Umberto Piersanti, poeta

L’impegno emotivo e culturale, la profondità e il ruolo della poesia, spesso trascurata in Italia.

Umberto Piersanti è nato a Urbino nel 1941. Nell’Università della sua città ha insegnato Sociologia della letteratura. Ha pubblicato numerose raccolte poetiche tra cui, con Einaudi, I luoghi persi (1994), Nel tempo che precede (2002,) L’albero delle nebbie (2008), Nel folto dei sentieri (Marcos y Marcos 2015), Campi d’ostinato amore (La nave di Teseo 2020). Una nuova edizione de I luoghi persi con un’ampia sezione di poesie inedite (Crocetti 2022). È autore di saggi e ha realizzato il lungometraggio L’età breve (1969-70), oltre a tre film-poemi. Dal 2016 è presidente del Centro mondiale di poesia ‘Giacomo Leopardi’ di Recanati. Ha ottenuto premi prestigiosi.

L’Italia ha una tradizione poetica altissima, ma la poesia si legge poco. Perché?
Ci sono vari motivi. Un tempo a scuola si era attenti alla poesia, si apprendevano a memoria dei testi e questo non era solo un esercizio utile, era un entrare dentro la poesia. Ora si dà più spazio alla narrativa. C’è poi una disattenzione, paurosa, da parte dei media. A Billy, la rubrica culturale letteraria in onda su Rai di poesia non si parla mai. Anche del Premio Viareggio i giornali mettono in evidenza solo la sezione Narrativa. La poesia è tralasciata. A questo si aggiunge la pigrizia dei lettori. Un romanzo, anche il più complesso, ha un filo rosso che puoi interrompere e riprendere quando vuoi. La poesia impone un corpo a corpo col testo, non hai una trama da seguire, solo immagini, riflessioni, percezioni, che sono universali perché la grande poesia tratta archetipi universali: amore, morte, contemplazione della natura. Suppone un impegno emotivo oltre che culturale.

Quale è il ruolo della poesia oggi, in una società dell’effimero, della fretta?
La poesia non ha valore sociologico o storico, neppure morale; poeti come Baudelaire non propongono una morale. Ha un valore antropologico. Nell’effimero, nella chiacchiera, nella parola che vola via, quella del poeta entra in profondità nell’umano, ecco perché rimangono le grandi categorie: amore morte tempo. La poesia non ci fa essere più buoni ma più umani, per questo in un’epoca come la nostra, dove la spettacolarizzazione ha raggiunto limiti mostruosi, ha un valore morale civile anche quando non è né morale né civile. In una società senza poesia manca la dimensione della profondità.

I luoghi persi e la memoria: magia e, al tempo stesso, presenza vitale…
Luoghi persi sono luoghi appartati, particolari, sono i luoghi della memoria. Li racconto perché sono perduti. Ciò che è stato va fermato, così l’età dell’infanzia che coincide con la fine della civiltà contadina. Tempo fa quando riuscivo a camminare bene ho fermato la macchina in cima alla strada bianca, ho preso un lungo stradino tortuoso che scende alla casa di mia nonna. Tutto sembrava uguale, sotto un masso trovavo la salamandra di sempre, ma quando sono arrivato all’aia ho visto che quel mondo era completamente sparito. Ho ricordato i suoni i profumi i sapori della mietitura, della trebbiatura, della vendemmia… Da ragazzo mi mandavano nella colonia dei comunisti e in quella dei preti, importante era che mi dessero da mangiare. In quella dei preti un anno mi ero presa la cotta per una bambina e volevo sedere vicino a lei, ma don Franco mi mise invece vicino a un bambino dalla faccia butterata. Insistevo e mi rispondeva «nella vita bisogna soffrire, si sarà ricompensati nell’altra vita». E io pensavo «Se c’è l’inferno e vado lì, soffrirò nell’altra vita e ora anche in questa, in cui mi tocca mangiare vicino a questo bambino».

Ma quando alla fine della colonia quel bambino mi ha abbracciato e ha detto, «Ciao Umberto, non ci vedremo più, torno a Cesena», ho avuto un tuffo al cuore, perché tutto ciò che perdiamo irrevocabilmente, se siamo persone dotate di sentire, non può che coinvolgerci e commuoverci. La civiltà contadina, che io non racconto tanto nelle sue fatiche ma più nei momenti magici, nelle camminate nelle paure nelle scoperte nelle piante, nei racconti del mio bisnonno pieni di folletti e di diavoli, è svanita insieme alla mia infanzia. Quello che racconto è un tempo della memoria. La memoria è fondante per me, è l’unica eternità su questa terra, è elemento di identità, di non perdita e anche di attaccamento al filo che lega la nostra vita.

Mi ha incantata anche Campi di ostinato amore, di un’intensità che quasi sgomenta. Che cosa direbbe di questa sua nuova opera?
È un’opera della maturità inoltrata, della vecchiaia, ci sono il ricordo di tutti i miei amori, tutta la natura, meravigliosa e tragica, in un modo forse anche più struggente: ora che il ginocchio mi impedisce di camminare tra quei campi, sono uno che ricorda, da giovane ero un interprete.

Una sezione del libro è intitolata a Jacopo…
Mio figlio Jacopo c’era già ne I luoghi persi nell’edizione del ‘94 e in altre raccolte. In quel periodo lui stava bene, viveva con la mamma, eravamo separati. Poi abbiamo ripreso a vivere insieme, al meglio possibile, perché si può lasciare una donna, un uomo, ma non si può lasciare un figlio affetto da una forma progressiva di autismo molto grave. Jacopo ora è con noi, ha 35 anni, con lui non posso più correre come un tempo, la sua malattia è peggiorata ed è amaro ricordare il passato, quel bambino pieno di vita, di curiosità. Ma ogni momento può farlo riprendere e quando lo vedo sul palco nella vecchia canonica per un giorno, riprovo una grande tenerezza. Senza entrare nei particolari, sicuramente la vicenda di Jacopo nel bene e nel male ha impresso un giro di boa alla mia vita.

«Jacopo del riso/ e dello sconforto, sei nella vita/ quella svolta improvvisa/ che non t’aspetti,/ la tragica bellezza/ che i tuoi giorni inchioda/ al suo percorso».

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