Un artista della fotografia

Intervista a Claudio Cirillo, storico direttore della fotografia, che ha lavorato con i principali registi del cinema italiano
Claudio Cirillo

Qual è stato il tuo primo incontro con il cinema?
«Nel 1942, avevo 16 anni. Ho fatto conoscenza del set cinematografico con mio papà, assistente operatore nel film: “La donna è mobile” di Mario Mattoli, con Ferruccio Tagliavini e Carlo Campanini. Fui folgorato dalla macchina da presa, dai suoi movimenti, non dalla luce».

Perché sei diventato fotografo cinematografico?
«L’imprinting dei movimenti-macchina del 1942 me lo sono sempre portato dentro: evidente la mia propensione. Tutto questo, però, portava alla regia, dove imperversavano Gallone, Blasetti, Camerini, autentici monumenti inarrivabili. Alternativa? La strada dell’operatore, depositario della macchina da presa, che dal 1951 è diventata il mio pane. Dai grandi registi del mio tempo ho imparato a raccontare la pagina scritta con risultati lusinghieri. La fotografia compare nel ‘68: “Riusciranno i nostri eroi..” di Scola, con Sordi e Manfredi, film che avrebbe dovuto fare il mio direttore Nannuzzi, impossibilitato causa la sovrapposizione con “La caduta degli dei” di Visconti. Mi ha obbligato a farlo: gliene sarò grato sempre. La mia opera prima è stata dunque un successo e da lì è nata la completezza del professionista».

Che rapporto c'è tra il cinema dove l'immagine la fa da padrona e la "parola"?
«Il rapporto è strettissimo, essenziale, fondamentale. La parola è il cardine attorno al quale ruota tutto il contesto filmico. L’immagine deve esserle “coerente”; se, invece, essa scaturisce da un’altra, arbitraria, visione del suo responsabile, allora il risultato ottenuto sarà orrendamente dissonante: la tomba della parola».

Ti è capitato di "dare" o "ricevere" una "bella lezione" da uno dei maestri del cinema con cui hai lavorato?
«Vittorio De Sica (ero operatore alla macchina) in un film scritto da Zavattini e interpretato da Sordi, mi ha sbalordito facendomi fare un movimento non scritto, creato all’istante. La situazione: esterno giorno. La macchina da presa è in campo lungo. Il soggetto: una casa di 5 piani, in evidenza. Sordi entra in campo, si ferma sul portone, citofona, entra. La scena finiva lì, mi aspettavo lo stop, invece l’ordine è di andare lentamente in panoramica, onde evidenziare il 5° piano ove alloggiavano i genitori del protagonista. Nella scena successiva, i baci e gli abbracci, già all’interno della casa. Cosa aveva combinato, in maniera estemporanea, quel mago? Aveva tagliato un’inutile pagina scritta, snellendo il racconto e inoltre risparmiando tempo e denaro. Geniale, no?».

C'è un momento particolarmente bello o uno difficile che vuoi ricordare?
«Sì, si tratta di mio padre, rimasto sempre assistente operatore. Nella Cinecittà degli anni ’30, fondata da Mussolini, non c’era posto per l’antifascista Emidio Cirillo (occorreva la tessera del partito). Fu così tarpata la carriera proprio a lui, fotografo nato, che già dall’adolescenza sperimentava la fotografia e la cinematografia ricavandone risultati esaltanti; ne ho le prove. Ebbene, tutta la sua passione concentrata nell’esperienza, io la ignorai completamente, non mostrando interesse per la fotografia: il mio contegno lo deluse amaramente. Ma un bel giorno mi chiese di poter vedere, non avendo visto il primo, il mio secondo film “Il commissario Pepe” di Scola, nella visione privata alla Technicolor. In sala di proiezione, al tavolo delle correzioni – pochissime – il tecnico ed io; mio papà da solo, molto assorto, alcune file avanti. Al termine, il tecnico mi dice, a bassa voce, che aveva visto mio padre commosso. Incredulo, l’ho avvicinato chiedendogli il parere cui tenevo, ma temevo, tantissimo. Non è riuscito a dire altro che “È un capolavoro”. Ma come, proprio a me, che non ho amato la fotografia? Indimenticabile!».

Si dice che il cinema nasce "per caso", un po' come Colombo che scopre l'America ma "non lo sa". È così?
«Sì, proprio così! Ai fratelli Lumière il merito di avere inventato la macchina da presa. Sono stati loro, però, a dire che l’invenzione altro non era che un fenomeno da baraccone, buono per le fiere. Se ne disfecero con molto sollievo. Altri inventarono il cinema, uomini di penna, che videro la potenziale possibilità della macchina da presa di scrivere sullo schermo ciò che era scritto sul foglio. Il cinema nasce, purtroppo, come sfruttamento di un’invenzione. Altra cosa il teatro».

Se tu dovessi dire alle giovani generazioni che cosa "è" il cinema e far sì che prendano coscienza di quest'arte, con una definizione telegrafica, cosa diresti?
«Il cinema è la rappresentazione visiva dei sogni e dei desideri».               

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