Ucciso dalla camorra

Una serie interminabile di fatti criminosi ha sconvolto e continua a sconvolgere tante comunità del Sud sì che la vita appare spesso insopportabile dinanzi agli episodi di diffusa violenza che ciclicamente bagnano di sangue le nostre strade. In tale contesto le parole rivolte ad Agrigento da Giovanni Paolo II, il 9 maggio 1993, alle comunità ecclesiali della Sicilia, per esortarle ad una coraggiosa testimonianza esteriore, che si esprime in una convinta condanna del male… una chiara riprovazione della cultura della mafia, che è cultura di morte, profondamente disumana, antievangelica, nemica della dignità delle persone e della convivenza civile, appaiono profetiche e diventano un esplicito invito a impegnarsi sempre più per una cultura di amore e di giustizia. L’invito del papa fu accolto con gioia dal giovane sacerdote don Peppe Diana, di Casal di Principe, impegnato da anni a combattere a viso aperto l’analoga triste realtà della camorra in Campania. Egli trovò nuovo coraggio per proseguire sulla strada intrapresa, quale sua strada per essere alla sequela di Cristo. Purtroppo quell’invito caldo ed accorato non riuscì a fermare, di lì a pochi mesi, la mano degli assassini che, proprio in Sicilia, avrebbero eliminato don Pino Pugliesi, e nel casertano don Peppe Diana, colpendolo al volto con alcuni colpi di fucile il 19 marzo 1994, giorno del suo onomastico, mentre si apprestava a celebrare la messa. A ricordare oggi la vita di don Diana e la sua tragica morte è un sacerdote siciliano, Rosario Giuè, con il libro Il costo della memoria – Don Peppe Diana, il prete ucciso dalla camorra (Edizioni Paoline). Giuè ripercorre i momenti fondamentali della vita di don Peppe Diana, le tappe salienti della vocazione sacerdotale, l’impegno con l’Agesci, la missione pastorale a Casal di Principe, la spinta a combattere la violenza della camorra fino al martirio. Ne viene fuori un libro appassionato e coinvolgente, corredato da scritti e testimonianze vive. Tra le tante, quella di Giovanni Paolo II appena il giorno dopo l’uccisione, all’Angelus: Voglia il Signore far sì che il sacrificio di questo suo ministro, evangelico chicco di grano caduto nella terra e morto, produca frutti di sincera conversione di operosa concordia, di solidarietà e di pace. Poi la descrizione dei lunghi processi conclusisi solo nel 2004, dopo vari tentativi da parte degli assassini di inquinare l’iter giudiziario con false testimonianze.Viene accertata la responsabilità diretta della camorra nell’omicidio, con pene severe per i colpevoli, attualmente ancora in carcere. Giuè riconsidera tutta la vicenda umana e spirituale di don Diana, dopo alcuni distinguo e una certa freddezza da parte di alcune comunità ecclesiali campane, ed esprime con forza diverse fondamentali domande: Ora che tutto è chiarito, se mai ce ne fosse stato bisogno, cosa manca davvero per fare memoria di don Diana? Cosa manca perché la Chiesa campana e la Chiesa italiana lo indichino decisamente come esempio per la propria azione evangelica e per il modo di essere Chiesa?. Come giustamente ricorda l’autore, nella vita di don Diana riveste un’importanza particolare il documento della Chiesa campana del 29 giugno 1982 Per amore del mio popolo non tacerò, nel quale, per la prima volta, si tentava una lucida analisi sulla realtà della camorra in Campania, non esitando a definirla disumana struttura di peccato, con l’invito esplicito a stare nel territorio con un impegno di vigile servizio e di testimonianza evangelica. I vescovi campani non si sono limitati a considerare i fatti di violenza già di per sé gravissimi, ma hanno analizzato con acutezza la diffusione, le motivazioni e le conseguenze del fenomeno della camorra: tanti giovani attirati nelle sue spire; tante famiglie gettate nel dolore e nella disperazione; tante attività produttive soffocate dalle estorsioni; tante vite stroncate; e una diffusa rassegnazione tra le popolazioni, quasi si trattasse di una calamità ineludibile. Prima indicazione esplicita è quella di non tacere, perché significa uscire dall’abitudine a un annuncio del Vangelo generico, astratto e spirituale, che non prende posizione di fronte alle situazioni strutturali di peccato. Profondamente scosso da quel documento pieno di speranza, don Peppe Diana, che ha appena 24 anni ed è diventato da pochi mesi sacerdote, avverte dentro di sé la spinta a dare una risposta all’invito della sua Chiesa, mettendosi a servizio di tutti, ma in modo particolare di quegli uomini e donne che, irretiti nella cultura di morte prodotta dalla camorra, avevano perso la propria dignità di persone libere e in cammino. Un episodio, in particolare, lo costringe, insieme ad alcuni preti, a prendere posizione e ad esporsi per la prima volta il 31 dicembre 1982: la scoperta dei corpi bruciati di tre ragazzi di Casal di Principe e di San Cipriano. Da quel momento, don Diana diventa testimone costante di un impegno pastorale che non dimentica mai la triste realtà della sua terra. E per questo pagherà con la vita. La memoria delle vittime della mafia e della camorra è per Giuè l’unico modo possibile per farle rimanere vive tra noi, ma la memoria ha un costo perché inquieta, chiede un cambiamento, provoca una conversione. E la figura di don Peppe Diana non manca di provocare questo cambiamento. Gli fa eco don Luigi Ciotti, nella bellissima prefazione, quando scrive che questo libro è un piccolo ma utile frutto nato da quel seme generoso e fecondo che don Diana ci ha lasciato. Un libro non per celebrare ma per ricordare, per educarci alla memoria delle vittime… Un libro che ciascuno di noi deve accogliere come regalo prezioso e inaspettato, in grado di aiutarci nella faticosa marcia verso la giustizia.

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