Un ’68 condiviso: forse si può

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Parlare del ’68 può essere pericoloso se non si sa come la pensa l’interlocutore: potrebbe essere un reduce entusiasta, o un critico sprezzante. Bianco o nero, non ci sono mezze misure. Passano gli anni, ma di questo argomento si continua a discutere solo per slogan, si ragiona a fatica. Comunque anche i critici più feroci non possono negare che quel periodo sia stato un momento di svolta. Ricordiamoci che erano i tempi in cui la primavera di Praga metteva in discussione il comunismo e il Concilio Vaticano II era terminato tre anni prima. Globalizzazione e multiculturalismo forse vengono anche da lì, da quel mondo nuovo che è comunque nato in mezzo a tanti errori. Offriamo perciò ai lettori tre diverse riflessioni sul ’68, con timbri complementari: uno più ideale, l’altro più impegnato, l’ultimo di critica acuta. Sono proposte che aprono prospettive – in misura diversa – originali e stimolanti. La scommessa è quella di sempre: imparare ad ascoltare le ragioni dell’altro. Consapevoli che nessun giudizio sarà mai definitivo. Il ’68 di un ragazzino Scoppiava finalmente la rivolta, oppure solamente m’ero rotto…, cantava Francesco Guccini. Il tappo della bottiglia di spumante, con il gas che preme oggi preme domani, era saltato. Nelle strade, nelle scuole, nelle fabbriche, con le rose di maggio a Parigi, esplodeva la contestazione. I fermenti erano dovunque: cortei, sassi alla polizia, manganelli, botte, slogan a squarciagola, come se quelle urla potessero far vacillare il mondo dei padroni, eliminare definitivamente l’autorità. Era un momento di grande eccitazione. Io ero poco più d’un ragazzino allora e andavo a scuola dai salesiani: la ribellione, tutte quelle faccende, erano cose di cui sentivamo parlare, di cui discutevamo in classe, ma che non vivevamo direttamente. Era così fuori dalle mie abitudini, la violenza; tutta quell’esplosione m’era estranea e un po’ imbarazzava me e i miei compagni, cresciuti tra famiglia, oratorio e interminabili partite a pallone nei prati, con le maglie poggiate a terra per far da porta. I tempi che prepararono il ’68 erano più poesia che pensiero, nonostante le stravaganze della controcultura. Anzi, neppure poesia, erano un profumo. Un profumo intenso e irresistibile che aleggiava nell’aria. Che respiravi quasi senza accorgertene. Che t’entrava nelle vene, come l’odore della strada, dell’asfalto d’estate, che ti faceva fremere i piedi dentro alle sneaker e ti faceva venir voglia di andare. Era un mondo nuovo che premeva dentro e che voleva saltar fuori. Gli schemi andavano capovolti. Pace, amore, libertà. La fantasia al potere. In un unico abbraccio, che stringeva da san Francesco a Che Guevara, da Martin Luther King a Mao. Era tutto così tremendamente semplice. Come avevano fatto i matusa a non pensarci prima? Quell’aria, come rondini a primavera, la portavano le tambureggianti e simpatiche note dei Beatles, le rauche e introverse elucubrazioni di Dylan o, con un tono più casereccio e a noi più famigliare, le frizzanti melodie di Antoine e di Caterina Caselli. La portavano gli echi dei figli dei fiori, laggiù, in quell’America per noi sperduta e sconosciuta peggio d’Atlantide, con quelle cose da hippy, di cui si vedeva nei telegiornali e nei film. Noi le imitavamo con le sgargianti camicie a fiori, ben stirate dalla mamma, con tanto di cravatte a fiori, che indossavano i più emancipati tra i nostri compagni delle medie, che portavano pure i capelli lunghi – cioè, che coprivano un po’ le orecchie – a imitazione dei capelloni. Mentre io, e molti come me, avevamo ancora i capelli ben rasati e i calzoni corti, e li guardavamo con un po’ d’invidia. Quell’aria nuova, così invadente, continuava a soffiare e non riuscivi a restarne immune. Poi, le conseguenze. In Italia, in particolar modo, il ’68 non è terminato quell’anno, ma è ben durato per tutto il decennio successivo. È calato il buio degli anni di piombo, la violenza è diventata metodo per sostenere opposte ideologie. La cosiddetta sinistra s’è arrogata il monopolio d’una presunta cultura. Il ’68 come un vento possente ha portato aria frizzante e pura, mescolata però a sottili veleni. Molti di essi sono entrati in circolazione e hanno intaccato anche le migliori intenzioni. Quegli anni, che io ho vissuto, come ho detto, un po’ di sponda, non mi hanno però lasciato indifferente. Anzi, posso dire che lasciarono impresso dentro di me un timbro. Sì, un timbro che ora riesco a identificare solo così: un’enorme carica d’idealismo. Alla quale forse ero già ben predisposto da nutriti strati d’educazione cattolica. Quella carica d’idealismo diede ali ai miei sogni, fece intravedere un mondo diverso, un mondo nuovo che voleva nascere, cento, mille volte migliore di quello vecchio. Quella carica, per me, trovò sbocco in un incontro. Quello con il nascente Movimento gen, i giovani dei Focolari. Allora, quell’energia che vagava nell’aria mi pareva avesse trovato una condotta forzata che la convogliava. Rimasi folgorato e mi buttai a capofitto in quell’avventura. L’aria di libertà che aveva portato il ’68, e soprattutto i tempi che lo prepararono, m’affascinava e mi pareva assai consona con la vita intrapresa coi gen. D’estate così mi piaceva partire con il pollice alzato, uno zaino, il sacco a pelo in spalla e proprio pochissimi spiccioli in tasca. Anzi, partimmo assieme con alcu- ni del gruppo. Si poteva di certo cercare di vivere il vangelo anche facendo l’autostop. Meta… non importava. Era il potente richiamo della strada. Dell’ebbrezza contagiosa che si respirava. Dormimmo lungo le autostrade in Svizzera, in un cantiere a Glasgow, in una panchina a Lione, in un campo fuori Amsterdam svegliati da cavalli che ci avevano attorniati, in uno scantinato a Francoforte, in una casa diroccata a Lilla. Che cosa è rimasto del ’68? Difficile dirlo, perché è qualcosa di molto diffuso, di non facilmente classificabile. Ma le consuetudini, certi modi di pensare, i comportamenti sono drasticamente cambiati. Non è stato proprio quello che ci saremmo aspettati: la fantasia non è salita al potere, anzi poche generazioni, come quella che ha vissuto il ’68, hanno dimostrato così scarsa fantasia e originalità, nei vari campi della vita, appena salita a governare la scena. Eppure, come scriveva il Time, il ’68 è stato il rasoio che ha separato per sempre il passato dal presente. Per me è stato un momento intenso di vita, e di rapporti genuini che durano tuttora. Michele Genisio Maggio a Parigi Non sono scoppiati per caso gli eventi di maggio ’68. In Francia, nel 1965, vengono riconosciuti per la prima volta alla donna i diritti sul proprio patrimonio e l’uguaglianza nell’esercitare l’autorità sui bambini. I giovani francesi formano una generazione che non ha conosciuto, come i padri, i dolori e i tradimenti di un Paese occupato da una potenza straniera; crescono in un benessere economico nuovo e stabile. In questo contesto i giovani sognano di poter senza rischio distruggere tutto, ricostruendo poi con un modello diverso da quello degli adulti. Nel frattempo i mezzi di comunicazione fanno arrivare da oltreoceano gli appelli alla non violenza di Martin Luther King e le iniziative dei giovani americani che chiedono la fine della guerra in Vietnam (gli hippy). Dall’est, invece, non arriva niente: troppo alto è il muro che divide i popoli. Ho quindici anni e frequento il liceo classico quando a primavera gli studenti manifestano alla Sorbona. Forse per la pedagogia del preside, aperta ad una libera partecipazione degli alunni in varie attività culturali, il liceo va ben presto in eruzione, con assemblee che decidono a mano alzata lo sciopero. Non ci sono più lezioni, né mensa, né autorità amministrativa. Gli allievi si raggruppano con alcuni professori per riflettere su una diversa pedagogia. Fuori, tutto infuria veloce: barricate di notte in boulevard Saint Michel, attorno alla Sorbona. Dopo alcuni giorni viene deciso di proibire al preside e ai professori l’ingresso nel liceo, e di eleggere un comitato di gestione. Confusione? Sì, ma ormai regna in tutto il Paese: gli operatori delle grande aziende stanno per unirsi al movimento e bloccare la vita economica. Nel cortile del liceo ritrovo qualche compagno più grande di me. Appena pochi mesi prima il messaggio del Vangelo amatevi gli uni gli altri ci aveva radunati per iniziativa di un paio di loro che dicevano di aver trovato il senso della vita e il desiderio di mettere in pratica quanto compreso. Io, cresciuta in una famiglia cristiana non praticante, mi ero sentita subito loro compagna, anche se molto più giovane di loro. A maggio ci troviamo, di nuovo, tutti disoccupati per via dello sciopero scolastico, a due mesi dell’esame di fine liceo. Decidiamo di farci eleggere nel comitato di gestione e grazie alla nostra presenza non c’è violenza nel nostro liceo parigino. Ci incontriamo dal cappellano. La sua presenza non è gradita nel liceo pubblico, per cui ha preso in affitto poco lontano una stanza per ufficio, con sotto una cantina dove, improvvisando un altare di legno, dice la messa da solo. È proprio alla messa che gli altri mi danno appuntamento. In quella cantina siamo tre o quattro, ma quel giorno rimane indelebile in me. Mi viene spontaneo dire a Gesù: Capisco poco della liturgia e delle tue cose, ma sono certa che tu mi farai capire. È la decisione di seguirlo nel buio che mi circonda, mentre soffiano venti di contestazione, di violenza, di idee personali o di gruppo, le più diverse. Nel concreto si tratta di amare gli altri. Appena in città ripartono i mezzi di trasporto, sospesi per la carenza di benzina e gli scioperi generali, ci raduniamo in focolare per raccontarci le nostre esperienze. Affermare che il ’68 è stato in Francia una crisi fomentata da alcuni anarchici mi sembra la negazione di certe conquiste: il dialogo come metodo di soluzione dei conflitti sociali, la partecipazione degli impiegati ai frutti e ai benefici del lavoro, degli allievi ai consigli di classe… Lì nasce una generazione che si sente solidale col mondo intero e vuole vivere la fraternità impegnandosi in prima persona. Per me è l’inizio di una avventura che continua fino ad oggi. Catherine Rousseau La vera lezione del ’68 Lo dico subito: ho una pessima idea, cioè un pessimo ricordo, del ’68. Finivo l’Università a Roma, dove mi laureai nella sessione invernale del ’69 (complimenti e auguri per il mio futuro di studioso), quindi me lo assaporai tutto. Guardavo gli esagitati sulla scalinata della facoltà di Lettere e filosofia – ero partito da Filosofia, ma, stufo dei docenti soporiferi, ero poi passato a Lettere -; stravaccamenti, megafoni, ingiurie vol-auvent, slogan rigorosamente collettivi con rime e cadenze simil-poetiche, scritte e imbrattamenti qua e là, confusione, un’unica cosa bella ancorché illegittima, il disegno di un grande drago colorato sulla parete che saliva dal pianterreno su al primo piano fino a spalancare le sue fauci assassine sulla porta dell’Istituto di filologia classica (mi laureai a pieni voti con una tesi sulle elegie romane di Properzio): era l’evidente augurio che la cultura (o l’ignoranza) proletaria divorasse la conoscenza classista. Non si faceva più lezione, le sedute di laurea saltavano, ci eravamo trovati a svolgere la temutissima traduzione dall’italiano in latino in una atmosfera tesa nella quale il prof. Paratore, sublime latinista e studioso ma pessimo insegnante, ebbe la brillante idea di darci da tradurre un testo di Mao Zedong. Ovviamente scoppiò la bagarre e poi il compito fu annullato. Paratore girava tra i banchi con un sorriso irreale, tentando di convincere i tumultuanti che non c’era niente di strano, ma il problema era che né lui né il ’68 avevano il minimo senso dell’umorismo. Io partecipai con spietato sarcasmo (non solo verso il professore) chiedendogli se Mao dovevamo tradurlo Maus. Ma no, disse lui prendendomi sul serio, e sempre più surrealmente sorridente. Un compagno di studi provò a risvegliare l’Italia pre-’68: Colleghi, io mi devo laureare!, ma era l’unica cosa che non interessava a nessuno. Fuori una mano bellicosa aveva graffito: Lotta dura senza paura, e un’altra umanistica, umoristicoconciliante, aveva tentato di obiettare: Lotta normale senza farsi male. Invece a Porta Metronia, patria poi di Totti (ragazzi, come passa il tempo!), una baldanzosa femminista gridava nella sua scrittura murale Io sono mia, e l’antica sapienza romana, plautinobelliana, aveva aggiunto come perfida spiegazione Perché nessuno me se pija. Era bello il mondo pre-’68? No, era pigro e ipocrita, pervaso fino all’irrespirabilità dall’aspirazione di tutti a diventare borghesi (lo denunciò inascoltato Pier Paolo Pasolini). Di tutti, operai e contadini, impiegati e casalinghe, vecchi e giovani. Ma il tentativo di sovvertire ogni cosa, che per qualche minuto ebbe un’aria rivoluzionaria, subito dopo e per decenni non fu che la dissimulata e narcisistica accelerazione di quella omologazione borghese. Tanto è vero che i capi sessantottini (non ce n’era uno degno di questo nome) si piazzarono poi quasi tutti, borghesissimamente, nei mejo posti e poltrone, per dirla alla romana. I peggiori danni il ’68 non li fece nel ’68, ma dopo. Liberazione politica, liberazione sociale, liberazione sessuale. Tutte liberazioni che, come capita di regola a certi personaggi dei cartoni animati che vogliono catturare, non solo puntualmente fallirono ma realizzarono il perfetto imprigionamento di liberatori e liberati (nei cartoni il furbo catturatore finisce legato come un salame, picchiato e sbertucciato). Infatti i figli del ’68 sono oggi i peggiori genitori, basta un minimo di analisi statistica a capirlo, i più svogliati lavoratori, i più smarriti lettori (decine di milioni, da quelli di Umberto Eco a quelli di Dan Brown); i più senza-speranza. La lezione vera del ’68, quella data a sua insaputa e suo malgrado, è che bisogna saper distruggere (un verso troppo intelligente di Thomas S. Eliot dice: Se vogliamo distruggere il tempio, dunque dobbiamo costruirlo), e che se si distrugge senza saper distruggere poi non ci si libera più delle macerie. Pasolini provò a dirlo, facendosi riempire di contumelie, con una famosa poesia sulla cosiddetta battaglia di Valle Giulia (Facoltà di architettura), nella quale si schierò con i poliziotti, poveri, contro gli studenti, meno poveri: Hanno la vostra età, cari e care. Ora il ’68 è diventato un’atmosfera, come quella viziata di una camera piena di fumo, una pretesa generica, che il furbo mercato ha subito coesteso al consumismo, una dimenticanza, che ha fatto crollare la cultura prima ad informazione e poi a nulla, un vizio, che ha trasformato il faccio quello che mi pare da anomalia in diritto, e il vuoto da malattia in seduzione. Ora dobbiamo, con molta fatica e sofferenza, nuotando nel nichilismo muto o ridanciano che è l’ultimo distillato di quegli anni, trovare il coraggio di dire che il re è stato nudo ed è nudo, e che la vita è più grande di ogni disastroso tentativo di ingabbiarla in un’ideologia. LA PAROLA AI LETTORI Cosa significa per voi il ’68? Scrivete a: segr.rivista@cittanuova.it con oggetto 68.

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