La situazione del conflitto russo-ucraino ha del machiavellico, un po’ da tutte le parti. A Mosca, a Kyiv, a Washington e a Bruxelles, la girandola dei contatti sta diventando un rompicapo in cui pare difficile raccapezzarsi. Le trattative per una tregua duratura nella guerra tra Russia e Ucraina – trattative per modo di dire, perché non ci sono contatti diretti tra Mosca e Kyiv − rimangono comunque in una fase di stallo estremamente intricato e di intensa attività diplomatica, purtroppo senza un accordo imminente all’orizzonte. La situazione è caratterizzata dalla presenza del piano di pace statunitense, promosso dall’amministrazione Trump, che volenti o nolenti funge da fulcro centrale delle discussioni, e ha il bastone nelle sue mani.
Che cosa contenga il piano, allo stato attuale non è possibile saperlo esattamente. Questi sarebbero, comunque, i punti in discussione: si prevederebbe la cessione de facto, anche se non de jure, di alcuni territori occupati alla Russia, in particolare il Donbass (Mosca vuole la cessione pura e semplice). Per contro, la Russia potrebbe essere tenuta a versare una “tassa fondiaria” per compensare l’Ucraina della perdita del Donbass (per Mosca è niet). Le attuali linee di controllo nelle regioni di Kherson e Zaporizhzhia rimarrebbero in gran parte congelate, con possibili piccole restituzioni (dato secondario). Punto chiave è l’impegno della Nato a non schierare truppe in Ucraina, sebbene siano previste garanzie di sicurezza con jet europei posizionati in Polonia a difesa di Kyiv (su questo un accordo non è lontano).
Il quadro comprenderebbe altresì la creazione di un Fondo di sviluppo per l’Ucraina per ricostruzione e investimenti (finora solo promesse). Questo fondo verrebbe finanziato utilizzando 100 miliardi di dollari di asset russi congelati, a cui si aggiungerebbero 100 miliardi di dollari dall’Europa (su questo, Mosca non accetterà mai di perdere i suoi asset). Gli Stati Uniti stanno esercitando una forte pressione diplomatica su Zelensky affinché accetti i termini dell’accordo per porre fine alla guerra (è vero). La Russia, pur non avendo ricevuto una proposta ufficiale formale secondo i suoi canali, è stata coinvolta in colloqui diretti con i consiglieri di Washington (alcuni diplomatici statunitensi sembrano di casa a Mosca).
Mosca ha espresso chiaramente la sua posizione: un cessate il fuoco può avvenire solo a condizione che l’Ucraina accetti il ritiro delle sue forze dal Donbass, tutto il Donbass, non solo quello attualmente sotto controllo russo, e riconosca ufficialmente le annessioni territoriali. Il presidente ucraino Zelensky, da parte sua, ha ribadito che la decisione sui territori spetta esclusivamente all’Ucraina, escludendo una cessione de jure, ma si sarebbe aperto al riconoscimento de facto di alcune aree come russe. Un nodo cruciale è rappresentato dal dibattito sull’eventuale non-adesione dell’Ucraina all’Alleanza Atlantica, su cui il segretario generale Nato ha dichiarato che al momento manca il consenso tra gli Stati membri. Gli Stati Uniti stanno esercitando una pressione significativa (ricatti?) su Kyiv, affinché accetti un quadro di pace negoziato, con minacce implicite sul futuro degli aiuti militari e dell’intelligence. Zelensky, comunque, sembra essere aperto a elezioni ravvicinate, altra richiesta della Russia e di Washington. Nello stesso tempo, da parte sua, l’Unione Europea ha approvato il blocco indeterminato degli asset russi congelati, un passo verso un possibile “prestito di riparazione” per l’Ucraina, con Mosca che ha già minacciato ritorsioni.
La diplomazia è frenetica, con incontri tra negoziatori americani, russi, ucraini e consiglieri per la sicurezza di Paesi europei (Regno Unito, Francia, Germania in particolare). Ma, nonostante i colloqui, le divergenze restano profonde, in particolare sulla sovranità territoriale e sulle garanzie di sicurezza che potrebbero assicurare a Kyiv che l’aggressione non si ripeta. La prospettiva di una tregua è quindi incerta e precaria, pur con segnali diplomatici abbastanza positivi, che si alternano alla perdurante e violenta escalation sul campo. L’esercito russo sta in effetti continuando a condurre attacchi intensi, in particolare contro le infrastrutture energetiche, mentre le perdite sul fronte restano significative per entrambe le parti. Carne da macello, insomma.
Dato positivo, insomma, è la frenetica girandola diplomatica. Dato negativo, la persistente mancanza di coesione europea, anche se qualche passo in avanti è stato fatto nel coordinamento tra Unione e Gran Bretagna, in un clima allucinante di volgari accuse di Trump e dei suoi contro l’Europa (ma anche contro chiunque si frappone ai suoi voleri, vedi la Somalia o il Venezuela). Così è.