Un Amleto trasfigurato

Via ogni ambientazione realistica e ogni artificio. Via anche alcuni personaggi. In favore di una semplicità che è ricerca dell’essenziale. A interessare da sempre Peter Brook, regista quasi ottantenne fra i più acclamati e sapienti del teatro europeo, è ciò che sta al cuore del testo e dentro l’attore. Nella sua Tragédie d’Hamlet da Shakespeare, sono sufficienti un grande tappeto vermiglio, quattro cuscini colorati, qualche drappo, due casse rosse con rotelle, per evocare vicende stati d’animo. Per le azioni più eclatanti – come il duello finale, risolto frettolosamente, tra Amleto e Laerte bastano due canne sottili, rossa e nera, a fungere da spade. Il resto è affidato alla forza della parola e dei gesti di una magnifica compagnia multietnica – otto elementi alcuni dei quali con doppi ruoli – che ci regala un Amleto la cui storia ci sembra di ascoltare per la prima volta. Pervaso da una purezza narrativa vicina al teatro orientale – grazie anche alle musiche dal vivo eseguite dall’attore Antonin Stahly impegnato pure nel ruolo di Orazio -, Brook legge il gran testo come un mito universale scrostandolo dalle convenzioni della tradizione occidentale immettendovi una tensione primordiale. È un Brook ispirato, che può permettersi una libertà estrema. Elimina personaggi; sposta in avanti, rispetto all’originale, il celebre essere o non essere”; inventa felici accostamenti (lo spettro del padre di Amleto incarnato dallo stesso attore che interpreta l’usurpatore assassino Claudio: due padri con lo stesso volto, di umanissima presenza). Riduce pure alcune parti femminili consumando in poco tempo la follia di Ofelia, e creando un effetto di rara intensità nell’esprimere il suo dolore per la morte del padre, sulle note di un sitar. Spiazzando ancora, Brook immette nella tragedia una comicità inusuale. L’affida alle movenze del Polonio nero di Habib Dembélé; e ai due clowneschi becchini che giocano coi teschi come con palle da biliardo. È un Amleto a noi vicino, circoscritto dentro un confine familiare e con il pubblico ravvicinato. Affidato ad un attore più che ventenne: l’afro-indiano William Nadylam. Capelli rasta, spigliato, grintoso. Non più il “pallido principe” di Danimarca, malinconico, fragile o folle, delle molteplici letture registiche, ma un giovane di implosa energia, che trasforma la sua rabbia in ironia, poi in sarcasmo e in sofferta sfida al mondo. Rabbia ricondotta, infine, nel momento del ferimento mortale, in pace dei sensi e dello spirito: un finale emblematico dove Brook sembra ricondurre tutto e tutti alla misericordia infinita di quel Dio che “fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, sui giusti e gli ingiusti”. Ci suggerisce questo la scena conclusiva in cui tutti i personaggi, uccisi dall’odio e dalla vendetta, si rialzano dal quadrato rosso e, avanzando dietro ad Orazio – l’amico di Amleto destinato a raccontare ai posteri la tragedia -, guardano verso una luce riappacificante che sembra riunirli e trasfigurarli. Il resto é silenzio. E nel silenzio più assoluto, un’emozione profonda avvolge tutti. Roma HipHopParade. Seconda edizione per RhhP curato da Vittoria Ottolenghi: l’unico festival italiano dedicato alla cultura hip hop e alle danze urbane. Una vetrina internazionale dall’Ita- lia, Francia, Germania, Stati Uniti e Svizzera, per un ricco programma di spettacoli di danza – alcuni in prima nazionale – graffiti, concerti di musica rap, stages, esibizioni di djing, gare di break dance. Dal 4 all’11 luglio circa 1000 performer animeranno vari luoghi della capitale: discoteche, centri sociali, ma anche teatri moderni e di tradizione, sale da concerto, giardini e piazze storiche. www.rhhp.it

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