Uguali e contrari

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Assegnati a una settimana di distanza l’uno dall’altro, sono i due premi internazionali con cui si inaugura l’anno cinematografico. In un certo senso un anticipo delle tendenze che la stagione manifesterà più avanti. Gli Orsi di Berlino e gli Oscar: due premi profondamente diversi e non solo in senso geografico. Elitari e aristocratici gli Orsi, assegnati da una giuria di vip, nomi famosi e non esclusivamente legati al mondo della celluloide; popolari e democratici gli Oscar, quasi un referendum fra i 5 mila votanti che rappresentano base e vertice di un unico sindacato che comprende tutta la corporazione di Hollywood, dal regista sulla cresta dell’onda all’ultimo manovale impegnato sul set. Eppure tra il Festival di Berlino e l’Oscar le affinità non mancano. Se l’Academy Award, l’Accademia delle arti e delle scienze cinematografiche che assegna i premi, incarna l’essenza stessa del cinema americano, piuttosto discriminatorio nel prendere in considerazione soltanto il prodotto di lingua inglese (tutti gli altri film non parlati in inglese si contendono un’unica statuetta per il miglior film straniero), per natura e tradizione il Festival di Berlino è sempre stato in sintonia con l’altra parte dell’Oceano. Istituito ai tempi del Muro, quando Berlino Ovest era considerata un’isola di libertà in mezzo al mondo comunista, la Berlinale non ha mai nascosto la sua funzione di ponte fra l’Europa e Hollywood. E i premi distribuiti dalla 55ª edizione confermano questa linea: un occhio rivolto a soddisfare sia il mercato europeo che quello americano, a non scontentare affatto quest’ultimo, a favorirlo (anche quest’anno molti i film americani presenti, magari fuori concorso, ma con tanti divi a far da richiamo), e poi un particolare impegno a mantenersi sui binari del politicamente corretto. E così l’Orso d’oro di quest’anno è andato al sudafricano U-Carmen eKhayelitsha di Mark Dornford- May, dall’opera lirica di Bizet in lingua xhose ambientata in una baraccopoli di Città del Capo, un film più applaudito dal pubblico che dalla critica, accompagnato da altre scelte non molto felici, in omaggio alla regola che le svolte innovative il più delle volte sono soltanto di facciata e che i festival sono i rulli compressori che spianano la strada al mercato e ad accordi internazionali. Spesso scambi di cortesie fra industrie cinematografiche di diversi paesi. Non a caso il presidente della giuria era un tedesco di Hollywood: il Roland Emmerich di Godzilla e di Independence Day. Grosso modo, gli stessi calcoli e le stesse alleanze (in questo caso fra una major e una vasta trama di esercenti, tecnici, maestranze, reti televisive) governano le scelte dell’Oscar. Contrariamente allo scorso anno, quando il capitolo n. 3 del Signore degli Anelli aveva fatto l’en plein (11 statuette su 11 nomination), in questa 77ª edizione i pronostici non erano affatto scontati, anche se a tenere banco sono stati i circa 15 milioni di dollari investiti dalla Miramax nella promozione di The Aviator di Martin Scorsese. Una campagna elettorale rivelatasi inutile perché l’obiettivo non è stato centrato. A nulla è valsa una promozione a base di cene, ricevimenti, contatti personali e propaganda a tappeto. Anche se Scorsese ha collezionato il maggior numero di statuette (Cate Blanchett miglior attrice non protagonista, fotografia, montaggio, scenografia e costumi, dove finalmente hanno trionfato i nostri Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo), a spuntarla conquistando gli Oscar pesanti è stato il meno quotato Clint Eastwood con Million Dollar Baby (miglior film, miglior regia, Hilary Swark miglior attrice e Morgan Freeman miglior attore non protagonista). La batosta subìta dalla Miramax servirà da lezione e cambierà le cattive abitudini? Nessuno dei film candidati all’Oscar ha superato al botteghino i 100 milioni di dollari di incasso e a questo punto c’è da chiedersi se il gioco valga la candela. Investire tanti quattrini in un’operazione promozionale come hanno fatto i fratelli Weinstein della Miramax rischia di innescare un meccanismo pericoloso e perverso, che se da una parte potrebbe tagliare le gambe alle major in caso di insuccesso, dall’altra mette subito fuori combattimento le produzioni indipendenti, eliminate dal gioco primancora che questo sia iniziato, perché non dispongono di fondi adeguati a competere con concorrenti spregiudicati e ben più solidi dal punto di vista finanziario.

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