A oggi, 24 febbraio 2026, la Seconda guerra nel Donbass – la prima, lo si ricorderà, iniziò nel 2014, con le proteste studentesche alla Majdan, a Kyiv, e alla destituzione del presidente filorusso Viktor Yanukovych – entra ufficialmente nel suo quinto anno dal giorno dell’invasione su vasta scala di territori a sovranità ucraina, confermandosi come il conflitto di logoramento più sanguinoso che sia scoppiato in Europa dal 1945. La “passeggiata” iniziale, immaginata al Cremlino, si è rivelata un percorso del combattente senza fine apparente.
Facendo un bilancio territoriale e militare, bisogna dire che Mosca controlla a tutt’oggi circa il 90% dell’intera regione del Donbass. Nello specifico, l’Oblast di Luhansk è quasi interamente occupato, mentre in quello di Donetsk la Russia detiene più dell’80% del territorio, e focalizza la pressione su nodi logistici vitali come Pokrovsk. Va detto che nel 2025 la strategia moscovita ha mutato le modalità di attacco, propendendo per un’avanzata “a tritacarne”: il 2025 è stato così l’anno con la maggiore espansione territoriale russa dal 2022, con oltre 5 mila chilometri quadrati conquistati, ma a un costo umano altissimo. Circolano cifre impressionanti sulla stampa, addirittura ammontando a quasi due milioni i morti sui due fronti: un milione e due o trecento mila dal lato russo, sei o settecentomila dal lato ucraino. La strategia russa si basa in effetti su assalti frontali continui che fruttano sì pochi metri di conquista al giorno, ma a costo di perdite umane altissime. Per quanto tempo ancora Putin potrà sacrificare i suoi soldatini?
Per quanto riguarda l’impatto economico e sociale, entrambi i Paesi sono ormai in un regime di economia di guerra. La Russia destina quote record del Pil alla difesa, o piuttosto all’attacco, con un’inflazione che oscilla tra il 4,5 e il 9%, mentre l’Ucraina sopravvive grazie ai massicci aiuti internazionali (l’Ue ha recentemente stanziato altri 90 miliardi per il biennio 2026-27). Nel Donbass, ovviamente, la vita civile è ridotta alla sopravvivenza: le infrastrutture energetiche sono state colpite ripetutamente dagli ucraini, lasciando intere città senza riscaldamento durante l’inverno. Ma anche fuori dal Donbass la strategia russa di colpire coi missili e droni le centrali e le centraline elettriche – in campo missilistico ha ancora una superiorità schiacciante, dovuta ai missili del suo arsenale e a quelli nuovi ipersonici, mentre in materia di droni la superiorità è minore – ha messo gran parte del Paese al freddo e al gelo.
Anche Zelensky non se la passa benissimo, visto che l’Europa non riesce a essere un partner forte politicamente, di fronte ai colossi statunitense e russo, e visto che anche all’interno non ha più il sostegno granitico che aveva all’inizio del conflitto. La precarietà della vita quotidiana degli ucraini pesa sul gradimento del primo cittadino ucraino, che comincia a parlare apertamente di elezioni politiche, mentre la popolazione si sente tradita da tutti, anche dal fronte occidentale.
In sintesi, il fronte bellico rimane caratterizzato da una debolezza contro un’altra debolezza. Sebbene la Russia abbia l’iniziativa tattica, l’armata moscovita non riesce a ottenere un collasso militare dell’Ucraina, che continua a resistere, pur con gravi carenze di uomini e munizioni. Ma da gennaio è in gioco il ciclone Trump, che prometteva di far finire la guerra con uno schiocco di dita, ma che si è dovuto scontrare con l’intransigenza putiniana, che vuole rimanere nella storia come il presidente che ha ridato ai russi l’orgoglio nazionale, dopo l’umiliazione patita dal crollo del muro di Berlino, dalla sottomissione alla Nato da parte del presidente Eltsin e della conseguente riduzione dell’ex-Unione Sovietica a tigre di carta, almeno nell’immaginario collettivo occidentale.
Il presidente statunitense continua a promettere, continua a cercare di costringere i contendenti attorno a un tavolo, ma la soluzione per Putin è una sola: la cessione completa del Donbass e la smilitarizzazione dell’Ucraina, con il divieto assoluto di una sua adesione alla Nato. Non ha perciò successo il tycoon quando chiede all’omologo russo di retrocedere nelle sue pretese, allorché lui stesso, nella zona di influenza statunitense, dalla Groenlandia al Venezuela, fa quello che vuole, facendo riemergere quella ormai dimenticata “dottrina Monroe” che vuole che i grandi abbiano il diritto e il dovere di tenere a bada i piccoli vicini, con le buone o con le cattive, con la moral suasion o con le forze di assalto. Oltretutto, Trump sa bene che il popolo che lo ha eletto non gli perdonerebbe una capitolazione formale e sostanziale di fronte alle pretese del primo cittadino russo.
Tra l’altro, va detto, tale riesumazione di vecchie dottrine imperialiste rischia di trovare spazio nel ben più grave e ben più vasto conflitto sino-statunitense, che non è ancora arrivato a livello militare, ma che vige in ogni altro campo della convivenza mondiale. Taiwan, ad esempio, è a rischio, e la Cina lo sa bene, visto che continua ogni giorno di più ad aumentare la propria pressione militare e digitale sull’isola ribelle.
Nessuno può alzare ormai indice e medio nel segno della vittoria, dopo che due milioni di persone hanno ormai la loro dimora sottoterra.
