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Ucraina, il pesante bilancio di 4 anni di guerra

di Maurizio Simoncelli

- Fonte: Città Nuova

La guerra russo-ucraina appare sempre più inserita in un quadro dominato dalla crisi del diritto internazionale e dai profitti stellari delle imprese delle armi

Un soldato ucraino riposa appoggiato al fucile a Bakhmut, nel Donetsk, il 28 maggio 2022. Sono ormai trascorsi quarantotto mesi dall’inizio della guerra ANSA/STRINGER

Quattro lunghi anni di una guerra che ha coinvolto non solo Russia e Ucraina, ma anche la UE e la NATO, più – con modalità differenti – altri Paesi, tra cui la Cina. Quattro anni di una guerra di cui non si vede ancora una fine e di cui possiamo solo fare un rapido conto, peraltro sommario, del peso umano, economico e ambientale.

Sul costo umano diretto dei combattenti né Mosca né Kiev forniscono dati attendibili. Per la parte russa si stimano 190.000 morti, mentre fonti statunitensi (Center for Strategic and International Studies CSIS) parlano di 1.200.000 vittime, includendo morti, feriti e dispersi. Per l’Ucraina le stime calcolano la metà di quelle russe. Il costo umano indiretto è per l’Ucraina assai pesante: oltre ai 14.000 civili uccisi e ai 36.000 feriti, cinque milioni sono profughi all’estero e si registra un forte calo della natalità tipico dei periodi bellici, fenomeno presente anche in Russia.

Per l’aspetto economico, per la ricostruzione dell’Ucraina si parla di 500 miliardi di dollari, mentre l’UE ha concesso prestiti (che vanno restituiti) per quasi 300 miliardi di euro. Per la Russia lo sforzo bellico si somma alla contrazione delle vendite di petrolio e di gas, date le sanzioni europee nonostante continuino gli acquisti da parte cinese e indiana.

Poi, capitolo a parte ma importante, ci sono i danni economici subiti dai Paesi dell’Unione  Europea, che, tra l’altro, al posto del gas russo lo acquistano dagli Stati Uniti  a prezzi notevolmente maggiorati.

Questi ultimi, oltre tali forniture, ora con la presidenza Trump venderanno una significativa mole di armamenti alla UE, impegnata sia a sostenere militarmente e finanziariamente Kiev, sia in un gigantesco piano di riarmo (800 miliardi di euro, destinati soprattutto a buy american, come anzidetto).

I danni ambientali poi sono stimati in decine di miliardi di dollari con la contaminazione di aria, acqua e suolo da sostanze tossiche e metalli pesanti. Inoltre, va segnalata la distruzione di oltre 1 milione di ettari di aree protette. L’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile ricorda anche il rilascio di oltre 150 milioni di tonnellate di CO2.

Oltre ai metalli pesanti derivanti dalle esplosioni, vi è il problema delle mine e dei proiettili inesplosi (UXO) che rendono i territori coinvolti inabitabili e improduttivi. Basta pensare alla diga di Kakhovka distrutta nel 2023, alle città coinvolte e alle acque che hanno trascinato ordigni in zone prima impensabili. Poi, finora per fortuna, gli attacchi intorno alla centrale nucleare di Zaporizhzhia non hanno avuto conseguenze radiologiche, ma il ricordo di Chernobyl è ancora vivo. Non ultimo è il Mar Nero, teatro di scontri con analoghe conseguenze (mine marittime, ad esempio).

A livello globale, questa guerra rappresenta visibilmente la fine dell’equilibrio post bipolare, che in realtà stava traballando da un ventennio, con la fine del dialogo strategico tra Washington e Mosca da un lato e l’ascesa silenziosa di Pechino come nuovo competitor della potenza statunitense.

Infatti, nel corso degli ultimi decenni, nella disattenzione diffusa, è venuta meno tutta quell’impalcatura di sicurezza costruita precedentemente.

Si è iniziato con il venir meno del trattato ABM Anti Ballistic Missiles (1972-2002), seguito dall’INF Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty (1979-2019) e dall’OPEN SKY (1992-2020) tutti denunciati da parte statunitense.

Da parte russa ci si è poi ritirati dal CFET Trattato sulle forze armate convenzionali in Europa (1992-2023).  Infine, ed è dei nostri giorni, la fine del NEW START (2010-2026), accordo sulla limitazione degli arsenali di armi di distruzione di massa, non più rinnovato da Trump e a questo punto anche da Putin.

Contemporaneamente negli anni, il sistema ONU è stato picconato duramente sia con l’uso del potere di veto da parte dei suoi membri permanenti nel Consiglio di Sicurezza, sia con l’uso distorto degli interventi di peacekeeping (vedi quello in Libia nel 2011), sia con azioni belliche unilaterali (vedi gli Usa in Iraq nel 2003, la Russia in Georgia nel 2008).

Mentre succedevano questi fatti, gli accordi con l’Iran sul nucleare, JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action) del 2015, teso a limitare il programma atomico di  Teheran in cambio della revoca delle sanzioni, venivano denunciati unilateralmente dagli USA nel 2018 e non dagli altri stati parte (Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna e Germania), al punto che Trump nel suo primo mandato minacciò anche sanzioni a tutti i paesi che avessero commerciato con Teheran.

In questo quadro generale Pechino ha esteso le sue relazioni, penetrando sui mercati e rivendicando il territorio di Taiwan e il Mar Cinese meridionale.

La guerra russo-ucraina appare sempre più inserita in un quadro dominato dalla geopolitica del caos e dalla crisi del diritto internazionale, messo a dura prova anche dalle vicende connesse ad Israele e alla Palestina.

Se la NATO in particolare ha a lungo ventilata l’ipotesi dell’Ucraina nelle sue fila provocando le preoccupazioni russe, oggi questa ipotesi sembra tramontata con l’amministrazione Trump, che appare più interessato ai puri interessi statunitensi nell’ambito della visione sovranista e isolazionista che la contraddistingue, con mire – diversamente motivate – sulla Groenlandia, Panama e Venezuela, nonché Canada.

Kiev si trova quindi con un alleato recalcitrante (Washington) ed un altro intrinsecamente debole (l’Unione Europea), sia politicamente sia militarmente. Mosca, che sperava in una guerra lampo, nella cosiddetta “operazione militare speciale”, dopo quattro anni non è riuscita ad ottenere tutto quel che voleva, pur avendo conquistato parte dell’Ucraina e avendo dovuto ricorrere anche a truppe straniere.

I negoziati si trascinano tra annunci ottimistici e attese infinite, mentre la guerra continua a mietere vittime e a distruggere, teatro di sperimentazione di nuove armi (droni, missili ipersonici ecc.) e del massiccio uso di reti satellitari (quella privata del miliardario Elon Musk).

Le spese militari mondiali, nel frattempo, hanno raggiunto il record dei 2.700 miliardi di dollari nel 2024.  Il guadagno certo è quello delle industrie belliche, sommerse di ordinativi urgenti. Infatti, secondo i dati del SIPRI, le prime 100 aziende del settore nel 2024 hanno conseguito un fatturato record, oltre 679 miliardi di dollari, con una crescita del 5,9% rispetto al 2023.

E nuovi, lucrosi ordinativi appaiono all’orizzonte, come per l’aereo da caccia di sesta generazione GCAP progettato da Italia, Gran Bretagna e Giappone, il cui costo dello sviluppo passa da 6 a ben 18,6 miliardi.

Ma la voce accorata di papa Leone («Tacciano le armi! Cessino i bombardamenti! Si giunga senza indugio ad un cessate-il-fuoco, e si rafforzi il dialogo per aprire la strada alla pace») non sembra trovare ascolto presso  i governi interessati.

 

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