

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